La Liturgia ambrosiana di oggi è come un sismografo che registra una scossa di terremoto, un cupo brontolìo che sale dal profondo. Il turbamento è la morte di un sacerdote, registrata come un trauma che lascia sgomenta la comunità. La liturgia lo marca con un segno particolare, con un evidenziatore doloroso e splendente. Tutte e tre le Letture, che sono state appena proclamate, sono tratte dai Vangeli, non già dal Primo Testamento e dalle Lettere degli Apostoli.
E dei Vangeli viene ricordato il “cuore”, la parte più viva e più antica: l’istituzione dell’Eucarestia, la morte di Gesù in croce, la sua Risurrezione.
Un motivo c’è. La comunità dei credenti deve ri-portare alla memoria, che sovente si adagia nell’inerzia e nella ripetitività del rito, che la vita di ogni sacerdote incarna Gesù il Signore quando annuncia la sua Parola, quando spezza e dà il pane, quando muore e quando risorge. La Liturgia afferma – con la consapevolezza che viene dalla fede - che Cristo vive in ogni suo gesto.
Il corpo del Sacerdote è l’Eucarestia totale, onnicomprensiva e planetaria, messa a disposizione di tutta l’umanità.
Caro Peppe, tu di Eucaristia te ne intendi. Ti sei fatto pane da mangiare e vino rosso di allegria, amicizia condivisa e mai ritirata, dono prezioso per i tuoi fratelli, calore di focolare domestico per chiunque ha bussato alla tua porta.
63 anni vissuti pericolosamente dicendo sempre di sì, accogliendo tutti, accettando tutte le responsabilità, facendoti beffe della fatica. 63 anni a cuore aperto. Non poteva filare tutto liscio. Perché la disponibilità e l’amicizia tu le hai vissute come l’articolo più antico e severo del codice barbaricino che andava rispettato a tutti i costi. Scontri e diverbi – e ce ne sono stati tanti – non hanno incrinato il tuo percorso. E un po’ per volta tutto questo ti ha mangiato il cuore.
E' fatale che molti di noi, nel lato più in ombra della coscienza, debbano provare verso di te più di qualche piccolo rimorso per non aver capito questo tuo modo quasi dissennato di vivere e di sentire la vita degli altri. Io ho anche qualche rimpianto, che mi mette ansia, per non aver appreso il meglio dalla tua scuola. Questa mattina ho violato la rubrica del tuo cellulare per cercare un numero di telefono. Sembrava una succursale delle pagine gialle. Un elenco infinito di persone segnate per nome e cognome o solo per nome, qualche volta per soprannome. Sono sicuro che questo non era un elenco di sole persone da contattare per motivi di lavoro o di interesse. A tutte hai dato qualche cosa di te. A tutte hai lasciato un segno, per quanto piccolo, della tua sterminata amicizia.
Questa notte, davanti alla tua bara, ho provato a raccogliere qualche pensiero e sentire qualche brivido di consolazione. Ma la mia mente è ancora un moscone che ostinatamente sbatte contro il vetro della finestra. Non vedo ancora la sottile lastra trasparente che mi divide dalla realtà.
La lastra di vetro è la volontà di Dio, che sembra non esserci, ma invece è dolorosissima. Tanto dolorosa che ci ha stritolati tutti - fratelli, sorelle, amici e confratelli – sbigottiti dalla tua immobilità, che già oggi avrà il sapore amaro dell’assenza senza ritorno.
Aiutaci, Peppe, a dipanare questa difficile matassa della vita, resa sempre più intricata dalle nostre cattiverie e da colpevoli amnesie. Aiutaci a ricostruire il disegno originale del tappeto, come quelli che si fanno a Sarule, ruvidi, arcaici e di metafisica bellezza, che Dio ha tessuto per la nostra Famiglia Paolina.
Adesso che tu puoi guardare Dio negli occhi, facci sapere la verità. Facci un po’ di luce. Benedici tutti noi che stiamo piangendo la tua morte. Benedici Angela, Carmela, Tonina, Tore, Maria, Giannina e Cosimo. Così sia.
don Roberto Di Diodato