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Pubblicato il 08/01/2010

Don Zega, l'omelia degli 80 anni

Il nostro direttore, don Leonardo Zega (nella foto), è morto martedì sera a Milano a seguito di un infarto cardiaco. Aveva 81 anni, 68 dei quali trascorsi nella Società San Paolo (leggi). Riportiamo qui sotto il testo della sua omelia, pronunciata nel corso della santa Messa celebrata in occasione dei suoi 80 anni. Per leggere il messaggio di don Silvio Sassi, superiore generale della Società San Paolo, inviato per i funerali di don Zega, clicca qui; per l'omelia di don Antonio Sciortino, direttore di Famiglia Cristiana, invece, clicca qui; infine, alleghiamo il telegramma inviato dalla segreteria del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, per la morte di don Zega (in fondo alla pagina).

Ecco l'omelia del direttore, don Leonardo Zega.

Credo mi sia consentito essere un po’ emozionato e anche un po’ confuso. Non è soltanto la sorpresa così intelligentemente organizzata e anche così affettuosamente realizzata.   Io non credo di avere crediti nei confronti di nessuno, credo di avere pochissimo di cui vantarmi e moltissimo di cui pentirmi: lo dico proprio con assoluta sincerità davanti a Dio. E quindi sono felice di avervi tutti insieme.  

Ci troviamo qui questa sera per ringraziare il Signore. L’anno scorso, grossomodo in questi giorni, mica ero così convinto che ci sarei stato stasera. Eppure c’ero passato attraverso i gironi infernali che il professor Mineo conosce bene e ne siamo usciti vivi, che è già un grandissimo successo questo, vero. Non sono di quelli che dicono "quanto è bello morire" quando sarà, quando verrà la mia ora. Finché ci siamo viviamo. E viviamo la vita nella maniera più intensa possibile. La vita bisogna amarla in tutte le sua manifestazioni e anche questa sorta di risurrezione ha un suo senso, qualcuno o qualcosa vorrà dire.

Comunque, ripeto, questa è una messa, soprattutto, di ringraziamento per quanto mi concerne. Appena chiudo gli occhi vedo sfilare davanti a me tante persone in ottant’anni, quanti nomi, quanti volti. E’ una folla, è una folla. Dovrei dire qualcosa per ciascuno di loro. Ma come si fa? Sono tanti, sono troppi e tutti meritevoli di essere in questo momento ricordati. Consentitemi di ringraziare in maniera particolare la mia famiglia. Stamattina abbiamo fatto il giro dei cimiteri, che non è neanche quello un giro triste. Abbiamo rivisto il papà, il babbo, la mamma, i nonni. Poi tante altre persone che non ci sono più e alle quali, però, io sono legato non solo da ricordi ma anche da un dovere di riconoscenza profonda che sento, che vivo con intensità. Per esempio, qualche rimorso nei confronti dei miei genitori ce l’ho. Loro mi hanno dato tanto, mi hanno dato tutto, io non ho dato a loro quasi niente. E poi tanti altri. I sacerdoti che mi hanno cresciuto.  

Sono contento che qui ci sia oggi anche l’arciprete del paese dove sono nato, il quale mi ha omaggiato di una cosa singolare: il certificato del mio battesimo. Sembra nulla, ma è una cosa importante. A Sant’Angelo c’è il fonte battesimale dove sono stato battezzato. A Sant’Angelo c’è San Nicola che è il nostro Santo. Non solo, ma mi collega anche con un altro, Don Nicola che, ahimè, è mancato da pochi mesi ed era l’arciprete, il parroco di questa chiesa ed era un caro amico che amo ricordare questa sera in maniera particolare, insieme a tutti gli altri, per carità. Sono grato per quello che avete fatto. Ripeto: ho più cose di cui pentirmi, che di cui vantarmi, nonostante le parole che ha detto don Sciortino, generoso come sempre.

Voglio dire una parola soltanto a proposito della liturgia di questo giorno, di questa domenica. Noi in realtà stiamo celebrando la Messa di domani mattina. Questo Vangelo, che abbiamo appena ascoltato, è veramente il Vangelo della tenerezza di Dio. Quando noi pensiamo a Dio riusciamo con molta fatica a focalizzare un’immagine. "Chissà come sarà, mah!". Non bisogna mai parlare di Dio in maniera facilona, perché non è così così semplice. Ma se noi immaginiamo il volto di Dio in controluce con quello di Cristo, tutto diventa più facile.

Voi avete visto nel Vangelo che Gesù guarda questi suoi discepoli turbati, confusi dalle sue parole, perché ha già dettato i cosiddetti discorsi d’addio, cioè le parole che Gesù ha rivolto ai suoi discepoli alla vigilia della sua Passione e della sua morte. Li vede turbati e lui dice a loro una cosa estremamente semplice. Dice: "Credete in Dio e credete anche in me". Cioè credete vuol dire fidatevi di Dio e fidatevi anche di me. "Guardate quel che io ho fatto per voi e voi dovrete semplicemente fare lo stesso quando vi troverete a contatto con gli altri, niente di più, niente di meno".

Non è venuto il Signore a portarci il messaggio, le belle parole. Ha detto: "Guardate, mettete i piedi dove vanno messi. Ripetete agli altri quello che vi ho detto, fatevi miei portavoce". E’ per questo che noi siamo preti, per dire, raccontare agli uomini la tenerezza di Dio, rivelatasi in Gesù Cristo. Tutte le altre cose sono assolutamente secondarie. Se noi non riusciamo a trasmettere, trasferire questo messaggio di vita incarnata alle persone con le quali ci rapportiamo, che cavolo di pastori siamo, che preti siamo? Dio ci vuole veramente bene. Se noi non riusciamo a trasferire alle persone - quale sia il nostro ruolo, il Parroco, il Vescovo, il Papa - questo messaggio, abbiamo mancato assolutamente alla sostanza della nostra vocazione. Noi siamo preti per questo, per dire agli uomini, per dire a loro che Dio gli vuole bene, che Dio li ama e per fargli vedere in che cosa consiste questo amore. Questa è, non soltanto la nostra missione, ma anche quello che rende piena la nostra vita.

Tante volte ho avuto occasione di dire, anche parlando ai miei confratelli, nella vita il rispetto delle regole, il rispetto degli orari. Queste sono cose troppo piccole per spenderci una vita. Noi non possiamo esserci fatti preti per rispettare gli orari, per rispettare le regole. Sono cose troppo meschine per giocarcisi la vita. Bisogna avere convincimenti un pochino più profondi, ideali e valori un pochino più importanti. E se noi invece riusciamo davvero a far percepire questo amore che c’è, allora possiamo essere anche sereni e tranquilli di fronte al tribunale di Dio, di non essere vissuti invano, di non aver sprecato la nostra vita. Vi lascio solo questo pensiero. Oggi è con noi, ricordiamo la tenerezza di Dio rivelataci da Cristo. San Filippo dice: "Facci vedere il Padre e siamo contenti" e Gesù risponde: "Guarda me" e basta. "Chi vede me, vede il Padre". Non perdetevi tanto dietro a delle elucubrazioni. I filosofi, anche i teologi, come tutti i preti. Ma non è, il messaggio è un’altra cosa, che noi, noi preti, dobbiamo fare un’altra cosa.  

Se io posso dire d’avere amato qualcosa è stato questo contatto, che ho tenuto per molti anni, diretto con i lettori, in cui ho sempre cercato di defilarmi un po’ per far parlare il Vangelo, per far parlare la gente, ascoltarla, sentirla, darle spazio, darle voce. E poi aspettare le reazioni, senza pretendere d’insegnare una cosa a nessuno, perché uno solo è il vostro maestro, Cristo. E’ scritto nel Vangelo. Non chiamate gli altri Maestri, perché uno solo è il vostro Maestro.

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gian-bi_1971  09/01/2010 Mi è dispiaciuto tantissimo quando l'ho sentito al telegiornale. Sono senza parole. E' importante che ci sia sempre qualche sacerdote come guida spirituale. Sono vicino alla Redazione tutta per questo Evento! Gianvito Bisci

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