Da una parte ci sono le undici vittime per l'influenza A, cinque in sole 24 ore e gli oltre 15mila contagi in Italia a partire dal maggio scorso, con il ministro della Salute Ferruccio Fazio che ha sottolineato come l’Italia sia il Paese “con la
maggiore incidenza percentuale di casi di nuova influenza in Europa“; dall'altra c'è il fatto che dieci degli undici casi complessivi hanno riguardato pazienti affetti da altre gravi patologie preesistenti e la rassicurazione dello stesso ministro Fazio: "Fino a oggi l’influenza A ha causato 11 morti su 400 mila casi stimati. L’anno scorso la stagionale ha provocato 8 mila morti a fronte di 4 milioni di casi. Dunque l’incidenza dell’influenza A è dello 0,02 per mille contro lo 0,2 per mille dell’influenza stagionale. La stagionale appare quindi 10 volte più aggressiva dell’influenza A». In mezzo ci sono gli italiani che non sanno bene se, quando e da chi vaccinarsi. Il ministero ha previsto una prima fase partita il 15 ottobre che prevede il vaccino per 8 milioni di persone: operatori dei servizi sanitari, forze dell'ordine, malati cronici, donne al secondo e al terzo mese di gravidanza. Dopo il 30 gennaio è invece prevista una seconda fase che riguaderà altre 16 milioni di persone, fra i 6 mesi e i 27 anni.
Il problema è che non ci sono regole uniche per tutto il Paese: ogni regione decide per sè come e dove vaccinare, programmando anche in base all'arrivo delle dosi che procedono ovunque a rilento rispetto alle richieste. A seconda di dove ci si trova, dunque si dovrà andare dal proprio medico curante, dalle Asl o, nel caso di regioni come il Molise e la Valle d'Aosta, ancora non si sa. Ad aumentare ulteriormente la confusione, c'è il fatto che gli stessi medici appaiono riluttanti a vaccinarsi, o perché ritengono di essere immuni grazie all'età avanzata, o perché temono possibili effetti indesiderati. In Lombardia il vice-direttore sanitario della clinica Humanitas di Milano Michele Lagioia,
specialista in Igiene e Medicina Preventiva, monitora costantemente la situazione. Due dati spiccano sugli altri: una diffusione più rapida del previsto dell'influenza A e la presenza di molti bambini ammalati: "Confrontando la curva della 42esima
settimana del 2008 con la stessa settimana del 2009, in cui è presente
il virus A/H1N1, si evidenzia come nei bambini fra 0 e 4 anni e fra i 4 e i 14 anni l'incidenza relativa dell'influenza (ossia il numero di casi rilevati dalla rete di monitoraggio ogni 1.000 abitanti) sia da 6 a 9 volte maggiore. Una differenza meno evidente nel resto della popolazione, dove comunque il numero dei casi è circa doppio. Si
conferma, tuttavia, anche il quadro clinico non severo dell'influenza
A/H1N1: non si hanno infatti notizie di un'ospedalizzazione consistente
di casi pediatrici. Con tutta probabilità, da ora in poi la
diffusione del virus non potrà che aumentare. Inevitabilmente, quindi,
l'incidenza della malattia nella popolazione fra i 5 e i 56 anni
inizierà ad impattare sulle dinamiche lavorative. Data la sorprendente
rapidità di diffusione del virus A/H1N1 osservata ultimamente
(ricordiamo infatti che l'Istituto superiore di sanità prevedeva il
picco massimo a dicembre), di certo anche a causa del rapido
abbassamento delle temperature, diventa sempre più critica la tempestività della campagna vaccinale per poter beneficiare di un'arma di prevenzione efficace e sicura. Il vaccino antipandemico, infatti, garantisce l'80-90% di immunizzazione e i suoi effetti collaterali testati sono molto bassi".
Da una ricerca del Censis infine emerge che sei italiani su dieci non sono spaventati dal virus H1N1. A non temere una pandemia è il 61,4% degli italiani, soprattutto gli uomini (68,1%), i laureati (74,4%), i residenti del Nord-Ovest (66%) e del Nord-Est (74,5%). Ad avere meno paura sono, inoltre, gli abitanti dei centri urbani più piccoli - fino a 10 mila abitanti (61,9%) e tra 10 mila e 30 mila abitanti (64,4%) - e gli italiani più giovani (più del 65%).