Il 2012 è l’Anno europeo dell'invecchiamento attivo e della solidarietà tra le generazioni: un’occasione per riflettere insieme su come viviamo rimanendo in salute più a lungo, nonché per cogliere le grandi opportunità storiche che derivano dalla longevità. Mentre la vita media si allunga sempre di più, l’anziano non può continuare a essere considerato un problema, un generatore di costi.
Al contrario, la stragrande maggioranza degli ultra sessantenni rappresenta una risorsa preziosa. Nel 1900 in Italia la vita media era di 44 anni. Oggi, con giapponesi e francesi, siamo tra i popoli più longevi del mondo. L’incremento della speranza di vita, iniziata da oltre un secolo, potrebbe però arrestarsi con la crisi economica e sociale che sta impoverendo il nostro Paese e tutto l’Occidente. Comunque la demografia ci lascia intravedere un potenziale umano incredibile: milioni di nonni in buona salute che aiutano le famiglie, sostituiscono il welfare, sono impegnati nel volontariato, in parrocchia e in tante attività sociali.
Una prospettiva a cui guarda da tempo la pastorale degli anziani, che nelle parrocchie di tutt'Italia promuove veri e propri percorsi formativi e occasioni di impegno per rendere sempre più protagonisti gli over sessanta della propria stagione vitale. Il mensile Club3-Vivere in armonia racconterà per tutto il 2012 le più belle esperienze che vedono impegnati gli anziani nelle diocesi e nelle parrocchie. Incominceremo con il numero di febbraio in cui pubblicheremo un ampio dossier sulle storie raccolte in varie zone del nostro Paese. Protagonisti saranno i nonni e le nonne e tutti coloro che in silenzio, giorno dopo giorno, donano il proprio tempo al servizio della comunità. Come diceva Giovanni Paolo II: “Avete ancora una missione da compiere, un contributo da dare”.
“Che
l’Italia sia un Paese che tiene i suoi giovani in scarsa considerazione è
risaputo. Giovani con scarse prospettive famigliari, di lavoro, previdenziali,
di volta in volta definiti sfaticati, menefreghisti, “bamboccioni” guardano con
disincanto al loro futuro, avendo ogni giorno di più la riprova di quanto
tenaci siano le resistenze delle generazioni più anziane a rinunciare a qualche
privilegio”. Parole pesanti come pietre scritte da Elsa Fornero pochi mesi fa
(“Sacrificati i diritti dei giovani”, articolo pubblicato sul Sole 24 ore
del 20/4/2011). Il ministro del Lavoro e delle politiche sociali, dal di là dei
dettagli dell’ultima riforma delle pensioni, da anni si batte con forza per
realizzare un sistema previdenziale più giusto e più rispettoso delle future
generazioni.
Il ministro Fornero non è alla ricerca di consenso e non deve mantenere il consenso. Il suo è un mandato a termine. E' un ministro che scade come lo yogurth. Per un segretario di uno dei grandi sindacati di massa è diverso. Rappresentano milioni di pensionati. Mantenere il consenso (le tessere!) è vitale. Urlano. Protestano. Si occupano dei giovani? Sarebbe strano dato che i loro sostenitori sono pensionati.
Ci siamo: è già accaduto alla Grecia nell'indifferenza generale. Ora tocca all'Italia. I segnali sono inequivocabili e solo il pudore della grande stampa, che appoggia a occhi chiusi il salvatore della Patria, impedisce di gridare a viva voce che il nostro Paese è in una condizione di default. Bastano due segnali chiarissimi: il pagamento dei crediti da parte della pubblica amministrazione in titoli di Stato e l'allungamento dei pagamenti ai fornitori che in alcuni casi sfiorano i due anni.
Tanto che l'Agem (Associazione della ristorazione collettiva e servizi) ha diramato proprio oggi un comunicato in cui esprime la sua forte preoccupazione per il pagamento dei crediti della pubblica amministrazione con i titoli di Stato, chiarendo che "non è un metodo di risarcimento applicabile alle aziende di ristorazione collettiva". L'Angem fa notare come questa misura non risolve in alcun modo le sofferenze economiche delle aziende dovute al ritardo con cui lo Stato paga; ritardo, che spesso arriva a toccare anche i 600 giorni e oltre dalla data della fatturazione contro i 30 previsti per legge.
Le aziende di ristorazione collettiva, spiega ancora Angem, sono caratterizzate da alta densità di manodopera (il personale va retribuito mensilmente e rappresenta il circa 50% dei costi) e sono obbligate a pagare, invece, i fornitori non oltre i 45 giorni. «Che cosa facciamo – si domanda retoricamente il presidente Angem, Ilario Perotto – paghiamo poi il nostro personale in Bot o Btp? Nelle nostre aziende l’incidenza del personale è molto alta e non si registra la stessa redditività di altri comparti industriali. La ristorazione collettiva non può accettare questo genere di compensazione».
Non è escluso che lo Stato in crisi di liquidità voglia utilizzare questo "trucco" per non pagare i 70 miliardi di euro di crediti verso i suoi fornitori. Da qui al non essere in grado di pagare gli stipendi degli statali il passo è breve. Quando qualcuno non può pagare, si utilizza la parola insolvenza oppure default o fallimento. Nessuno però lo dice. La verità fa paura. Il pacchetto che il Governo varerà, lunedì 5 dicembre, dovrebbe allontanare lo spettro del fallimento dell'Italia. Nel frattempo diamo un po' di Bot e Btp ai parlamentare al posto delle ricche indennità che intascano.
Ecco alcuni tra i tanti commenti trovati su Facebook che fannno pensare in che mani eravamo finiti.
Renato. Palmieri... (on. Palmieri del Pdl, ndr.) a
vederlo bene questo governo... fa schifo!!!! altro che tecnici,
tutti sinistroidi o catto-comunisti come Andrea Riccardi...Fabrizio Barca!!!! Profumo già candidato Pd alle primarie....non votatelo o
marcate le distanze circa un'ora fa.
Il mio commento sempre su Facebook: Definire
Riccardi un cattocomunista significa essere completamente disinformati.
Il Pdl ha ancora consenso perché pesca nell'opinione pubblica che si
forma guardando la Tv. L'onorevole Palmieri lo sa bene anche se fa finta
di nulla.
Enrica. Bello il terzo polo un fascista un democristiano e un comunista che gioia!
Gianfranca. No, non
faccio parte del popolo della responsabilità, purtroppo sarebbe più
calzante IL POPOLO DEI FREGATI. e il signor Giuseppe Altamore lo sa
bene,anche se ostenta la tipica alterigia e disprezzo verso quella massa
di beoti che danno ancora il loro consenso al Pdl, plagiati dalla Tv. Ma
quanta inutile sicumera!
Altamore. Ma
predetevela con i vostri... Silvio si è dimesso perché è stato tradito
dai suoi. Non ha avuto più la maggioranza! Ogni tanto non guardare
Colorado e simili può fare bene, anche alla salute.
Renato. Altamore io quelli di Sant'Egidio li conosco da 30 anni.....sono quelli convinti che il comunismo fosse l'attuazione del Vangelo.
Bocciato dalla ex moglie. Bocciato dalla Chiesa. Bocciato dalla Confindustria. Bocciato dal Fondo monetario internazionale. Bocciato dalla Bce. Tradito dai suoi. Bocciato dal mercato finanziario. Forse dimentico qualcuno, ma credo che sia sufficiente. Non era capitato a nessun presidente del Consiglio dell'era repubblicana, nemmeno a Craxi. Si chiude così il sipario su un uomo che verrà ricordato più per la sua abilità a raccontare barzellette e per il Bunga Bunga che per essere stato un uomo politico e addirittura il fondatore della Fininvest.
Ma il dopo Silvio non sarà comunque facile. E' come un dopoguerra. C'è da ricostruire. Solo che nel 1945 c'era Alcide De Gasperi. Oggi abbiamo Mario Monti. Per carità, un uomo al di sopra di ogni sospetto, apprezzato da tutti. Ma stiamo entrando in una fase in cui c'è una sospensione della democrazia e della sovranità nazionale. Siamo costretti a essere governati da finanzieri e banchieri, con l'obiettivo di rimettere in sesto i conti dello Stato, a costo di enormi sacrifici. Siamo già tutti più poveri e meno liberi. Eppure, meno male che Silvio non c'è...
Oltre la metà dell’ingente debito pubblico italiano è nelle mani di creditori stranieri. 511 miliardi di euro in obbligazionisono detenuti dalla Francia. Un particolare di non poco conto che va connesso con un altro punto importante:l’acquisto quotidiano da parte della Bce (Banca centrale europea) dei nostri Btp per evitare di scivolare nello stato di insolvenza. Insomma, il nostro è sempre di più un Paese a sovranità limitata, come ci insegnano le vicende economico finanziarie delle ultime settimane.
Ad aggravare il quadro, la debolezza politica dell’Italia che crea una sorta di cappa depressiva e impedisce la ripresa della fiducia dei mercati finanziari e della stessa economia che, nel primo semestre del 2011, aveva incominciato a mostrare i primi timidi segnali di ripresa. La storia purtroppo ci insegna che un debito pubblico insostenibile diventa il presupposto per la perdita effettiva della sovranità. Sono i creditori che bussano alla porta e chiedono il pignoramento dei beni.
La Repubblica di Genova, strangolata dai debiti, per esempio, ha dovuto vendere la Corsica alla Francia nel 1768. Se analizziamo con attenzione la struttura finanziaria dello Stato italiano si possono scoprire fatti che parlano da soli. Per esempio, la Banca d’Italia non è un istituzione pubblica ma una banca privata, i cui azionisti sono i maggiori istituti di credito, a loro volta partecipati e controllati da capitale estero. Il patrimonio pubblico, i cosiddetti beni comuni, spesso sono stati assegnati a società per azioni che ricadono nell’ambito privatistico. Molte di queste società che gestiscono importanti servizi essenziali, come l’acqua potabile, sono quotate in Borsa e nella loro compagine azionaria appaiono grandi multinazionali estere. Forse non venderemo la Sicilia ai francesi, ma c’è già chi da oltreconfine comanda in casa nostra.
Finalmente i vescovi escono allo scoperto. Il cardinale Bagnasco, come si può leggere nel testo integrale qui sotto, non ha usato mezzi termini. Davanti a «racconti che, se comprovati, a livelli diversi rilevano stili
di vita difficilmente compatibili con la dignità delle persone e il
decoro delle istituzioni e della vita pubblica», il cardinale Angelo
Bagnasco punta il dito contro «i comportamenti non solo contrari al
pubblico decoro ma intrinsecamente tristi e vacui» oggetto in queste
settimane di inchieste giudiziarie e di molti articoli di giornali.
La domanda ora è che cosa faranno i cattolici come l'onorevole Lupi? Continueranno a scindere vita pubblica e vita privata? Continueranno nella folle idea che i vizi sono privati e le virtù pubbliche, ammesso che il vecchio malato di sesso abbia mostrato qualche pubblica virtù? Se i cattolici del Pdl non vogliono perdere la faccia e la possibilità di ripresentarsi al giudizio degli elettori devono uscire dalla maggioranza. Ma l'onorevole Lupi non ascolta i vescovi. Ha già detto che il cardinal Bagnasco si riferiva a tutta la classe politica. Ci vuole del pelo sullo stomaco per mentire in modo così spudorato.
L'onorevole Milanese salvato dalla sua maggioranza con soli sette voti di scarto. Il Pdl esulta. «Dobbiamo votare compatti, respingere
l'attacco della magistratura, restare uniti contro lo stato di polizia».
Silvio Berlusconi invita i ministri alla coesione. Sembra di essere in
uno stato di polizia giudiziaria, è il momento di respingere gli
attacchi, afferma il premier riferendosi anche al voto sul "caso
Milanese".
Il Cavaliere durante il Consiglio dei ministri ha ripetuto di
essere vittima di una persecuzione giudiziaria e di voler procedere
spedito con la riforma sulle intercettazioni. L'uomo al di sopra della legge, fa prevalere il suo personale interesse muovendo un Parlamento composto da inquisiti e nominati, ex modelle, avvocati personali e Scilipoti di varia origine.
Continua lo scempio delle coscienze e il saccheggio dell'Italia a opera degli speculatori che attendono come avvoltoi che il morbo del berlusconismo consumi il Belpaese.
I cristiani attendono dai vertici della Chiesa parole chiare sui comportamenti del premier. Il silenzio, che ci auguriamo possa essere solo temporaneo, sta diventanto imbarazzante e pericoloso. Pur con tutte le cautele del caso e con il dovuto linguaggio evangelico, chi si occupa delle nostre anime ha il dovere di parlare per non accrescere quel senso di lontananza dalla politica intesa come ricerca del bene comune.
E' un silenzio che, se dovesse perdurare, stende un velo di tristezza e arriva a minacciare la speranza in un mondo migliore. Come si fa a non indicare una via di uscita di fronte a quello che veniamo a sapere e che rivela una visione della vita lontanissina dal messaggio cristiano?
Se il rating ha tolto un voto all'Italia è colpa dei cattivi giornalisti! L'affermazione del vecchio malato di sesso è l'ennesima prova del continuo rovesciamento programmato di ogni morale. Un'abilità che è comune ai criminali e ai mafiosi che hanno perfino gli altarini in casa.
Ora, di fronte allo scenario che abbiamo di fronte, il silenzio rischia di essere interpretato in tanti modi. Quel velo di tristezza che scende sui nostri volti è un danno più profondo della crisi economica.
Il collega Ferrucio Pinotti, tempo fa, ha scritto un bel libro molto documentato dal titolo forte: L'unto del Signore. Si narra di un certo Silvio Berlusconi che agli esordi della sua avventura da palazzinaro riceve una speciale investitura da una parte della Chiesa.
Senza togliervi il gusto di leggere il libro-inchiesta molto ben documentato che descrive il passaggio di denaro dalle valigie dei mafiosi allo Ior (Istituto opere religiose) e da questo alla Banca Rasini (direttore era il papà di Silvio), passaggi che sono atti giudiziari, cui tutti possono accedere, c'è da chiedersi perché oggi la Chiesa sia così silenziosa sui comportamenti del nostro Presidende del consiglio.
Eppure basterebbe lanciare un segnale preciso alla componente cattolica (Comunione e liberazione) che potrebbe, per coerenza morale, lasciare il vecchio malato di sesso solo soletto e contribuire così a salvare l'Italia, non solo dal baratro della crisi ma soprattutto dalla progressiva scristianizzazione operata da un modello comportamentale che guida la logica politica del partito che regge le sorti del Governo.
"La patonza deve girare...". Il nostro "statista" che parla come un camionista al telefono con un faccendiere-magnaccia è la triste profezia autoavverantesi di un grande giornalista, Indro Montanelli, che ebbe a dire, in tempi non sospetti, che l'avvento dell'innominabile in politica avrebbe reso insopportabile la parola Destra per almeno 50 anni.
Centinaia di telefonate tra il premier
Berlusconi e Gianpi Tarantini negli atti giudiziari
dell'inchiesta barese sulle escort depositati ieri. In una di
queste Tarantini propose a Berlusconi ''di volare tutti insieme
sull'aereo presidenziale, dicendo che le ragazze (che aveva
reclutato) abitavano a Milano e facendo credere che lui
(Tarantini stesso,ndr.) aveva un impegno di lavoro in città
l'indomani mattina''. I fatti si riferiscono al 26 novembre
2008. Fatti tristisssimi che coinvolgono un vecchio malato di sesso che paga per avere il conforto di una giovane fanciulla. Il presidente del Consiglio con i suoi capricci sta buttando all'aria l'Italia, ma sta distruggendo la Destra. Se ne rendono conto i suoi elettori? Purtroppo Silvio c'è. Ancora.
Da quando la legge ha trasformato le municipalizzate in società per
azioni, è caduto l'ultimo baluardo: il pubblico concorso. Adesso si
assume per chiamata diretta e gli organici sono zeppi di parenti
eccellenti e di "portatori di voti". Secondo la Corte dei conti esistono 5.860 organismi partecipati da 5.928 enti (Comuni e Province), costituiti da 3.787 società e 2.073 organismi diversi. Il 64,62% (3.787) è rappresentato da organismi aventi forma giuridica societaria. Di essi, il 43,17% (1.635) è formato da società per azioni, il 37,02% (1.402) da società a responsabilità limitata, il 14,68% (556) da società consortili ed il 5,12% (194) da società cooperative. Il 35,38% (2.073) dei 5860 organismi partecipati ha forma giuridica diversa dalla societaria. Di essi il 61,55% (1.276) è consorzio, il 14,18% è fondazione, il resto èrappresentato da altri organismi (istituzioni, aziende speciali, aziende servizi alla persona,ecc.). Il 34,67% degli organismi partecipati si occupa di servizi pubblici locali, dato composto da una percentuale del 10,26% che si occupa di ambiente-rifiuti, del 9,46% che si occupa di servizio idrico, dell’8,24% che si occupa di trasporti, del 6,71% che si occupa dienergia e gas. Degli organismi partecipati che si occupano di servizi pubblici locali, il 44,39%riveste la forma di società per azioni, il 23,91% di s.r.l., il 17% di consorzio, il 3,33% disocietà consortile.
Di recente sono stato in Sicilia, proprio mentre imperversava la tempesta finanziaria. Nell'entroterra della più grande isola del Mediterraneo, arrivavano gli echi degli alti e bassi della Borsa nei sonnacchiosi paesini appollaiati sulle rupi sotto un cielo turchino che è difficile trovare altrove. Apparentemente nessuno sembrava interessarsi alla crisi. Una sorta di rassegnata pazienza sembrava avvolgere il giallo paesaggio delle stoppie estive.
Qualcuno mi faceva notare che da quelle parti la crisi non c'è. E già questo appare sorprendente. In effetti non è proprio così. Non c'è la crisi perché non c'è neppure un tessuto produttivo ed economico. E allora di che cosa vive la popolazione locale? L'agricoltura è residuale, così pure la pastorizia che insieme danno lavoro a due o tre famiglie. Ma solo in parte. Eppure in un paesino ci sono negozi, perfino piccoli supermercati. La gente si muove in auto, perfino con gli ingobranti fuoristrada anche solo per percorrere poche centinaia di metri. Dunque esiste una circolazione monetaria per quanto ridotta. Da dove arrivano i quattrini?
La prima grande "industria" è costituita dalle pensioni dei vecchi. Su 2.087 abitanti, con un'età media di 47,1 anni, ci sono 1.000 pensioni. Quarantacinque famiglie campano grazie allo stipendio del Comune. Altrettanti sono i "lavoratori socialmente utili", tradotto vuol dire categoria di assistiti che gravano sulle finanze degli enti locali. E ancora si contano una quarantina di operai forestali. Ce ne sono oltre 30.000 in tutta l'isola, divisi in due grandi categorie: i cinquatunisti e i centocinquantaunisti. Sono padri di famiglia impegnati stagionalmente nei rari boschi siciliani che ogni tanto ardono misteriosamente. Quando i forestali non corrono tra gli alberi bruciacchiati risultano disoccupati e quindi retribuiti con l'apposita indennità Inps. Nel frattempo fanno di tutto: i contadini, gli allevatori, gli imbianchini... In nero. La crisi è altrove. Calati juncu ca l'acqua passa...
“Andrà sempre peggio di qui in avanti, e il potere d’acquisto delle famiglie tenderà a scendere sempre più, con effetti negativi sui consumi e sull’intera economia”, gridano le associazioni di consumatori. Al di là della bontà dei provvedimenti varati dal Governo, non si può non sottolineare lo sforzo del ministro dell’Economia volto al risanamento dei conti pubblici. Tremonti, che può stare anche antipatico, ha sottolineato l’aspetto etico della manovra: “Non si può vivere a debito delle generazioni future”.
Non si possono lasciare miliardi di euro da rimborsare sulla testa di chi ancora non è neppure nato. Il nostro debito pubblico, tra i più alti al mondo, sfiora i 1.900 miliardi di euro! I provvedimenti economici del Governo puntano a non incrementarlo. Per ridurlo ci vuole ben altro. Eppure già così i sacrifici che si profilano all’orizzonte sono enormi. A pagare però sono sempre le famiglie e i pensionati, non certo gli evasori o i criminali che sfuggono alle tasse e non sono toccati dal ridimensionamento della reversibilità o dall’allungamento dell’età pensionabile. Che altro allora si potrebbe fare? La vera rivoluzione sarebbe recuperare l’immensa evasione fiscale che dilaga in Italia. Sfuggono alla tassazione quasi 180 miliardi di euro, cui si aggiunge il fatturato della criminalità organizzata.
Il bilancio delle vittime
dell'epidemia di Escherichia coli è salito a quota 44 a livello
europeo, 43 delle quali in Germania, una in più rispetto a
ieri: lo ha reso noto oggi l'Istituto Robert-Koch di Berlino.
Allo stesso tempo, il numero dei casi complessivi in Germania è aumentato a 3.717 (tra Ehec e Seu), 29 in più rispetto ai
3.688 di ieri.
La paura serpeggia nel Vecchio Continente colpito periodicamente da scandali ed emergenze alimentari di vario tipo e origine. Prima o poi dobbiamo interrogarci seriamente sul nostro modello di sviluppo alimentare. Recentemente ho avuto modo di conoscere la scuola macrobiotica italiana fondata da Mario Pianesi. Un personaggio affascinante che si muove in silenzio per il bene comune. Tra le sue numerose iniziative, i negozi e ristoranti UPM (Un punto macrobiotico).
Organizzati generalmente come Circoli Culturali, offrono alla popolazione la possibilità di acquistare alimenti e prodotti provenienti da coltivazioni e trasformazioni che non praticano l'uso di prodotti chimici di sintesi, e che utilizzano "semi antichi" e comunque capaci di autoriprodursi. La stessa attenzione viene mantenuta nelle diverse fasi della conservazione, della trasformazione e della cucina dei piatti (a base principalmente di cereali, verdure e legumi, ma anche pesce) che vengono poi proposti nei ristoranti UPM; piatti preparati secondo i principi di equilibrio della Macrobiotica Ma-Pi.
I centri UPM si segnalano anche per una precisa scelta di politica sociale dei prezzi che rende accessibile anche alle fasce di popolazione più disagiate la possibilità di seguire una alimentazione più sana: la zuppa e il piatto misto, pasto completo basato su una zuppa di verdure e/o cereali e di un piatto unico con cereali (riso, miglio, orzo, pasta, etc.), verdure e legumi, viene offerto ad un prezzo base di 8 euro, che scende a 6 euro nel caso del socio abituale, a 4 euro per i pensionati, gli studenti non lavoratori e a 3,50 euro per le forze dell’ordine. Provare per credere.
Vi propongo una mia intervista pubblicata sul settimanale Vita
Scenario numero uno. Il referendum sull’acqua pubblica del 12-13 giugno non raggiunge il quorum. A pochi mesi di distanza, entro il 31 dicembre, scattano gli effetti della Legge Ronchi, quella che la consultazione mirava ad abrogare. A Milano, quindi, per esempio, Metropolitana Milanese (che gestisce l’acqua in città) e Amiacque (in provincia), attualmente società a totale controllo pubblico, vengono messe sul mercato: come sancisce la legge, almeno il 40% del loro capitale deve andare a soci privati. Si fa una gara a evidenza pubblica, aperta a tutti, anche alle multinazionali. «Si tratta di società pubbliche che sono dei veri e propri gioielli», spiega Giuseppe Altamore, giornalista, autore di Acqua Spa, uno dei massimi esperti italiani delle questioni legate all’oro blu. «Inevitabile dunque che ci sarà molto interesse da parte dei privati a conquistarne il controllo». Anche perché, aggiunge Altamore, «la legge è fatta in modo tale che a qual 40% di socio privato viene di fatto affidata la gestione, è il socio operativo, che governerà la società». Vantaggi per il consumatore milanese? «Zero, anzi: verosimilmente si troverà di fronte a un aumento delle tariffe, perché i nuovi soci privati dovranno prevedere dei profitti maggiori».
Oggi, lo ricordiamo, per portare l'acqua potabile ai rubinetti di casa, MM fattura 0,55 euro ogni mille litri, comprensivi di fognatura e depurazione dei reflui. Uno dei prezzi più bassi d'Europa. La tariffa media di Amiacque è 0,72 euro, tra le più competitive del continente ed inferiore alla media nazionale (1 euro). Lo stato della rete distributiva di Milano e provincia è in linea con i migliori riferimenti europei, con perdite complessive del 10% per la città e del 20 per la provincia (la media italiana viaggia sul 30%). Un caso (ma non l’unico) in cui la gestione pubblica fa rima con efficienza e tariffe basse (e anche con la qualità dell’acqua che sgorga dal rubinetto) e dove l’obbligo di ingresso dei privati, previsto dalla Legge Ronchi, non porterebbe alcun miglioramento, anzi. Qualcuno obietterà: ma in altri luoghi dove la gestione pubblica è stata disastrosa, come in Sicilia, in Puglia, in Sardegna? Non c’è da augurarsi che l’ingresso dei privati possa portare finalmente la fine degli sprechi (in Italia si viaggia su una media del 30% di perdite nel viaggio dell’acqua fino al rubinetto), delle clientele, delle logiche spartitorie? La risposta è: magari fosse così semplice. Il rischio, in realtà, sempre rimanendo nello scenario 1, quello del mancato quorum del referendum, è che «le gare di alcuni gestori, soprattutto al centrosud, vadano deserte». Perché gli appetiti dei privati si concentrerebbero unicamente sulle società sane, trascurando quelle in grande difficoltà. «A Palermo», racconta Altamore, «Iride (l’utility del Nordovest, nata dalla fusione tra Amga e Aem To, ndr) vuole lasciare Società Acque Potabili, perché hanno 14 milioni di debiti». Altrimenti, anche se qualche privato decidesse di rilevare società in difficoltà, non avrebbe alternative all’aumento delle tariffe. Il caso di Agrigento, tanto per restare in Sicilia, la dice lunga: tariffe tra le più alte d’Italia e una situazione del servizio ancora lungi dal migliorare significativamente.
Scenario 2. Quorum raggiunto e vittoria dei sì. L’acqua e la sua gestione ritornano una faccenda totalmente pubblica? Con il corollario di carrozzoni clientelari e inefficienti che questo porta con sé? Anche in questo caso, è troppo semplice liquidare la faccenda così: «Succede», continua Altamore, «che si ritorna al sistema che c’era prima del decreto Ronchi, cioè privatizzazione facoltativa. I Comuni che vogliono continuare a gestire il servizio idrico integrato attraverso società in house (totalmente a controllo pubblico, ndr) potranno continuare a farlo, chi vorrà quotarsi in Borsa potrà farlo, chi vorrà fare gare a evidenza internazionale potrà farlo». Un sistema misto, dove l’ingresso dei privati non è precluso (e dove, al momento, si aggira attorno al 10% della presenza). E dove può anche far bene. Altamore cita ancora la Sicilia: «L’Ente Acquedotti Siciliani è stato sostituito da Siciliacque (costituita per il 75% da soci industriali tra cui la multinazionale Veolia e per il 25% dalla Regione Siciliana, ndr) con risultati importanti: sono state ridotte le perdite idriche per un volume pari al fabbisogno di una città come Gela».
Lo stop al decreto Ronchi, quindi, non farà altro che riportarci alla situazione attuale, piuttosto a macchia di leopardo. A frenare l’ingresso dei privati nella partita dell’acqua, in realtà, sarà più la vittoria del sì nel secondo quesito, quella che interviene su un altro testo di legge (“Norme in materia ambientale”), laddove prevede che il gestore possa ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. «Con questo sì», spiega Altamore, « si stabilisce che non si possano fare profitti sull’acqua». Certo, quella legge rendeva – incautamente - i profitti totalmente svincolati dagli investimenti. Ma il tema di una rete da ammoddernare con investimenti massicci che le finanze pubbliche (e quindi la fiscalità generale) non possono garantire rimarrebbe aperto: «Per rimettere in sesto la rete idrica italiana servono 64 miliardi in tre anni, una cifra pari a 10 volte quella che serve per costruire il Ponte sullo stretto. È evidente che una cifra così non può arrivare dalle finanze pubbliche». E allora? Come completare virtuosamente lo scenario due? Per Altamore c’è solo un modo: «Affrontare, dal giorno dopo il referendum, una riforma organica del settore idrico, a 17 anni dalla Legge Galli. Anche perché avremo da affrontare un contenzioso con l’Europa, probabilmente. E un rischio di sanzioni».
La vittoria dei sì al referendum, dice Altamore, «può essere un indirizzo, può dare un’impronta, una spinta culturale, perché in realtà si tratta di una materia troppo complessa che non può essere liquidata in due quesiti referendari. L’abrogazione dovrà essere un punto di partenza per qualcos’altro, bisognerà ragionare su quale assetto dare al nostro sistema idrico». Per Altamore «sarà difficile fare a meno dell’esperienza dei privati , soprattutto per quanto riguarda gli investimenti indispensabili sulla rete. Con la presenza di un’Authority di controllo molto forte. Soprattutto, bisognerà ripartire a ragionare dalla vera idea di acqua pubblica: fare in modo che questo bene comune sia preservato per le nuove generazioni». Senza pregiudizi. E senza scorciatoie.
Il referendum contro la privatizzazione
dei servizi idrici rischia di annegare nel Decreto legge sviluppo che
istituisce la nuova Autorità per l'acqua. A breve sarà la Corte di
cassazione a dire l'ultima parola sulla possibilità o meno per i
cittadini di esprimersi liberamente il 12 e 13 giugno sui cardini
della privatizzazione dei nostri acquedotti, oggi in grande
maggioranza controllati dai Comuni.
Per la precisione si voterà su
due quesiti: il primo che chiede di pronunciarsi sull'obbligo per
gli enti locali di mettere sul mercato il servizio idrico
(privatizzazione), il secondo che riguarda i "profitti"
legati alla commercializzazione della risorsa. Il ministro
dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha espresso soddisfazione per
la decisione del consiglio dei ministri: «L'istituzione
dell'Autorità per l'acqua, nell'ambito del decreto sviluppo
rappresenta un grande traguardo a difesa di tutti i cittadini e della
risorsa-acqua».
Non la pensano allo stesso modo le organizzazioni
della società civile che hanno voluto fortemente il referendum per
arrestare una pericolosa deriva iniziata nel 1994, con la Legge Galli
che ha riformato il settore idropotabile e ha aperto la via della
privatizzazione. A lanciare l'allarme era stato Marco Manunta, un
coraggioso magistrato di Milano, che già dieci anni fa aveva scritto
un profetico pamphlet dal titolo: Fuori i mercanti dall'acqua. In
questi anni, una serie di interventi legislativi hanno preparato il
terreno al Decreto Ronchi che, alla fine, non ha più lasciato la
libertà ai Comuni di tenere il controllo degli acquedotti. Eppure,
nel marzo del 2005, nella Relazione semestrale al Parlamento dei
servizi segreti civili era stato detto pubblicamente che esiste il
rischio concreto che le nostre risorse vitali possano finire in mano
alle multinazionali straniere. Ecco perché un acquedotto non può
avere lo stesso status di un'azienda come la Parmalat, esposto alle
tempeste dei mercati finanziari.
“E`necessario, pertanto, che maturi
una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso
all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza
distinzioni ne´ discriminazioni”, ha detto Benedetto XVI in
occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione nel 2007.Può il mercato garantire un diritto
umano universale? “La Chiesa ha una responsabilità` per il creato
e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E
facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come
doni della creazione appartenenti a tutti”, si legge nella Caritas
in Veritate. Il “peccato
originale” della deriva mercantile è in una risoluzione
ministeriale firmata all'Aja nel marzo del 2000, apparentemente
innocua. In quell'occasione i rappresentanti di 118 Governi, a
conclusione del Forum mondiale dell'acqua, hanno sancito che
l'accesso all'acqua deve essere considerato un bisogno
vitale.
Una dichiarazione che sembra saggia e accettabile, ma che è
il risultato del rifiuto di molti esponenti pubblici di considerare
invece l'accesso alla risorsa come un diritto
umano e sociale, individuale e collettivo, imprescrittibile. Di
fronte al bisogno siamo consumatori, di fronte al diritto siamo
cittadini, indipendentemente dalla nostra capacità di spesa.
L'ultimo Bollettino economico della Banca d'Italia lancia uno sprazzo di luce sulle prospettive del lavoro in Italia. Secondo l'ufficio studi di Palazzo Koch, c'è una lieve crescita della domanda dell'occupazione nel settore dei servizi, segnatamente nei servizi privati alle famiglie, cioè le badanti. Più che uno sprazzo di luce, è un ulteriore segnale negativo perché il dato ci comunica che le famiglie, oltre a pagare un prezzo salato per la crisi, si devono pagare anche l'assistenza agli anziani.
Rimane assolutamente negativa la condizione dei giovani. La precarietà è un dato permanente e addirittura strutturale della nostra economia. La generazione dei trentenni e dei quarantenni sta sopportando il peso di uno sviluppo economico distorto da esigenze che sono molto lontane dalla tutela del bene comune. I riflessi sul futuro sono ancora tutti da valutare. Di sicuro insieme con la precarietà anche il futuro diventa incerto. A farne le spese sono le giovani famiglie in costruzione e tra qualche anno i pensionati "precari" con redditi da fame.
"È una città in stato comatoso": non misura le parole don Virginio
Colmegna, presidente della Casa della Carità, nel descrivere la
situazione dei servizi sociali a Milano. Secondo il sacerdote, nel
capoluogo lombardo "c'è una deriva culturale in cui tutto è ridotto a
controllo, ordinanze e rinuncia alle politiche sociali". Uno sfogo reso
pubblico questa mattina durante la firma dell'accordo di collaborazione
tra il centro studi Souq della Casa della Carità e la "Conferenza
permanente per la salute mentale nel mondo Franco Basaglia" (Copersamm)
che prevede l'instaurazione di una rete di servizi di tipo comunitario,
"capaci di sostenere i sofferenti di disagio psichico per una loro
concreta inclusione sociale".
Con la firma dell'accordo, la Casa della
carità entrerà a far parte di una rete mondiale. "In questo modo potrà
avvalersi delle conoscenze e dei metodi attuati negli altri Paesi",
sottolinea Franco Rotelli, presidente di Copersamm. La Casa della Carità
ha accolto in sei anni 1840 di 86 nazionalità, il 60% con problemi
mentali.
L'Agenzia italiana del farmaco (http://www.agenziafarmaco.gov.it/) ha
pubblicato sul suo sito Internet la cosiddetta "lista
trasparenza", che contiene l'elenco dei nuovi prezzi di
riferimento dei farmaci equivalenti fuori brevetto. Si tratta di
una lista di oltre 4mila farmaci (4.189 per l'esattezza), il cui
prezzo è stato ridotto, così come previsto dalla manovra
estiva 2010, sulla base del confronto con i prezzi vigenti in
altri Paesi europei, UK, Germania, Francia e Spagna. Il prezzo
dei nuovi farmaci, scontato fino a un massimo del 40%, entrerà
in vigore a partire dal 15 aprile.
E' utile ricordare che al momento dell'acquisto di un farmaco si può chiedere il "generico" al posto di quello di marca. E' lo stesso farmarco, non cambia nulla. Solo che quel princiopio attivo non è più coperto da brevetto e quindi può produrlo chiunque e vederlo a prezzo notevolmente più basso. Sul sito dell'Agenzia italiana del farmaco potrete trovare un mucchio di notizie. Per esempio, inserendo nella stringa di ricerca il nome del principio attivo potrete avere alcune informazioni utili, una vera e propria carta d'identità della medicina che stiamo per assumere.

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