Il referendum contro la privatizzazione
dei servizi idrici rischia di annegare nel Decreto legge sviluppo che
istituisce la nuova Autorità per l'acqua. A breve sarà la Corte di
cassazione a dire l'ultima parola sulla possibilità o meno per i
cittadini di esprimersi liberamente il 12 e 13 giugno sui cardini
della privatizzazione dei nostri acquedotti, oggi in grande
maggioranza controllati dai Comuni.
Per la precisione si voterà su
due quesiti: il primo che chiede di pronunciarsi sull'obbligo per
gli enti locali di mettere sul mercato il servizio idrico
(privatizzazione), il secondo che riguarda i "profitti"
legati alla commercializzazione della risorsa. Il ministro
dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha espresso soddisfazione per
la decisione del consiglio dei ministri: «L'istituzione
dell'Autorità per l'acqua, nell'ambito del decreto sviluppo
rappresenta un grande traguardo a difesa di tutti i cittadini e della
risorsa-acqua».
Non la pensano allo stesso modo le organizzazioni
della società civile che hanno voluto fortemente il referendum per
arrestare una pericolosa deriva iniziata nel 1994, con la Legge Galli
che ha riformato il settore idropotabile e ha aperto la via della
privatizzazione. A lanciare l'allarme era stato Marco Manunta, un
coraggioso magistrato di Milano, che già dieci anni fa aveva scritto
un profetico pamphlet dal titolo: Fuori i mercanti dall'acqua. In
questi anni, una serie di interventi legislativi hanno preparato il
terreno al Decreto Ronchi che, alla fine, non ha più lasciato la
libertà ai Comuni di tenere il controllo degli acquedotti. Eppure,
nel marzo del 2005, nella Relazione semestrale al Parlamento dei
servizi segreti civili era stato detto pubblicamente che esiste il
rischio concreto che le nostre risorse vitali possano finire in mano
alle multinazionali straniere. Ecco perché un acquedotto non può
avere lo stesso status di un'azienda come la Parmalat, esposto alle
tempeste dei mercati finanziari.
“E`necessario, pertanto, che maturi
una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso
all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza
distinzioni ne´ discriminazioni”, ha detto Benedetto XVI in
occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione nel 2007.Può il mercato garantire un diritto
umano universale? “La Chiesa ha una responsabilità` per il creato
e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E
facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come
doni della creazione appartenenti a tutti”, si legge nella Caritas
in Veritate. Il “peccato
originale” della deriva mercantile è in una risoluzione
ministeriale firmata all'Aja nel marzo del 2000, apparentemente
innocua. In quell'occasione i rappresentanti di 118 Governi, a
conclusione del Forum mondiale dell'acqua, hanno sancito che
l'accesso all'acqua deve essere considerato un bisogno
vitale.
Una dichiarazione che sembra saggia e accettabile, ma che è
il risultato del rifiuto di molti esponenti pubblici di considerare
invece l'accesso alla risorsa come un diritto
umano e sociale, individuale e collettivo, imprescrittibile. Di
fronte al bisogno siamo consumatori, di fronte al diritto siamo
cittadini, indipendentemente dalla nostra capacità di spesa.