giovedì 17 maggio 2012
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Il blog del direttore  |  Un referendum a rischio

Il referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici rischia di annegare nel Decreto legge sviluppo che istituisce la nuova Autorità per l'acqua. A breve sarà la Corte di cassazione a dire l'ultima parola sulla possibilità o meno per i cittadini di esprimersi liberamente il 12 e 13 giugno sui cardini della privatizzazione dei nostri acquedotti, oggi in grande maggioranza controllati dai Comuni.

Per la precisione si voterà su due quesiti: il primo che chiede di pronunciarsi sull'obbligo per gli enti locali di mettere sul mercato il servizio idrico (privatizzazione), il secondo che riguarda i "profitti" legati alla commercializzazione della risorsa. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha espresso soddisfazione per la decisione del consiglio dei ministri: «L'istituzione dell'Autorità per l'acqua, nell'ambito del decreto sviluppo rappresenta un grande traguardo a difesa di tutti i cittadini e della risorsa-acqua».


Non la pensano allo stesso modo le organizzazioni della società civile che hanno voluto fortemente il referendum per arrestare una pericolosa deriva iniziata nel 1994, con la Legge Galli che ha riformato il settore idropotabile e ha aperto la via della privatizzazione. A lanciare l'allarme era stato Marco Manunta, un coraggioso magistrato di Milano, che già dieci anni fa aveva scritto un profetico pamphlet dal titolo: Fuori i mercanti dall'acqua. In questi anni, una serie di interventi legislativi hanno preparato il terreno al Decreto Ronchi che, alla fine, non ha più lasciato la libertà ai Comuni di tenere il controllo degli acquedotti. Eppure, nel marzo del 2005, nella Relazione semestrale al Parlamento dei servizi segreti civili era stato detto pubblicamente che esiste il rischio concreto che le nostre risorse vitali possano finire in mano alle multinazionali straniere. Ecco perché un acquedotto non può avere lo stesso status di un'azienda come la Parmalat, esposto alle tempeste dei mercati finanziari.

“E`necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni ne´ discriminazioni”, ha detto Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione nel 2007.Può il mercato garantire un diritto umano universale? “La Chiesa ha una responsabilità` per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti”, si legge nella Caritas in Veritate. Il “peccato originale” della deriva mercantile è in una risoluzione ministeriale firmata all'Aja nel marzo del 2000, apparentemente innocua. In quell'occasione i rappresentanti di 118 Governi, a conclusione del Forum mondiale dell'acqua, hanno sancito che l'accesso all'acqua deve essere considerato un bisogno vitale.


Una dichiarazione che sembra saggia e accettabile, ma che è il risultato del rifiuto di molti esponenti pubblici di considerare invece l'accesso alla risorsa come un diritto umano e sociale, individuale e collettivo, imprescrittibile. Di fronte al bisogno siamo consumatori, di fronte al diritto siamo cittadini, indipendentemente dalla nostra capacità di spesa.

Postato il 15 maggio 2011 alle ore 19.00 in attualità

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