Di solito di fronte a eventi come la faccenda di Celentano preferisco tacere, anche perché, talmente esterrefatto, non riesco nemmeno a dire una parola. Questa volta farò un'eccezione soltanto per ricordare, non tanto a Celentano che dubito potrebbe capire, quanto invece a chi ha la bontà di leggere queste righe, che è proprio perché la Chiesa (o come dice Adriano "i preti e i frati") ha sempre parlato di Dio e del Paradiso agli uomini di tutti i tempi, da duemila anni a questa parte, che si è potuto determinare un mondo fondato sul valore della libertà, della giustizia e della solidarietà nel quale, pur con tutti i suoi problemi e le sue contraddizioni, si gode anche di notevoli spazi di libertà di espressione come quelli televisivi nei quali è consentito dire tutte le sciocchezze che si desidera.
Sciocchezze, sì! Tali sono quelle che abbiamo ascoltato ieri sera dal palco dell’Ariston, destinato ad altro, alla bella e buona musica italiana e non ad essere reso uno pseudo-pulpito dal quale esternare impropriamente coacervi di inutili e vane affermazioni.
Ancora morti, ancora sangue in Egitto. Altre trentatré vittime cadute sulla sempre più inerpicata strada che si prefiggerebbe di condurre questo paese, straordinario sia per la bellezza naturalistica che per la millenaria storia di un popolo che è stato faro di civiltà per tutto il genere umano, ad avere un legittimo governo democratico, a seguito dei moti di rivolta che hanno decretato la fine del dominio di Hosni Mubarak. L’uccisione si è consumata nell’ambito dell’ennesimo atto dimostrativo da parte di cittadini egiziani che, in protesta a piazza Tahrir al Cairo, intendevano manifestare contro la giunta militare al potere chiedendone le dimissioni.
In gran parte della popolazione egiziana, infatti, alberga l’ormai consolidata convinzione che i moti di rivolta che hanno condotto alla caduta di Mubarak potrebbero finire con l’essere vanificati, visto il mancato conseguimento di quel nuovo assetto politico e istituzionale basato finalmente su un autentico sistema democratico. Se a questo aggiungiamo quanto, per certi aspetti ben più gravemente, sta accadendo in Siria, o quanto, in maniera forse ancor più terrificante è avvenuto in Libia, credo che tutti potremmo farci domande come queste: Perché, nel mondo arabo, da parte di tanti uomini, abbarbicati al potere, si è osservata, lungo tutta la storia, la precisa volontà di non rinunciare ad una logica di dominio assoluto sugli altri, impedendo che chiunque possa esprimere un’opinione, concepire un pensiero, agire liberamente per manifestare sé stesso e le sue idee? Perché, nel mondo islamico, la democrazia fa così paura?
A queste domande ha cercato di rispondere, in modo, a mio avviso, molto efficace, Fatema Mernissi docente di sociologia e attualmente ricercatrice presso l'istituto Universitario di Ricerca Scientifica (IURS) dell'Università di Rabat Mohammed V. Nata a Fez, in Marocco, nel 1940, studiosa del Corano e narratrice, da molti anni s'impegna nella scrittura, nell'insegnamento in ambito internazionale e nel lavoro
culturale per migliorare le forme di comunicazione nella società civile. Nel suo libro Islam e democrazia. La paura della modernità ( Giunti Editore, p. 224, Euro 12,00) cerca antidoti efficaci contro le regressioni autoritarie e la violenza: da un lato, le correnti dell’"umanesimo” musulmano, alimentate dai sostenitori della laicità dello Stato, dalle donne che reclamano libertà, da chiunque nel passato e nel presente abbia opposto resistenza al fondamentalismo. Dall'altro, quello che nelle sue opere più recenti va definendo come "l' Islam cibernetico".
La forza che plasma il mondo islamico di oggi non è tanto la religione – questa è la sua tesi provocatoria – ma piuttosto la tecnologia informatica: le TV satellitari indipendenti come al-Jazira che contrastano la propaganda dei nuovi despoti islamici e la disinformazione delle potenze occidentali, le reti Internet a cui si rivolgono soprattutto i giovani e le donne, in tutti i paesi musulmani.
Strumenti cruciali tanto in Oriente come in Occidente, che incoraggiano l'arte del confronto verbale e della mediazione, perché il terrorismo può essere fermato soltanto da un dialogo nutrito di reciproca conoscenza, di giustizia sociale e pacifici commerci. Una lettura che consiglio vivamente!
La marginalizzazione della morte unita ad una impropria operazione di “sostituzione concettuale”. Credo che, nonostante sia ciò di cui si parla meno, sia proprio questa la più grande verità che emerge dalla vicenda del processo di Perugia. L’omicidio di Meredith è indubbiamente passato in secondo piano; altri soggetti con altre storie hanno finito per dare contenuto e sostanza all’ennesimo processo mediatico della recente storia italiana.
Il luogo che doveva servire per capire chi e come avesse ucciso la giovane studentessa inglese è divenuto, grazie all’ipertrofica amplificazione dei media, l’ambito privilegiato dell’analisi delle personalità dei due presunti colpevoli che oggi, per la legge, sono riconosciuti come pienamente innocenti.
Come cittadino di questo Paese, rispettoso appieno del Sistema che in esso ha il compito di amministrare la giustizia anche io oggi affermo: “Amanda e Raffaele non sono colpevoli perché l’omicidio non lo hanno commesso loro” e lo affermo perché così mi dice di fare la sentenza del Giudice legittimamente costituito a stabilirlo. Vorrei avere però la stessa certezza e determinazione, con il conforto della definitività di una legittima sentenza, nel poter affermare: “è stata fatta giustizia per Meredith!”; questa purtroppo non la posso avere e insieme a me tanti nel nostro Paese e fuori di esso primi fra tutti i suoi familiari.
Meredith è morta, barbaramente uccisa. Per la Legge il responsabile è Rudy Guede in concorso con ignoti complici che adesso si dovranno trovare. Questa è la nuova partenza. Meredith è morta, barbaramente uccisa. Spero che d’ora in poi sarà questo il pensiero che dominerà i nuovi scenari processuali che inevitabilmente si dovranno aprire.
"Volevo attirare l'attenzione a causa di problemi personali che ho avuto per vicende con la magistratura. Ma sono rimasto sorpreso quando nessuno dei passanti mi ha fermato"
Ha riposto con queste parole il cittadino romano di cinquantadue anni responsabile dello sfregio alla fontana di piazza Navona, allorché, all’atto del suo arresto, gli è stato domandato perché avesse compiuto un simile gesto. Credo sia del tutto evidente che ci si trova di fronte ad un a persona con seri disturbi psichici come del resto ha dimostrato l’immediato determinarsi della necessità che lo stesso venga sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio, tuttavia non posso non restare colpito dal contenuto specifico della sua risposta.
Nella sua voglia di attirare l’attenzione si ravvisa, con ogni evidenza, una richiesta di aiuto che non esiterei a definire come vera e propria rivendicazione esistenziale. È come se con quel gesto quest’uomo avesse voluto dire al mondo “io esisto, io ci sono, guardatemi!” Certo lo ha fatto in modo sbagliato, anzi delinquenziale, ed è giusto che per questo venga punito a norma della legge, ma lo ha fatto con lo specifico obiettivo di richiamare l’attenzione su di sé. Quale è stata la risposta? Silenzio, indifferenza, forse anche causata dallo shock d’accordo, ma comunque nessun intervento diretto. Nella sua follia anche lui se n’è accorto e ne è rimasto stupito.
Certamente è molto grave il danno sofferto dal nostro patrimonio artistico, ma mi domando se al dispiacere per la sorte poco felice subita da un’opera d’arte danneggiata gravemente non debba associarsi parimenti, da parte nostra, il dolore per le tante contraddizioni nelle quali vive l’umanità del nostro tempo. Le statue rotte, anche se non torneranno esattamente come prima, possono restaurarsi, le vite lacerate difficilmente si risanano.
Si approssima ormai il periodo delle vacanze e inevitabilmente si fa spazio, nelle nostre considerazioni, un tema come quello del “tempo” da bene impiegare e valorizzare per godere appieno di tutti i giorni che ci sarà consentito di trascorrere lontano dal lavoro e dalla routine quotidiana.
Nasce in molti di noi, quasi inconsapevolmente il dovere di ‘non perdere tempo’ e impiegare tutte le nostre forze per poterci appieno “divertire”.
Eppure talvolta è necessario perdere il tempo, o meglio dedicare tempo a certe attività e valori, anche se, secondo una certa logica, sembrano un perder tempo.
Il libro di Qohèlet osserva:
“Ho molto lavorato, ho fatto grandi opere... ho molto studiato... e poi ho visto che c'è solo affanno e tristezza, tutto è vanità...”
Gesù ci ricorda la gerarchia dei valori:
"Che giova all'uomo conquistare il mondo, se poi perde l'anima?"
"Marta, Marta, tu ti agiti per tante cose, ma una sola è la cosa davvero necessaria; Maria si è scelta la parte migliore..."
Il salmo 127 ci aiuta a non sopravvalutare il nostro efficientismo:
“Se il Signore non costruisce la casa invano vi faticano i costruttori. Invano vi alzate di buon mattino; tardi andate a riposare e mangiate pane di sudore: Il Signore ne darà ai suoi amici nel sonno...”
Qualche volta ad esempio potremmo aver bisogno di dedicare del tempo per migliorare e rafforzare la relazione (attenzione, affetto, cura del coniuge e dei figli e degli amici e dei parenti e dei vicini...); qualche volta dunque possiamo aver bisogno della vacanza, come il recupero dei beni interiori, il ritorno alle sorgenti (Dio) del proprio agire per non perderne il significato, la bussola e l'orientamento.
Non solo il nostro fisico ha bisogno di riposo, ma anche la nostra mente; e anche il cuore ha bisogno di rientrare in se stesso e riposare nell'altro per far risuonare dentro l'animo tutto il bene che il fare quotidiano a volte ci ha impedito di cogliere.
Ad alcuni sembra tempo perso, ma invece è un tempo benedetto.
Gli antichi latini parlavano dell'importanza del negotium (lavoro) e del otium (da non tradursi in ozio come vizio, ma come vacanza).
In italiano abbiamo vocaboli diversi. La parola ‘ferie’ viene dal tempo dei romani che così chiamavano i giorni dedicati alle feste religiose con libertà dal lavoro. Anche la parola ‘vacanza’ dice vuoto, sospensione, interruzione. Non dice come lo si riempia!
La parola ‘divertimento’ evidenzia il cambiamento: stessa radice di ‘diverso’: dal fare una cosa al farne un'altra; dal lavoro al fare altro. Con la speranza, ovviamente che cambiare faccia bene!
Termine molto ricco e significativo è ‘ricreazione’ (da ri-creare, ri-generare). Pensiamo a un pezzo rovinato del nostro motore che portiamo dal meccanico a farlo ‘ri-generare’; ridiventa come nuovo! Magari le ferie fossero così!
Questo tempo ‘perso’ può essere visto come il tempo del distacco; per saper valutare e apprezzare meglio i beni che uno ha, saperli godere e ringraziare il Signore: questo è importantissimo! Diversamente la persona totalmente immersa nel lavoro e negli impegni è come il mulo che cammina a testa bassa con i paraocchi, concentrato nei suoi sforzi, ma senza capire il senso della sua vita, senza viverla appieno per sé, e impedendo ad altri di viverla bene.
Ci vogliono tempi di distacco per renderci conto, per gioire della casa che uno ha costruito, per assaporare il bene e le cose buone che si hanno, per trovare tempo adeguato e gusto per lodare il Signore, accorgersi di ciò che avviene attorno.
Per alcuni la vacanza è un tempo in cui si recuperano tutte quelle cose che durante il tempo del lavoro non si sono potute fare perciò la vacanza diventa per "forzati" dello sport (il mito del corpo); oppure ci si deve divertire ad ogni costo (il mito del divertimento). Finisce che la vacanza diventa fatica.
Per altri la vacanza è riposo, recuperare il tempo del sonno senza sentirsi in colpa per questo.
Come mettere d'accordo queste diversità nel concepire la vacanza?
Nel rispetto reciproco delle aspettative e dei bisogni, senza forzature, senza prevaricazioni e senza che, al rientro nella vita di sempre, ci siano rancori o ripicche.
Perciò Mosè dettò la legge del settimo giorno, il Shabbat, tempo del riposo, del ristoro fisico psichico e spirituale, tempo dello spirito.
Ci accorgeremo così che c'è qualcosa di più importante che scegliere se andare in un luogo o in un altro (esempio mare o montagna); che fare questa o quella cosa. Quello che conta è l'animo con cui vivremo la vacanza in armonia, così sapremo trarre da essa il meglio per noi.
La vacanza può essere il tempo per:
Dialogare di più, grazie alla condizione che si crea di maggior tempo disponibile, andando a bilanciare e compensare il quotidiano che spesso ci sommerge di cose da fare.
- Fare in coppia e in famiglia quelle cose che normalmente il quotidiano ci impedisce: leggere, passeggiare, ascoltare musica, tornare a essere padroni del tempo; la vacanza è soprattutto libertà interiore!
- Riscoprire, valorizzare e ricostruire relazioni e persone che mutano, cambiano nel tempo e noi abbiamo bisogno di riconoscere questi cambiamenti (un figlio che cresce, i segni dei tempi che mutano, i linguaggi...)
- Ritagliarsi spazi di silenzio per ascoltare le parole con un altro suono e un'altra profondità e cogliere nel dialogo tra di noi le cose importanti che contano.
- Sviluppare e amplificare l'interiorità perché la crescita della coppia e della famiglia passa attraverso l'immersione nell'io interiore che conduce alla sapienza del cuore.
- Stare insieme, marito e moglie, genitori e figli, fratello e sorella, in una riscoperta di unità dove ciò che si fa lo si fa insieme, diventando così la vacanza occasione di ulteriore conoscenza, confronto, momento straordinario di crescita.
- Condividere (come dono, non come pretesa) con l'altro anche la scelta di momenti da vivere da soli, perché ognuno possa vivere con gioia le proprie passioni, per esempio un'escursione in montagna, una gita in barca, la passione per la pesca ecc. Purché ci sia il tempo per te e il tempo per noi.
Il ventitrè Giugno debutterà a Milano, al Teatro Nazionale, il musical SISTER ACT, tratto dall’omonimo e celeberrimo film. Alla prima sarà presente anche la bravissima Woopi Goldberg (la protagonista del film) che ne è anche la produttrice. Deloris, cantante perseguitata dalla malavita, costretta a rifugiarsi in un convento diventando suor Maria Claretta, si rivela in tutta la sua forza espressiva e propulsiva attraverso la sua scoppiettante animazione del coro delle religiose, rendendo la comunità delle suore, sempre più chiusa in se stessa, via via più aperta e capace di relazionarsi con i fedeli del quartiere popolare dove sorge il convento. Al di là delle considerazioni artistiche che si possono fare su questi eventi di spettacolo, peraltro sempre molto piacevoli da vedere e da ascoltare, questa storia può indurci a riflettere sul come oggi si attui la comprensione del mondo ecclesiale da parte della società.
Che percezione c’è della Chiesa tra la gente comune, direi “normale”? L’Italia, nonostante tutto è un Paese che ancora non fa fatica a dirsi “cristiano”, e stando alle statistiche delle parrocchie è ancora alto il numero dei genitori che chiedono il Battesimo per i loro figli. Ormai da tempo però non si dà più diretta corrispondenza tra il numero “ufficiale” dei cattolici, ossia dei battezzati, e quello dei cosiddetti praticanti, cioè di coloro che frequentano la propria parrocchia con un regolare accesso ai sacramenti e ad una qualche vita ecclesiale. Le ragioni che giustificano questo stato di cose possono essere tante. Una di queste, come dicevo può essere appunto ricercata nella percezione che oggi si ha della intera compagine ecclesiale. L’idea di una Chiesa- Popolo di Dio, così come ce l’ha consegnata il Concilio Vaticano II è spesso trascurata a favore di una visione più legata alla dimensione istituzionale della Chiesa, con la conseguenza che per molti vi è ad esempio assoluta coincidenza tra Chiesa e Vaticano, tra comunità ecclesiale e governo della stessa.
Sempre più lontana dalle menti e dai cuori di molti è invece l’idea di Comunità che vive della comunione di coloro che per il Battesimo ne sono entrati a far parte e che costituiscono davvero la famiglia di Dio. Una famiglia dove è bello ritrovarsi per celebrare i misteri di Cristo. Una “Chiesa” il cui nome significa “convocazione”, l’assemblea di coloro che la Parola di Dio convoca per formare il “Popolo di Dio” e che, nutriti dal Corpo di Cristo, diventano essi stessi Corpo di Cristo. Il Mistero della Chiesa è ad un tempo via e fine del disegno di Dio: prefigurata nella creazione, preparata nell’Antica Alleanza, fondata dalle parole e dalle opere di Gesù, realizzata mediante la sua Passione, Morte e Resurrezione, essa è manifestata come mistero di salvezza con l’effusione dello Spirito Santo. Una chiesa “lieta e coraggiosa” come la definiva Paolo VI, e che forse le suore di SISTER ACT possono mostrarci!
È indubbio che i temi relativi agli ormai prossimi referendum popolari provochino tra la gente il determinarsi di reazioni anche particolarmente accese, vista soprattutto l’entità dell’impatto sociale che gli esiti degli stessi inevitabilmente potrebbero avere proprio nel quotidiano di ognuno di noi. È dunque del tutto comprensibile come un’istituzione come la Chiesa, che per sua natura è vicina al vivere concreto di tutte le persone, sia in qualche modo coinvolta, attraverso diversi suoi ministri, nel dibattito che generalmente precede questo tipo di eventi a forte impatto partecipativo. Meno comprensibile a mio avviso (e lo dico proprio da ecclesiastico!) è talvolta il modo in cui questo legittimo interessamento e impegno diretto si manifestino. Esempio: qualche settimana fa durante una celebrazione eucaristica un sacerdote ha posto davanti l’altare maggiore della chiesa, un manifesto che richiamava al voto “Sì” sui due quesiti riguardanti il tema dell’acqua uguale a quelli affissi per le strade, e per di più durante la Celebrazione dell’Eucaristia. Non metto in dubbio nemmeno per un attimo la buona fede del Confratello e il suo sincero volersi spendere per una giusta causa… ma l’altare, l’altare no!
La mensa eucaristica che è parimenti il luogo del Convito nuziale e del Sacrificio redentivo di Cristo, proprio per questa sua natura così compenetrata con la Persona del Figlio di Dio è dalla Chiesa riconosciuto nel più vasto ambito dell’aula liturgica, come sua presenza reale, come centro focale a cui tutta la preghiera, che per la mediazione di Cristo, è diretta al Padre viene orientata e da cui si irradia, per ciascuna persona che prende parte al Sacro rito, ogni bene spirituale. Nel Sacrificio Eucaristico dunque, di cui l’altare è parte insostituibile, è già contenuto tutto il bene di cui si fa portatore il messaggio di Cristo per l’uomo, che racchiude in sé anche ogni forma di legittima richiesta di giustizia sociale, di equità nella distribuzione dei beni e di tutto quello che può costituire l’autentico bene dell’umanità, per la salvezza della quale Dio non ha esitato a donare il suo unico Figlio che ha dato la sua vita per tutti! Se dunque la Messa, e in essa l’altare, richiama già tutto questo, quale bisogno c’è di ulteriori segni, a questo punto pleonastici e, proprio perché tali, del tutto inopportuni?
Ho riflettuto molto sull’opportunità di affrontare in questo spazio di confronto e di dialogo un tema che mi ha causato (e credo non soltanto a me!) parecchio dolore misto a considerevole disagio. Faccio riferimento a quanto ha riguardato don Riccardo Seppia, prete genovese, accusato di essersi reso colpevole dei crimini di violenza sessuale e detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti che hanno coinvolto tante persone, crimini terribilmente odiosi perché hanno colpito particolarmente soggetti molto giovani, deboli e in difficoltà.
Non è necessario, da parte mia, dare giudizi ed evidenziare ambiti di commento ai fatti accaduti, perché credo che essi si commentino da sé e non possano avere altro destino se non quello di confluire in una profonda e assoluta deprecazione. La gravità dei reati commessi, estrema e umanamente imperdonabile per qualsiasi persona che se ne renda responsabile, si presenta ancora più ingente dal momento che si tratta di un ministro sacro, che per vocazione è invece chiamato a porsi a servizio del bene delle persone e non certo alla loro distruzione fisica e morale. In casi come questo la figura del Parroco, così cara e familiare a tutti fedeli cattolici, che è legata a un ruolo tra i più delicati e difficili da svolgere (si pensi ad esempio che nel passato alcune parrocchie venivano messe a Concorso!) ha finito col coincidere con la figura del mostro. Un uomo nel quale ci si aspetta legittimamente di vedere l’immagine di Cristo Buon Pastore, si riduce a poter essere paragonato alla sentina di ogni nequizia e impurità! Indagini sulla vita pregressa di questo sacerdote finiranno forse per mostrare e dimostrare come possa essere presente in lui una componente patologica a livello psichico legata magari a disagi e difficoltà presentatisi nel corso degli anni di ministero…ma credo che questo argomento non abbia in alcun modo la forza sufficiente per consentire ad alcuno di formulare una giustificazione convincente!
La pronta ed inequivocabile reazione del Cardinale Bagnasco mi sembra un ottimo segnale del livello di attenzione e di reazione che deve animare i nostri pastori nella battaglia ardua per contrastare questi fenomeni di ignobile tradimento del proprio ministero sacerdotale.
A questo proposito credo sia utile ricordare cosa dice il Santo Padre Benedetto XVI a coloro che, come don Seppia, si sono macchiati di tali terribili reati e peccati; tolgo queste parole dalla Lettera ai fedeli d’Irlanda pubblicata nel 2010:
Avete tradito la fiducia riposta in voi da giovani innocenti e dai loro genitori. Dovete rispondere di ciò davanti a Dio onnipotente, come pure davanti a tribunali debitamente costituiti. Avete perso la stima della gente dell’Irlanda e rovesciato vergogna e disonore sui vostri confratelli. Quelli di voi che siete sacerdoti avete violato la santità del sacramento dell’Ordine Sacro, in cui Cristo si rende presente in noi e nelle nostre azioni. Insieme al danno immenso causato alle vittime, un grande danno è stato perpetrato alla Chiesa e alla pubblica percezione del sacerdozio e della vita religiosa.
Vi esorto ad esaminare la vostra coscienza, ad assumervi la responsabilità dei peccati che avete commesso e ad esprimere con umiltà il vostro rincrescimento. Il pentimento sincero apre la porta al perdono di Dio e alla grazia del vero emendamento. Offrendo preghiere e penitenze per coloro che avete offeso, dovete cercare di fare personalmente ammenda per le vostre azioni. Il sacrificio redentore di Cristo ha il potere di perdonare persino il più grave dei peccati e di trarre il bene anche dal più terribile dei mali. Allo stesso tempo, la giustizia di Dio esige che rendiamo conto delle nostre azioni senza nascondere nulla. Riconoscete apertamente la vostra colpa, sottomettetevi alle esigenze della giustizia, ma non disperate della misericordia di Dio.
Con grande commozione mista a fierezza ho assistito allo straordinario salvataggio dei numerosi profughi che rischiavano di essere inghiottiti dal mare agitato la scorsa notte a Lampedusa. Commozione per la meravigliosa testimonianza di umanità che sia i membri delle forze dell’ordine sia i Lampedusani hanno mostrato nel salvare anzitutto e quindi nell’accogliere questi fratelli meno fortunati. Fierezza perché, da siciliano, gioisco nel poter attestare ancora una volta la grandezza d’animo del Popolo della mia Regione, che da sempre è terra di accoglienza, autentica generatrice di vera civiltà.
Stamattina, in giro per Milano per commissioni, e con ancora negli occhi le immagini di cui ho appena detto, mi sono imbattuto in manifesti elettorali affissi ai muri, preparati per la campagna delle amministrative, da un noto movimento politico che, per altro , è parte dell’attuale compagine governativa. Riportavano scritta, appena sopra il simbolo, l’espressione STOP AGLI IMMIGRATI!
Certamente lo stridore è grande! Certamente è davvero impressionante come viviamo in un’epoca di profonda contraddizione culturale! Da un lato servitori dello Stato e cittadini che si prodigano nell’accoglienza, dall’altro persone che ambiscono ad assumere incarichi di responsabilità e di governo della Cosa Pubblica che incitano all’intolleranza e alla xenofobia. Il tutto in un unico Paese che quest’anno festeggia i centocinquanta anni della sua Unità Nazionale! Credo che abbiamo sufficiente materiale per riflettere….
In questi giorni è davvero grande l’emozione per la beatificazione di Giovanni Paolo II, un grande testimone della fede, un uomo che ha indubitabilmente segnato il nostro tempo e la nostra storia. Profitto anch’io per dare la mia piccola e forse insignificante testimonianza personale su questo grande Papa. Ho avuto la fortuna di incontrarlo una volta, durante un’udienza generale, e di essere ammesso al bacio dell’anello del Pescatore (che è l’anello episcopale di ogni Pontefice). Un incontro durato pochi minuti ma che ha segnato profondamente la mia vita. Allora ero aspirante alla vita religiosa, in comunità a Roma da appena un anno. Ricordo come fosse adesso l’azzurro dei suoi occhi: uno sguardo vivo, sereno nonostante il già molto presente stato di prostrazione fisica che ha caratterizzato gli ultimi anni della sua vita. Gli ho detto: “Santità mi benedica, sono un aspirante alla vita religiosa e al Sacerdozio nella Società San Paolo”. Con amabile dolcezza il Papa ha stretto forte la mia mano e mi ha sussurrato queste parole che non potrò mai dimenticare:”ricorda che don Alberione è stato il novello san Paolo, vai avanti sempre e con coraggio!” . Il Santo Padre mi ha poi benedetto e mi sono così congedato da lui.
Grazie Santità per il dono della tua vita, per la testimonianza di amore che hai dato alla Chiesa e a tutta l’umanità! Oggi ti possiamo acclamare “Beato” e chiederti di intercedere presso il Signore per i bisogni degli uomini e delle donne del nostro tempo che tu hai tanto amato e servito qui in terra e sui quali adesso continui a vegliare dal Paradiso.
Sempre più spesso ci accade di dover letteralmente “subire” messaggi volgari e abietti, magari mascherati da nobili proclami che hanno come obiettivo quello di perseguire un fantomatico “bene comune” che in realtà non esiste, ma che coincide invece sempre e solo con l’interesse di pochi. Ci capita inoltre di trovarci ormai immersi in una cultura in cui è talmente diffusa la volgarità nei gesti e nelle parole da non costituire nemmeno più motivo di scandalo. Siamo così assuefatti al “brutto” da non accorgerci più di quanto sia veramente brutto.
Al di là di ogni moralismo, mi si consenta solo di citare “Il grande Fratello” o “l’isola dei famosi” che continuano imperturbabili da anni a occupare gran parte dell’attività intellettuale del Popolo italiano. Non voglio parlare dei contenuti, perché si commentano da sé, mi limito a fare una riflessione sulla “fenomenologia”, intesa semplicemente quale attenzione “cosa”questi programmi mostrino “immediatamente”, ossia senza riflessioni o commenti: uomini e donne spesso poco vestiti, in atteggiamenti equivoci e, miseramente ripiegati su se stessi, litigiosi, astiosi che indubbiamente mostrano il peggio di sé. Qualcuno mi potrebbe obiettare: ma è proprio questo che si vuol far vedere, cosa sia realmente la natura umana! Rispondo: siamo sicuri che sia vero? Ossia è proprio vero che la natura umana più autentica sia quella che si mostra senza mediazione culturale, quasi selvaggiamente, senza veli?
Se l’antichità di una fonte è generalmente letta come criterio della sua validità contenutistica, allora credo che può fare bene rileggere quanto scrive Cicerone nel DE OFFICIS a proposito del Decorum che in linguaggio moderno ed esterofilo potremmo tradurre con bon ton!
Ora, questo decoro di cui parliamo e che si manifesta in ogni azione e in ogni parola, e perfino nel muoversi e nell'atteggiamento della persona, è riposto in tre cose, difficili a spiegare bene, ma tali che basta darne un'idea: nella bellezza, nell'ordine e nell'eleganza adatta all'azione. E in queste tre cose è compreso anche il segreto di piacere a coloro coi quali o presso i quali viviamo. Ebbene, anche di queste cose converrà discorrere brevemente. Prima di tutto è evidente che la natura pose grande cura nella conformazione del nostro corpo: mise in mostra il volto e tutte quelle parti che sono decorose a vedersi, mentre celò e nascose quelle che, destinate alle necessità naturali, avrebbero avuto un aspetto brutto e vergognoso.
Il pudore dell'uomo imitò questa così diligente costruzione della natura. Quelle parti che la natura nascose, tutti gli uomini sani di mente le sottraggono alla vista, cercando di soddisfare le necessità naturali nel modo più occulto possibile; e quanto a quelle parti del corpo che servono a certe necessarie funzioni, noi non chiamiamo col loro nome né quelle parti né le funzioni loro: in generale, ciò che non è brutto a farsi, purché si faccia in segreto, è osceno a dirsi. Pertanto, se il fare quelle cose apertamente è indizio di spudoratezza, non è certo indizio di pudore il parlarne senza ritegno.
E in verità non bisogna dar retta ai Cinici, o a quegli Stoici che furono quasi Cinici, i quali ci riprendono e ci deridono perché giudichiamo vergognose solo a nominarle certe cose che in realtà non sono vergognose, mentre chiamiamo coi loro nomi altre cose che in realtà sono veramente spregevoli. Per esempio, il rubare, il frodare, il falsificare, sono cose realmente spregevoli, ma si possono nominare senza dar nell'osceno; invece il dare alla luce figlioli, cosa in sé onesta, è osceno chiamarla col suo nome; e parecchi altri argomenti adducono gli stessi filosofi in appoggio a tale opinione contro il così detto pregiudizio del pudore. No, noi dobbiamo prendere per guida la natura ed evitare tutto ciò che può offendere gli orecchi: lo stare in piedi e il camminare, il modo di star a tavola, il volto, lo sguardo, il gesto conservino il più dignitoso decoro.
In queste cose dobbiamo soprattutto guardarci da due difetti: da una effeminata mollezza e da una scontrosa villania. E invero non si deve ammettere che queste norme, obbligatorie per gl'istrioni e per gli oratori, siano indifferenti per noi. Certo, il costume degli attori comporta, per antica rigidezza morale, un così delicato pudore che nessuno osa presentarsi su la scena senza mutandine per timore che, se per qualche accidente certe parti del corpo si scoprono, la loro vista non offenda il decoro. E così, secondo il nostro costume, i figlioli grandi non fanno il bagno insieme col padre, né il genero col suocero. Bisogna, dunque, osservare la pudicizia anche in queste cose, tanto più che la natura stessa ne è maestra e guida.
Le numerose sollecitazioni dalle quali siamo investiti ogni giorno, provenienti dagli ambiti più svariati del nostro vivere sociale, politico, economico, finiscono il più delle volte per consegnarci un’immagine di umanità che suscita in noi sentimenti più di sgomento che di fiducia. Il rischio di cadere in una sorta di pessimismo cosmico è molto forte e bisogna faticare non poco per evitarlo. Cosa ci succede? Perché d’un tratto sembra che tutte le migliori qualità di cui sa essere capace l’essere umano siano improvvisamente sparite o peggio abbiano lasciato il posto a facoltà negative capaci di generare soltanto distruzione e morte?
Scrive Papa Benedetto XVI: “la morte rappresenta per noi come un muro che ci impedisce di vedere oltre; eppure il nostro cuore si protende al di là di questo muro, e anche se non possiamo conoscere quello che esso nasconde, tuttavia lo pensiamo, lo immaginiamo, esprimendo con simboli il nostro desiderio di eternità. (...) Anche tra i cristiani, la fede nella risurrezione e nella vita eterna si accompagna non raramente a tanti dubbi, a tanta confusione, perché si tratta pur sempre di una realtà che oltrepassa i limiti della nostra ragione, e richiede un atto di fede”.
I cristiani, facendo quasi istintivamente proprie le parole del Salmo 120(121):“alzo gli occhi verso i monti, da dove mi verrà l’aiuto; il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto il cielo e la terra”, non si rassegnano e non si stancano di offrire una speranza a questo mondo, che, forse, tra le cose di cui ha più bisogno, necessita di una rinnovata capacità di lettura della storia, animata dalla consapevolezza dell’amore che Dio ha per il suo popolo, manifestato primieramente dall’aver risuscitato il Figlio dalla morte. Una storia redenta e ormai strutturalmente aperta alla vita.
Anche la morte, allora, che segna profondamente questa storia può essere riletta in chiave salvifica, anche quando colpisce duramente un innocente, se essa è vissuta come estrema testimonianza di amore.
E un innocente morto testimoniando questo amore lo abbiamo recentemente conosciuto e credo abbia lasciato a tutti, cristiani e non, credenti e non, un messaggio che rimane immortale.
Il ministro delle Minoranze Shahbaz Bhatti, assassinato il 3 marzo 2011 a Islamabad, aveva registrato, quattro mesi fa un video-testamento in cui denunciava i talebani e si diceva «pronto a morire per la sua causa e quella della sua comunità».
Mi pare bello e significativo riportarne il testo:
“II mio nome è Shahbaz Bhatti. Sono nato in una famiglia cattolica. Mio padre, insegnante in pensione, e mia madre, casalinga, mi hanno educato secondo i valori cristiani e gli insegnamenti della Bibbia, che hanno influenzato la mia infanzia. Fin da bambino ero solito andare in chiesa e trovare profonda ispirazione negli insegnamenti, nel sacrificio, e nella crocifissione di Gesù. Fu l'amore di Gesù che mi indusse ad offrire i miei servizi alla Chiesa. Le spaventose condizioni in cui versavano i cristiani del Pakistan mi sconvolsero. Ricordo un venerdì di Pasqua quando avevo solo tredici anni: ascoltai un sermone sul sacrificio dì Gesù per la nostra redenzione e per la salvezza del mondo. E pensai di corrispondere a quel suo amore donando amore ai nostri fratelli e sorelle, ponendomi al servizio dei cristiani, specialmente dei poveri, dei bisognosi e dei perseguitati che vivono in questo paese islamico.
Mi sono state proposte alte cariche al governo e mi è stato chiesto di abbandonare la mia battaglia, ma io ho sempre rifiutato, persino a rischio della mia stessa vita. La mia risposta è sempre stata la stessa: «No, io voglio servire Gesù da uomo comune».
Questa devozione mi rende felice. Non voglio popolarità, non voglio posizioni di potere. Voglio solo un posto ai piedi di Gesù. Voglio che la mia vita, il mio carattere, le mie azioni parlino per me e dicano che sto seguendo Gesù Cristo. Tale desiderio è così forte in me che mi considererei privilegiato qualora – in questo mio sforzo e in questa mia battaglia per aiutare i bisognosi, i poveri, i cristiani perseguitati del Pakistan – Gesù volesse accettare il sacrificio della mia vita. Voglio vivere per Cristo e per Lui voglio morire. Non provo alcuna paura in questo paese.
Molte volte gli estremisti hanno cercato di uccidermi e di imprigionarmi; mi hanno minacciato, perseguitato e hanno terrorizzato la mia famiglia. Gli estremisti, qualche anno fa, hanno persino chiesto ai miei genitori, a mia madre e mio padre, di dissuadermi dal continuare la mia missione in aiuto dei cristiani e dei bisognosi, altrimenti mi avrebbero perso. Ma mio padre mi ha sempre incoraggiato. Io dico che, finché avrò vita, fino all’ultimo respiro, continuerò a servire Gesù e questa povera, sofferente umanità, i cristiani, i bisognosi, i poveri.
Voglio dirvi che trovo molta ispirazione nella Sacra Bibbia e nella vita di Gesù Cristo. Più leggo il Nuovo e il Vecchio Testamento, i versetti della Bibbia e la parola del Signore e più si rinsaldano la mia forza e la mia determinazione. Quando rifletto sul fatto che Gesù Cristo ha sacrificato tutto, che Dio ha mandato il Suo stesso Figlio per la nostra redenzione e la nostra salvezza, mi chiedo come possa io seguire il cammino del Calvario. Nostro Signore ha detto: «Vieni con me, prendi la tua croce e seguimi». I passi che più amo della Bibbia recitano: «Ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere; ero forestiero e mi avete ospitato, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, carcerato e siete venuti a trovarmi». Così, quando vedo gente povera e bisognosa, penso che sotto le loro sembianze sia Gesù a venirmi incontro.
Per cui cerco sempre d’essere d’aiuto, insieme ai miei colleghi, di portare assistenza ai bisognosi, agli affamati, agli assetati.
Se noi portiamo a termine questa missione, allora ci saremo guadagnati un posto ai piedi di Gesù ed io potrò guardarlo senza provare vergogna”.
Cristo è risorto! Sì è veramente risorto!
Quello che sta accadendo in questi giorni nel nostro Paese non credo possa lasciarci indifferenti. Umanamente e cristianamente non si può restare insensibili alle immagini di tanti immigrati che, a rischio della vita, si spingono fino alla propaggine più a sud del nostro Paese che corrisponde poi anche al punto più meridionale dell’Europa, la bellissima Isola di Lampedusa.
Come appare del tutto ovvio ed evidente, considerati i rischi che tutte queste persone corrono, ed essendo indiscutibilmente vero che ogni essere umano, a parte casi molto rari, ha a cuore la propria vita, non credo sia difficile per alcuno capire che, se, questi numerosi uomini, donne e bambini, nei propri paesi di origine stessero bene, non si sobbarcherebbero di compiere questi viaggi terrificanti e per lo più verso l’ignoto.
È chiaro che ragioni di opportunità e sicurezza impongono a volte necessarie misure di controllo e contenimento di fenomeni come questo e non spetta a me giudicare queste vicende nel merito, tuttavia penso che ad alcuni dei nostri politici, che recentemente hanno usato anche espressioni dialettali colorite come la ormai celebre espressione “fora da i ball”, sia giusto ricordare quanto è scritto e sancito dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, segnatamente agli articoli 13 e 14.
Articolo 13
1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato.
2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi Paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio Paese.
Articolo 14
1. Ogni individuo ha diritto di cercare e di godere in altri Paesi asilo dalle persecuzioni.
2. Questo diritto non potrà essere invocato qualora l'individuo sia realmente ricercato per reati non politici o per azioni contrarie ai fini e ai principi delle Nazioni Unite.
Parlare per esprimere la propria opinione è un diritto, ma pensare bene prima di farlo è un dovere.
Conquistare la libertà per sé e per il proprio popolo sembra non possa che passare per la guerra. E' molto triste constatarlo ma sembra ogni giorno di più inevitabile. Con sempre crescente sgomento realizziamo come, nonostatnte i tanti sforzi compiuti dalla Costituzione dell’ONU fino ad oggi, l'unica forma di comunicazione attraverso la quale quei popoli della terra che si trovano a confrontarsi serratamente nell'odierno panorama internazionale riescono ad intendersi, non conosca, in ultima analisi, nessun altro linguaggio se non quello che al posto del suono delle parole preferisce il fragore delle armi da guerra. La Libia è soltanto l'ultimo esempio di questa ormai ininterrotta catena generatrice di dolore e di morte.
Lunedì 4 ottobre 1965 resterà una data indimenticabile nella storia contemporanea. In quel giorno Paolo VI si rivolse all'Assemblea generale dell'ONU, (di quell'ONU che ancora oggi è spesso così in difficoltà nelle proprie dinamiche decisionali!) con parole rimaste immortali e che credo ci possano aiutare a riflettere in questo frangente davvero così desolante:
"Voi attendete da Noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l'Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace ! Ascoltate le chiare parole d'un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: "L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità!"
Una voce puntualmente rimasta inascoltata!
Certamente tante domande affollano la nostra mente in questi giorni segnati dalla tragedia del terremoto in Giappone. Esse interpellano profondamente la coscienza di quanti, credenti e non credenti, guardano agli eventi che si verificano nel mondo sforzandosi continuamente di coglierne il “senso” più profondo e più vero, che tuttavia molto spesso sfugge inesorabilmente. Credo di poter dire con relativa sicurezza che, per quel che riguarda chi come noi crede nell’esistenza di Dio e nella sua possibilità di intervenire nella storia del mondo, trovarsi di fronte alla contemplazione di tali disastri naturali, umanamente parlando non può non “fare problema”.
Ognuno di noi certamente, nel segreto del proprio cuore sta facendo propria la famosa domanda di Sant’Agostino: si Deus unde malum? Se Dio esiste da dove viene il male? Domanda difficilissima alla quale rispondere è altrettanto arduo. Vorrei proporre una riflessione di Mons. Bruno Forte, uno dei più noti e apprezzati teologi italiani, tenuta per la Radio Vaticana all’indomani del terremoto che ha colpito L’Abruzzo nel 2009. Essa può aiutare a cogliere, più in profondità, come il Signore, anche in occasione di catastrofi come quella del Giappone, possiamo e dobbiamo sentirlo non lontano dall’uomo e dal suo dolore, ma invece chinato amorevolmente su ogni persona e su tutte le sue miserie che Egli stesso ha voluto assumere su di se purificandole nel suo sangue versato sulla croce per la salvezza di tutti.
“Se c’è un messaggio che il Vangelo ci dona come centro e cuore della nostra fede, è proprio che Dio non è lontano da chi soffre, anzi, ha fatto sua la sofferenza del mondo. Certo, la grande domanda “perché Dio permette questo?” tornerà, tornerà nelle nostre preghiere, nelle nostre riflessioni. Ma tornerà anche la certezza che Dio non abbandona il suo popolo nell’ora della prova e che Dio accoglie nelle sue braccia di misericordia quanti sono stati vittime di questo cataclisma naturale. Non dimentichiamo che l’ateismo moderno da molti viene fatto nascere con il terremoto di Lisbona del 1755, le riflessioni del poema di Voltaire su quel terremoto che, appunto, ragionavano dicendo: “Se c’è Dio ed è onnipotente, perché non è anche buono ed impedisce quello che sta succedendo?”. Ma questo è troppo facile a dirsi, perché il Dio di cui noi siamo testimoni è ben altro dal Grande Burattinaio del mondo: è un Dio che ha fatto sua la croce e la sofferenza, anche la croce delle nostre incapacità a prevedere, a conoscere. Come dire: un Dio che ci chiama all’umiltà. Ma credo che anche una scienza seria, rigorosa, non possa che sentirsi profondamente chiamata all’umiltà davanti a questi danni che essa non riesce a prevedere e a controllare”.
Caro Guido,
ti scrivo perché vorrei una risposta su un tema che mi pare di stringente attualità e sul quale non credo di avere le idee molto chiare. Lo definirei con questa espressione: “il silenzio imbarazzante dei cattolici”. Mi riferisco al fatto che, in questo periodo in cui basta guardare la Tv oppure leggere un giornale per essere davvero sconcertati da quel che accade (dagli scandali che coinvolgono alcuni uomini politici, anche molto importanti, al generale malcostume dilagante e ad altro ancora), si sentano poco o non si sentano affatto le voci di quei cattolici che, impegnati in prima persona nelle istituzioni dovrebbero a mio avviso vigorosamente protestare! E ancora, come è possibile che alcuni di essi tendano addirittura a giustificare certi comportamenti separando arbitrariamente vita pubblica e vita privata di chi adotta questi comportamenti a dir poco “discutibili” per una persona per bene? Sono un uomo anziano e ne ho viste di tutti i colori lungo la mia vita, ma cose del genere davvero mai!
Sebastiano Rondinelli (Milano Marittima)
Caro Sebastiano, il tema che poni è molto serio. È del tutto evidente che chi ha un ruolo pubblico non può sottrarsi al dovere di far sì che ci sia piena continuità tra quanto esprime nell’esercizio della sua funzione pubblica e quanto vive nella sfera privata. Questo, per la verità, dovrebbe valere per tutti! A maggior ragione vale per chi si professa cattolico. La morale cattolica infatti ha tra le sue caratteristiche quella di essere sempre e costantemente “unica”, ossia “univocamente applicabile” a tutti i contesti vissuti dal soggetto che con essi interagisce con il suo comportamento. Nessuno, meno che mai un cattolico, ha il diritto di teorizzare la “doppia morale”, quella che vale in pubblico e quella che vale in privato! Chi si mostra quale persona per bene in pubblico lo è autenticamente solo se lo è anche in privato! Risulta del tutto evidente la sola risposta che potrei dare alla tua domanda: i credenti impegnati in politica che si professano cattolici e che dunque devono avere questa concezione della morale e non altra, dovrebbero essere i primi a sussultare di fronte a quello che sta accadendo.

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