In confidenza
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Il difficile cammino della democrazia
Ancora morti, ancora sangue in Egitto. Altre trentatré vittime cadute sulla sempre più inerpicata strada che si prefiggerebbe di condurre questo paese, straordinario sia per la bellezza naturalistica che per la millenaria storia di un popolo che è stato faro di civiltà per tutto il genere umano, ad avere un legittimo governo democratico, a seguito dei moti di rivolta che hanno decretato la fine del dominio di Hosni Mubarak. L’uccisione si è consumata nell’ambito dell’ennesimo atto dimostrativo da parte di cittadini egiziani che, in protesta a piazza Tahrir al Cairo, intendevano manifestare contro la giunta militare al potere chiedendone le dimissioni.
In gran parte della popolazione egiziana, infatti, alberga l’ormai consolidata convinzione che i moti di rivolta che hanno condotto alla caduta di Mubarak potrebbero finire con l’essere vanificati, visto il mancato conseguimento di quel nuovo assetto politico e istituzionale basato finalmente su un autentico sistema democratico. Se a questo aggiungiamo quanto, per certi aspetti ben più gravemente, sta accadendo in Siria, o quanto, in maniera forse ancor più terrificante è avvenuto in Libia, credo che tutti potremmo farci domande come queste: Perché, nel mondo arabo, da parte di tanti uomini, abbarbicati al potere, si è osservata, lungo tutta la storia, la precisa volontà di non rinunciare ad una logica di dominio assoluto sugli altri, impedendo che chiunque possa esprimere un’opinione, concepire un pensiero, agire liberamente per manifestare sé stesso e le sue idee? Perché, nel mondo islamico, la democrazia fa così paura?
A queste domande ha cercato di rispondere, in modo, a mio avviso, molto efficace, Fatema Mernissi docente di sociologia e attualmente ricercatrice presso l'istituto Universitario di Ricerca Scientifica (IURS) dell'Università di Rabat Mohammed V. Nata a Fez, in Marocco, nel 1940, studiosa del Corano e narratrice, da molti anni s'impegna nella scrittura, nell'insegnamento in ambito internazionale e nel lavoro
culturale per migliorare le forme di comunicazione nella società civile. Nel suo libro Islam e democrazia. La paura della modernità ( Giunti Editore, p. 224, Euro 12,00) cerca antidoti efficaci contro le regressioni autoritarie e la violenza: da un lato, le correnti dell’"umanesimo” musulmano, alimentate dai sostenitori della laicità dello Stato, dalle donne che reclamano libertà, da chiunque nel passato e nel presente abbia opposto resistenza al fondamentalismo. Dall'altro, quello che nelle sue opere più recenti va definendo come "l' Islam cibernetico".
La forza che plasma il mondo islamico di oggi non è tanto la religione – questa è la sua tesi provocatoria – ma piuttosto la tecnologia informatica: le TV satellitari indipendenti come al-Jazira che contrastano la propaganda dei nuovi despoti islamici e la disinformazione delle potenze occidentali, le reti Internet a cui si rivolgono soprattutto i giovani e le donne, in tutti i paesi musulmani.
Strumenti cruciali tanto in Oriente come in Occidente, che incoraggiano l'arte del confronto verbale e della mediazione, perché il terrorismo può essere fermato soltanto da un dialogo nutrito di reciproca conoscenza, di giustizia sociale e pacifici commerci. Una lettura che consiglio vivamente!
Postato il 21 novembre 2011 alle ore 16.30 in attualità
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