venerdì 18 maggio 2012
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Un mercato drogato

L'ultimo Bollettino economico della Banca d'Italia lancia uno sprazzo di luce sulle prospettive del lavoro in Italia. Secondo l'ufficio studi di Palazzo Koch, c'è una lieve crescita della domanda dell'occupazione nel settore dei servizi, segnatamente nei servizi privati alle famiglie, cioè le badanti. Più che uno sprazzo di luce, è un ulteriore segnale negativo perché il dato ci comunica che le famiglie, oltre a pagare un prezzo salato per la crisi, si devono pagare anche l'assistenza agli anziani.

Rimane assolutamente negativa la condizione dei giovani. La precarietà è un dato permanente e addirittura strutturale della nostra economia. La generazione dei trentenni e dei quarantenni sta sopportando il peso di uno sviluppo economico distorto da esigenze che sono molto lontane dalla tutela del bene comune. I riflessi sul futuro sono ancora tutti da valutare. Di sicuro insieme con la precarietà anche il futuro diventa incerto. A farne le spese sono le giovani famiglie in costruzione e tra qualche anno i pensionati "precari" con redditi da fame.

Postato il 03 maggio 2011 alle ore 12.00 in attualità | Commenti (0) |

La precarietà dell'anima

La disoccupazione giovanile che si accompagna alla precarietà del posto di lavoro è una delle più grandi emergenze dell'Italia contemporanea. Il presidente della Repubblica qualche settimana fa ha usato parole di piombo per richiamare l'attenzione su questo grave fenomeno sociale che ha molte cause. Per un'analisi attenta ci vorrebbero volumi di ricerche sociologiche. Come osservatore della realtà che mi circonda, debbo però sottolineare un atteggiamento di una parte dei giovani che aggrava il problema: l'incapacità di mediare tra i sogni e la realtà.

Attenzione: i sogni vanno sempre coltivati e inseguiti, costi quel che costi. Il punto di rottura interviene quando si perde il contatto con la realtà e si fugge in una dimensione esclusivamente onirica. A questo punto le conseguenze, non solo pratiche, per esempio il rifiuto di un posto di lavoro ritenuto non all'altezza delle proprie presunte capacità professionali, possono essere pesanti. E, allora, dalla precarietà lavorativa si può passare alla precarietà psicologica, che nasce dal mancato riconoscimento della realtà. Forse un po' di umiltà potrebbe giovare a superare questa difficile fase storica.

Postato il 05 febbraio 2011 alle ore 19.00 in attualità | Commenti (0) |

Brava Emma

 

Il bilancio della crisi economica è «pesantissimo». Questa volta a dirlo non è il sindacalista di turno ma Emma Marcegaglia, presidente degli industriali italiani. A farne le spese sono le famiglie italiane. Rispetto ai picchi del primo trimestre 2008, la perdita è «di quasi sette punti di Pil e oltre 700mila posti di lavoro». Non solo: «Il ricorso alla cassa integrazione guadagni è aumentato di sei volte». Male anche la produzione industriale, «crollata del 25%, tornando ai livelli di fine 1985: cento trimestri bruciati. In alcuni settori l’attività produttiva si è dimezzata». Un grido d’allarme che giunge all'indomani della presentazione, da parte del premier Silvio Berlusconi e del ministro Giulio Tremonti, della manovra correttiva da 24 miliardi. Ed è come se il gioco illusionistico del facile ottimismo sia improvvisamente crollato come un castello di carte.

 “Il governo continua a ripetere che il nostro mercato del lavoro ha reagito meglio che in altri paesi alla recessione”, dice polemicamente l’economista Tito Boeri. Ma è proprio l’Istat il 26 maggio, nel Rapporto annuale sulla situazione del Paese, a non nascondere un certo allarme. L’Istituto di Statistica dice che per il secondo anno consecutivo aumentano i disoccupati (15 per cento, pari a 253 mila unità), che giungono a quasi due milioni e risultano ancora in crescita nei primi tre mesi del 2010. Il tasso di disoccupazione giovanile in Italia (25,4 per cento) è più del triplo di quello totale (7,8 per cento) e più elevato di quello europeo (19,8 per cento). La crescita della disoccupazione riguarda soprattutto il Nord (37,0 per cento) e il Centro (18,9 per cento), mentre è limitata nel Mezzogiorno (1,4 per cento), sebbene circa metà delle persone in cerca di occupazione risieda proprio nelle regioni meridionali. Ma ecco il dato che più si avvicina a quello citato dal presidente di Confindustria: nel 2009, la diminuzione del numero degli occupati è stata di 527 mila unità. Un dato contestato da Boeri che parla di “802.128 posti di lavoro distrutti dall’inizio della recessione”. E aggiunge che ciò che ha reso così pesante finora il conto è “il crescente dualismo del nostro mercato del lavoro.

Il numero di posti di lavoro con contratti a tempo indeterminato è addirittura leggermente cresciuto dall’inizio della recessione, mentre i posti di lavoro a tempo determinato sono diminuiti dell’11 per cento”. E ancora, l’economista afferma che “tra le maglie del parasubordinato le perdite sono state ancora più forti: -16 per cento i collaboratori coordinati a progetto, quasi uno su cinque ha perso il lavoro”. Il calo dell’occupazione italiana, inoltre, riguarda soprattutto le professioni qualificate e tecniche, mentre la crescita di quella straniera interessa in otto casi su dieci le professioni non qualificate. Di conseguenza, tra il 2008 e il 2009 crescono le famiglie in forte difficoltà e indifese nel far fronte a spese impreviste (dal 32 al 33,4 per cento in media), quelle in arretrato col pagamento di debiti diversi dal mutuo (dal 10,5 al 13,6 per cento di quelle che hanno debiti) e quelle che si sono indebitate (dal 14,8 al 16,4 per cento).

Postato il 27 maggio 2010 alle ore 14.07 in attualità | Commenti (0) |