Don Zega mi ha assunto nell'ormai lontano 1993 dopo un breve colloquio. Sorridente e ironico volle sapere quale fosse il mio stipendio. Risposi con un certo imbarazzo. Rise e subito dopo aggiunse: "Io ti darò di più...". Non solo mi diede una cospicua aggiunta alla mia paga di base da redattore ordinario con più di 18 mesi, ma assumendomi don Zega mi ha dato molto, molto di più. Non parlo certo del prestigioso ruolo di giornalista del più diffuso settimanale familiare. Devo a don Zega il mio coinvolgimento nella grande famiglia paolina. Un gruppo editoriale portatore di un grande valore aggiunto legato alla sua specifica missione. Un valore che non è paragonabile a nessun stipendio.
Con il passare degli anni, ho avuto modo di apprezzare le grandi qualità professionali, umane e spirituali di don Zega, ma non avrei mai immaginato che un giorno avrei potuto trascorrere con lui gli ultimi due anni della sua vita lavorando insieme. Ricorderò sempre il giorno della "chiusura" prima della stampa, quando don Zega dava gli ultimi ritocchi al suo editoriale cesellando ogni frase. Nei suoi scritti non c'erano mai sbavature. Trovava sempre le parole e le citazioni giuste. I suoi articoli, le risposte ai lettori erano avvicenti, non c'era mai nulla di scontato.
Quando ha dovuto lasciare, nel 1998, Famiglia Cristiana, è stato un momento doloroso. Aveva subìto un vero e proprio linciaggio mediatico spesso montato ad arte. Aveva pagato un duro prezzo per aver voluto fare di testa sua, per essere stato libero come uomo e soprattutto come prete. Ma don Zega non era un uomo avido di potere e irriverente verso le gerarchie come spesso veniva descritto anche da qualche suo confratello. A modo suo, ma sempre con intelligenza, credeva nella sua missione che per forza di cose doveva abbracciare la modernità. Uno dei ricordi più forti che conservo è il suo andare avanti e indietro ogni giorno lungo il corridoio deserto della redazione verso le 19.00, con il Breviario in mano. Completamente assorto nella sua meditazione, salutava accennando un sorriso. In quale redazione si va via così dopo una giornata di lavoro...
La scomparsa di don Giuseppe Soro, direttore generale della Periodici San Paolo
Martedì, 13 novembre, ci ha lasciato all'improvviso don Giuseppe Soro, 63 anni, sacerdote paolino, direttore generale della società Periodici San Paolo. La notizia apparentemente è di interesse aziendale o poco più. In questo piccolo spazio personale, a distanza di quasi una settimana dall'inattesa scomparsa di don Giuseppe, vorrei trasmettere il ricordo di un uomo di Chiesa che credeva profondamente nella sua missione. Don Soro non era un prete qualunque e non era neppure un manager normale. Il suo modo di testimoniare il Vangelo spiazzava chiunque.
Immaginava un'azienda-comunità, forse un'azienda-famiglia. Non riusciva a metabolizzare il male che qualche volta assume perfino le sembianze di un dipendente furbo che, con i suoi comportamenti, mette a rischio il bene comune. Don Soro era uno strano direttore generale che teneva la porta sempre aperta. Per incontrarlo non c'era bisogno di fissare appuntamenti. Lui c'era sempre, per tutti. Appariva burbero, ma i suoi modi schietti nascondevano una delicatezza e una dolcezza non comune per un uomo avvezzo al comando. Sognava un ambiente sereno. Desiderava, pur nel rispetto del contratto di lavoro, che ci fossero rapporti affettuosi tra le persone. Un sogno da prete vero. Un sogno di uomo che non conosceva il retrogusto del male. Un paolino totalmente disarmato di fronte alle manovre maliziose di chi vive il lavoro solo come una perenne conquista personale, spesso a discapito del bene comune.

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