venerdì 18 maggio 2012
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Acqua bene comune

Vi propongo una mia intervista pubblicata sul settimanale Vita

Scenario numero uno.
Il referendum sull’acqua pubblica del 12-13 giugno non raggiunge il quorum. A pochi mesi di distanza, entro il 31 dicembre, scattano gli effetti della Legge Ronchi, quella che la consultazione mirava ad abrogare. A Milano, quindi, per esempio, Metropolitana Milanese (che gestisce l’acqua in città) e Amiacque (in provincia), attualmente società a totale controllo pubblico, vengono messe sul mercato: come sancisce la legge, almeno il 40%  del loro capitale deve andare a soci privati. Si fa una gara a evidenza pubblica, aperta a tutti, anche alle multinazionali. «Si tratta di società pubbliche che sono dei veri e propri gioielli», spiega Giuseppe Altamore, giornalista, autore di Acqua Spa, uno dei massimi esperti italiani delle questioni legate all’oro blu. «Inevitabile dunque che ci sarà molto interesse da parte dei privati a conquistarne il controllo». Anche perché, aggiunge Altamore, «la legge è fatta in modo tale che a qual 40% di socio privato viene di fatto affidata la gestione, è il socio operativo, che governerà la società». Vantaggi per il consumatore milanese? «Zero, anzi: verosimilmente si troverà di fronte a un aumento delle tariffe, perché i nuovi soci privati dovranno prevedere dei profitti maggiori».

Oggi, lo ricordiamo, per portare l'acqua potabile ai rubinetti di casa
, MM fattura 0,55 euro ogni mille litri, comprensivi di fognatura e depurazione dei reflui. Uno dei prezzi più bassi d'Europa. La tariffa media di Amiacque è 0,72 euro, tra le più competitive del continente ed inferiore alla media nazionale (1 euro). Lo stato della rete distributiva di Milano e provincia è in linea con i migliori riferimenti europei, con perdite complessive del 10% per la città e del 20 per la provincia (la media italiana viaggia sul 30%). Un caso (ma non l’unico) in cui la gestione pubblica fa rima con efficienza e tariffe basse (e anche con la qualità dell’acqua che sgorga dal rubinetto) e dove l’obbligo di ingresso dei privati, previsto dalla Legge Ronchi, non porterebbe alcun miglioramento, anzi. Qualcuno obietterà: ma in altri luoghi dove la gestione pubblica è stata disastrosa, come in Sicilia, in Puglia, in Sardegna? Non c’è da augurarsi che l’ingresso dei privati possa portare finalmente la fine degli sprechi (in Italia si viaggia su una media del 30% di perdite nel viaggio dell’acqua fino al rubinetto), delle clientele, delle logiche spartitorie? La risposta è: magari fosse così semplice. Il rischio, in realtà, sempre rimanendo nello scenario 1, quello del mancato quorum del referendum, è che «le gare di alcuni gestori, soprattutto al centrosud, vadano deserte». Perché gli appetiti dei privati si concentrerebbero unicamente sulle società sane, trascurando quelle in grande difficoltà. «A Palermo», racconta Altamore, «Iride (l’utility del Nordovest, nata dalla fusione tra Amga e Aem To, ndr) vuole lasciare Società Acque Potabili, perché hanno 14 milioni di debiti». Altrimenti, anche se qualche privato decidesse di rilevare società in difficoltà, non avrebbe alternative all’aumento delle tariffe. Il caso di Agrigento, tanto per restare in Sicilia, la dice lunga: tariffe tra le più alte d’Italia e una situazione del servizio ancora lungi dal migliorare significativamente.  

Scenario 2.  Quorum raggiunto e vittoria dei sì. L’acqua e la sua gestione ritornano una faccenda totalmente pubblica? Con il corollario di carrozzoni clientelari e inefficienti che questo porta con sé? Anche in questo caso, è troppo semplice liquidare la faccenda così: «Succede», continua Altamore, «che si ritorna al sistema che c’era prima del decreto Ronchi, cioè privatizzazione facoltativa. I Comuni  che vogliono continuare a gestire il servizio idrico integrato attraverso società in house (totalmente a controllo pubblico, ndr) potranno continuare a farlo, chi vorrà quotarsi in Borsa potrà farlo, chi vorrà fare gare a evidenza internazionale potrà farlo». Un sistema misto, dove l’ingresso dei privati non è precluso (e dove, al momento, si aggira attorno al 10% della presenza). E dove può anche far bene. Altamore cita ancora la Sicilia: «L’Ente Acquedotti Siciliani è stato sostituito da Siciliacque (costituita per il 75% da soci industriali tra cui la multinazionale  Veolia e per il 25% dalla Regione Siciliana, ndr) con risultati importanti: sono state ridotte le perdite idriche per un volume pari al fabbisogno di una città come Gela».

Lo stop al decreto Ronchi
, quindi, non farà altro che riportarci alla situazione attuale, piuttosto a macchia di leopardo. A frenare l’ingresso dei privati nella partita dell’acqua, in realtà, sarà più la vittoria del sì nel secondo quesito, quella che interviene su un altro testo di legge (“Norme in materia ambientale”), laddove prevede che il gestore possa ottenere profitti garantiti sulla tariffa, caricando sulla bolletta dei cittadini un 7% a remunerazione del capitale investito, senza alcun collegamento a qualsiasi logica di reinvestimento per il miglioramento qualitativo del servizio. «Con questo sì», spiega Altamore, « si stabilisce che non si possano fare profitti sull’acqua». Certo, quella legge rendeva – incautamente - i profitti totalmente svincolati dagli investimenti. Ma il tema di una rete da ammoddernare con investimenti massicci che le finanze pubbliche (e quindi la fiscalità generale) non possono garantire rimarrebbe aperto: «Per rimettere in sesto la rete idrica italiana servono 64 miliardi in tre anni, una cifra pari a 10 volte quella che serve per costruire il Ponte sullo stretto. È evidente che una cifra così non può arrivare dalle finanze pubbliche». E allora? Come completare virtuosamente lo scenario due? Per Altamore c’è solo un modo: «Affrontare, dal giorno dopo il referendum, una riforma organica del settore idrico, a 17 anni dalla Legge Galli. Anche perché avremo da affrontare un contenzioso con l’Europa, probabilmente. E un rischio di sanzioni».

La vittoria dei sì al referendum, dice Altamore, «può essere un indirizzo, può dare un’impronta, una spinta culturale, perché in realtà si tratta di una materia troppo complessa che non può essere liquidata in due quesiti referendari. L’abrogazione dovrà essere un punto di partenza per qualcos’altro, bisognerà ragionare su quale assetto dare al nostro sistema idrico».  Per Altamore «sarà difficile fare a meno dell’esperienza dei privati , soprattutto per quanto riguarda gli investimenti indispensabili sulla rete.  Con la presenza di un’Authority di controllo molto forte. Soprattutto, bisognerà ripartire a ragionare dalla vera idea di acqua pubblica: fare in modo che questo bene comune sia preservato per le nuove generazioni». Senza pregiudizi. E senza scorciatoie.  

Postato il 09 giugno 2011 alle ore 14.30 in attualità | Commenti (0) |

Un referendum a rischio

Il referendum contro la privatizzazione dei servizi idrici rischia di annegare nel Decreto legge sviluppo che istituisce la nuova Autorità per l'acqua. A breve sarà la Corte di cassazione a dire l'ultima parola sulla possibilità o meno per i cittadini di esprimersi liberamente il 12 e 13 giugno sui cardini della privatizzazione dei nostri acquedotti, oggi in grande maggioranza controllati dai Comuni.

Per la precisione si voterà su due quesiti: il primo che chiede di pronunciarsi sull'obbligo per gli enti locali di mettere sul mercato il servizio idrico (privatizzazione), il secondo che riguarda i "profitti" legati alla commercializzazione della risorsa. Il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo ha espresso soddisfazione per la decisione del consiglio dei ministri: «L'istituzione dell'Autorità per l'acqua, nell'ambito del decreto sviluppo rappresenta un grande traguardo a difesa di tutti i cittadini e della risorsa-acqua».


Non la pensano allo stesso modo le organizzazioni della società civile che hanno voluto fortemente il referendum per arrestare una pericolosa deriva iniziata nel 1994, con la Legge Galli che ha riformato il settore idropotabile e ha aperto la via della privatizzazione. A lanciare l'allarme era stato Marco Manunta, un coraggioso magistrato di Milano, che già dieci anni fa aveva scritto un profetico pamphlet dal titolo: Fuori i mercanti dall'acqua. In questi anni, una serie di interventi legislativi hanno preparato il terreno al Decreto Ronchi che, alla fine, non ha più lasciato la libertà ai Comuni di tenere il controllo degli acquedotti. Eppure, nel marzo del 2005, nella Relazione semestrale al Parlamento dei servizi segreti civili era stato detto pubblicamente che esiste il rischio concreto che le nostre risorse vitali possano finire in mano alle multinazionali straniere. Ecco perché un acquedotto non può avere lo stesso status di un'azienda come la Parmalat, esposto alle tempeste dei mercati finanziari.

“E`necessario, pertanto, che maturi una coscienza solidale che consideri l’alimentazione e l’accesso all’acqua come diritti universali di tutti gli esseri umani, senza distinzioni ne´ discriminazioni”, ha detto Benedetto XVI in occasione della Giornata mondiale dell’Alimentazione nel 2007.Può il mercato garantire un diritto umano universale? “La Chiesa ha una responsabilità` per il creato e deve far valere questa responsabilità anche in pubblico. E facendolo deve difendere non solo la terra, l’acqua e l’aria come doni della creazione appartenenti a tutti”, si legge nella Caritas in Veritate. Il “peccato originale” della deriva mercantile è in una risoluzione ministeriale firmata all'Aja nel marzo del 2000, apparentemente innocua. In quell'occasione i rappresentanti di 118 Governi, a conclusione del Forum mondiale dell'acqua, hanno sancito che l'accesso all'acqua deve essere considerato un bisogno vitale.


Una dichiarazione che sembra saggia e accettabile, ma che è il risultato del rifiuto di molti esponenti pubblici di considerare invece l'accesso alla risorsa come un diritto umano e sociale, individuale e collettivo, imprescrittibile. Di fronte al bisogno siamo consumatori, di fronte al diritto siamo cittadini, indipendentemente dalla nostra capacità di spesa.

Postato il 15 maggio 2011 alle ore 19.00 in attualità | Commenti (0) |