È un amaro destino quello che ci sta capitando: da una parte il lavoro è divenuto un altare su cui sacrificare tutto, a volte anche la stessa vita (penso agli incidenti sul lavoro!); dall’altra è il maggiore problema che abbiamo, soprattutto per i giovani che fanno fatica a trovarlo. È davanti ai nostri occhi la fatica che in questo momento sta attraversando il nostro Paese. È urgente che i giovani trovino lavoro. Ed è altrettanto urgente che il lavoro sia sicuro e dignitoso. Ma c’è una distorsione da comprendere e da correggere.
Infatti, se il lavoro - che concerne la condizione normale dell’uomo - diventa però un altare sul quale sacrificare la stessa esistenza - ossia se il lavoro diventa solo una questione di soldi e di profitto - la nostra vita, quella dei singoli, quella delle famiglie e della stessa società, è messa in serio pericolo. E il perché è evidente, anche se non sempre ci riflettiamo. Se il lavoro diviene solo una questione di soldi e di profitto,viene sottratto dalla nostra esistenza il gratuito, l’amore, l’amicizia, la festa. È una perdita che risulta molto amara per tutti.
La Bibbia ci avverte a non cadere in questa tentazione fin dalla sua prima pagina. L’autore sacro ci dice che anche Dio ha avuto bisogno della festa,del riposo, dopo aver lavorato per sei giorni. Se ne ha avuto bisogno Dio, quanto più ne abbiamo bisogno noi! È urgente un risveglio per liberarci dal concepire la vita solo come guadagno e profitto. Dobbiamo recuperare lo spazio per l’amore gratuito, per il dono che non pretende ricambio, per la generosità che non calcola il ritorno.
Purtroppo, abbiamo mercantizzato anche le feste, domeniche comprese. E non solo perché tante persone sono costrette a lavorare. Ma anche se non si lavora, le domeniche sono diventate spesso momenti di evasione, di affanni, di litigi. E non più quel che debbono essere, ossia un tempo per un vero riposo, momenti da spendere in famiglia, tempo per la preghiera, per la carità, per le relazioni umane.
A me ha fatto molta impressione sentire che gli incidenti sul lavoro sono più numerosi il lunedì che negli altri giorni. Evidentemente il “giorno del riposo” non è tale; è divenuto piuttosto un “giorno di stress”! È urgente ridare alla domenica il suo senso e il suo posto nella settimana. Noi cristiani abbiamo una particolare responsabilità visto che per noi la domenica è il giorno nel quale facciamo memoria della risurrezione di Gesù, il giorno nel quale siamo stati liberati da ogni schiavitù.
Sì, noi cristiani dobbiamo riappropriarci della domenica per poterla riproporre alla nostra società! È senza dubbio un gesto che riguarda la nostra fede. Ma è anche un gesto di civiltà, di attenzione alla dignità dell’uomo e della società nella quale vive. Se noi cristiani vivremo la domenica come il giorno da dedicare a Dio, il momento in cui la comunità dei credenti si raduna, il giorno in cui la famiglia si ritrova, il tempo per coltivare rapporti di amicizia, per avere un riposo disteso, magari leggendo, meditando, la stessa società nella quale viviamo ne beneficerà. L’esempio dei cristiani umanizzerebbe la stessa società civile.
Per chi crede è un momento nel quale si rinsaldano i vincoli di amore con Dio e tra di noi, ma tutti saremo liberati dall’ossessione del “guadagno”, ridando per di più al lavoro il suo vero posto e la sua vera dignità.
Varie volte qualcuno mi ha chiesto: «Ma era proprio necessario che Gesù morisse per noi?» E qualche altro: «Ma che padre è Dio, se manda a morire suo figlio?» E comunque: «Perché Gesù è morto sulla croce?» Queste e altre sono domande importanti, direi centrali per la fede cristiana. La morte di Gesù sconvolse gli apostoli, al punto da terrorizzarli per la paura. La risurrezione di Gesù, dopo i primi momenti di incredulità, li trasformò in profondità sino a sfidare coloro che avevano ucciso il loro Maestro. La predicazione della morte e della risurrezione di Gesù divenne il cuore della loro fede e della loro testimonianza. Nacquero piccoli libretti che divennero, poi, i Vangeli.
Ma iniziamo a chiarire un primo interrogativo sulla morte di Gesù: Gesù voleva morire? No, Gesù non voleva affatto morire, come appare chiaramente dalla preghiera nell’orto degli Ulivi: «Padre mio, se è possibile, passi via da me questo calice. Però non come voglio io, ma come vuoi tu» (Matteo 26, 39). Certo, non fece nulla per evitare la morte. Bastava fuggire da Gerusalemme. Poteva farlo, come gli avevano suggerito gli stessi apostoli. E Gesù sapeva che se avesse continuato a predicare come faceva, prima o poi lo avrebbero preso e ucciso. Era accaduta la stessa cosa, poco prima, a Giovanni Battista.
In verità, accadeva allora e continua ad accadere ancora oggi: quando si vuol far tacere qualcuno, se non accetta di stare zitto, lo si uccide. È chiaro, quindi, che non fu il Padre a volere la morte di Gesù, ma gli uomini. E sono stati in tanti: quelli che lo tradirono, quelli che lo abbandonarono, quelli che lo accusarono, quelli che lo portarono sino sulla croce, e anche quelli che non alzarono un dito per difendere quel giusto. Non erano solo ebrei e, comunque, non furono tutti gli ebrei a volere quella morte; vi erano anche romani e altri ancora.
Gesù, in ogni caso, non volle stare zitto, non volle rinunciare all’annuncio del Vangelo, anche se questo gli sarebbe costato la morte. L’amore per il Vangelo, per i suoi, per tutti gli uomini era più forte dell’amore per la sua stessa vita. È questa la ragione che spinse Gesù a restare, anche a costo della suo stesso sacrificio. Finalmente, possiamo dire, c’è uno che ama gli altri più di se stesso; uno che serve gli altri e non se stesso. La morte di Gesù mostra di che qualità è l’amore di Dio per noi. Era già visibile nelle pagine della Scrittura, ma sulla croce raggiungeva il suo culmine. Ecco perché nei Vangeli si legge che quella morte avvenne “secondo le Scritture”, ossia secondo quell’amore che Dio ha da sempre mostrato agli uomini. E ora sulla croce appariva in tutta la sua lucentezza.
La morte di Gesù ha “riscattato” gli uomini dalla schiavitù del diavolo, ossia dello spirito dell’egocentrismo, dell’orgoglio, della violenza. La morte di Gesù perciò ci “salva”, ci “libera”, e ci immette sulla via dell’amore e della risurrezione. Se non c’è l’amore per gli altri, si resta nella morte. Ma se ci lasciamo guidare dall’amore di Gesù, la vita nostra e degli altri risorge. Sì, la morte di Gesù è il punto più alto dell’amore.
Nove mesi esatti prima del Natale, la Chiesa fa memoria del concepimento di Gesù nel grembo di Maria. È la festa dell’Annunciazione. Il Vangelo di Luca racconta l’annuncio dell’angelo Gabriele a Maria che è stata scelta dal Signore per concepire il suo figlio. La scelta di Dio richiedeva però l’assenso di Maria. Al termine del colloquio con l’angelo, in effetti, Maria dice: «Ecco la serva del Signore, avvenga per me secondo la tua parola».
È il «sì» che cambia il corso della storia umana. In quel momento Maria, per opera dello Spirito Santo, concepisce nel suo grembo Gesù. È l’inizio nella storia dell’incarnazione del figlio di Dio, un mistero d’amore impensabile per l’uomo. Il Signore stesso ce lo ha rivelato. E fa bene la Chiesa a sottolineare questo momento del concepimento con un’apposita festa. Come, del resto, non gioire per un mistero d’amore così straordinario? Come non ringraziare il Padre per aver inviato il suo figlio sulla Terra? E come non dire grazie anche a Maria - una semplice ragazza di uno sperduto villaggio della periferia dell’impero romano - per aver detto “sì” alla missione di essere madre del Figlio di Dio? E, intendiamoci, non era scontato.
Se pensiamo a noi, quanti “no” collezioniamo per Dio! Quel “sì” - risposta esemplare per tutti i credenti - oggi risuona in maniera ancora più alta che in passato, vista la frequenza con cui rispondiamo “no” a Dio e, restando nel campo del concepimento, visto con quanta facilità nel nostro tempo si calpesta la vita fin dal suo inizio nel seno materno. Questa festa deve suonare da scandalo per una pratica così drammatica come quella abortiva, attraverso la quale si eliminano coloro che Dio ha scelto per la vita. Infatti, quel che è avvenuto per Gesù avviene in maniera analoga per ogni persona: ogni concepito è voluto da Dio.
Il primo “padre” e la prima “madre” di chiunque è sempre il Signore. E ai genitori viene chiesto il “sì” alla vita che inizia. Mi piace allora iscrivere nella scena dell’Annunciazione ogni donna e ogni uomo che si apprestano a concepire una vita. E potremmo prendere in prestito le parole di san Bernardo che sembra essere presente alla scena e le dice: «Maria, l’angelo aspetta la risposta: deve fare ritorno a Dio che l’ha inviato. Tutto il mondo è in attesa: dalla tua bocca dipende la consolazione dei miseri. O Vergine, dà presto la tua risposta. Rispondi la tua parola e accogli la parola: dì la tua parola umana e concepisci la parola divina, emetti la parola che passa e ricevi la parola eterna».
In questo dialogo della vita che nasce si iscrive anche l’amore tra l’uomo e la donna che concepiscono una vita che è presenza di Dio e del suo amore tra noi. Il “sì” di Maria include tutti quelli che ovunque nel mondo vengono dati alla vita. Senza di essi non ci sarebbe neppure il Natale.
C’è chi ha detto - riferendosi alla difficile situazione che il Paese sta attraversando - che è finito il tempo del carnevale ed è iniziata la quaresima. Al di là della battuta, c’è una verità da cogliere. Il tempo quaresimale può aiutarci a capire che la crisi che stiamo attraversando, se per un verso è un peso, può essere anche un’opportunità per decidere un cambio di passo, per ripensare il nostro modo di vivere, per ridisegnare gli ideali per cui vale la pena vivere. Siamo comunque obbligati a un cambiamento.
Per troppo tempo abbiamo vissuto distratti e indifferenti a quel che accadeva attorno a noi. Ci siamo concentrati troppo su noi stessi, lasciando campo libero alle soddisfazioni individuali perseguite a qualunque prezzo. L’ideale della vita ci è apparso il possesso delle cose: avere di più, consumare di più, soddisfare qualsiasi voglia e a qualsiasi prezzo. Siamo diventati schiavi di un nuovo materialismo e abbiamo fatto evaporare i grandi ideali e sgretolare i sentimenti solidaristici.
In questo momento di crisi globale rischiamo di rinchiuderci ancor più in noi stessi. È una tentazione pericolosissima. Se, infatti, continuiamo a pensare che l’altro, lo straniero, l’anziano, il malato, il povero, il bambino che nasce ci tolgono qualcosa e quindi ci difendiamo da loro allontanandoli, peggioriamo la situazione. E purtroppo non mancano i segni di questa deriva: le nostre città sono più aggressive e inospitali, le nostre case più chiuse, noi stessi siamo meno solidali e meno attenti ad ascoltarci e a incontrarci. E sta crescendo in maniera drammatica il tasso di violenza e di egoismo.
Ebbene, la quaresima viene come un tempo opportuno per non rassegnarci alla crisi, anzi per reagire in maniera robusta. Il cambiamento inizia alzando lo sguardo da noi stessi e dirigendolo verso l’alto. Se ascoltiamo le parole evangeliche comprendiamo con chiarezza che la felicità non è data dalle cose che si possiedono, ma dall’amore che abbiamo. Nel corso del tempo quaresimale siamo invitati dal Vangelo a ritrovare il cuore, a ripartire dall’amore. Le ceneri che ci vengono imposte sul capo all’inizio della quaresima ci ricordano la nostra debolezza, la nostra pochezza, i nostri limiti. Dio comunque ha scelto la polvere che noi siamo per donarci il suo amore. E l’amore di Dio è l’unica cosa salda. Sì, l’amore che Dio ci dona è il fondamento su cui possiamo edificare la nostra vita in maniera robusta.
È importante in questo tempo di quaresima riprendere in mano il Vangelo e “ascoltarlo”. Non possiamo sprecare i giorni che ci sono dati. L’apostolo Paolo ci avverte con le stesse parole che rivolse ai cristiani di Efeso: «Comportatevi non da stolti ma da saggi, facendo buon uso del tempo». E il Battista, mentre stava nel deserto, a coloro che gli chiedevano cosa fare, rispondeva: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato. Non trattate male e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe» (Luca 3,11).
Nel deserto che stiamo attraversando dobbiamo scegliere un nuovo stile di vita: più sobrio, più solidale, più mite, più pacifico, più fraterno.
La festa del battesimo di Gesù è un’occasione opportuna per richiamare il senso del nostro battesimo, che la maggioranza dei lettori credo abbia ricevuto da bambino. Fino al V secolo la Chiesa amministrava il battesimo quasi solo agli adulti e dopo che essi avevano fatto un lungo periodo di preparazione (catecumenato). Quando il cristianesimo divenne la religione dell’impero romano, il battesimo degli adulti divenne un’eccezione visto che tutti dovevano essere cristiani fin dalla nascita.
Il cambiamento fu molto forte: questo rito, non comportando più la scelta da parte del candidato, subì non pochi cambiamenti. Fino a non molti decenni fa il termine “cristiano” significava semplicemente “uomo”: tutte le persone della società erano cristiani. Ma oggi, in una società non più a maggioranza cristiana, non sarebbe meglio tornare all’antica prassi per evitare di conferire un sacramento in maniera irresponsabile? Molti lo pensano. E tuttavia la prassi di battezzare i bambini fa emergere una dimensione che potrebbe sfuggire, ossia che il battesimo è anzitutto un dono. Sì, prima di essere una scelta, è un regalo che si riceve da Dio senza che noi lo meritiamo. E tale dono precede ogni nostra scelta. Certo, è necessaria la fede per ricevere questo sacramento; nel caso dei bambini sono i genitori e i padrini che la professano in loro vece, mentre il battezzato, una volta cresciuto, viene chiamato a fare la sua scelta.
Ebbene, nella pratica di battezzare i bambini appena nati appare, appunto, e con incredibile chiarezza, che è un dono gratuito di Dio. In quest’orizzonte, poco importa essere adulti o bambini: con il battesimo è Dio che ci accoglie nella sua Chiesa, prima ancora che noi scegliamo di farne parte. A pensarci bene, è così anche nella famiglia naturale: il figlio non sceglie la famiglia, ma è da essa accolto.
La vita è sempre un dono che si riceve. E come nessuno può autonascere, così nessuno può autobattezzarsi: il battesimo lo si riceve sempre da un altro. L’adulto potrebbe pensare di vantare meriti, di accampare diritti e quindi di pretendere questo dono come una sua conquista. Non è così. Il bambino che viene portato a essere battezzato non vanta nulla, non pretende nulla, non ha alcun merito, ma Dio lo ama e gli dona il battesimo, ossia lo rende membro della sua famiglia, la Chiesa. Il battesimo non immerge in un complesso di verità, ma in un popolo concreto.
Il valore fondante che emerge nel battesimo - e con particolare evidenza in quello dei bambini - è il primato assoluto dell’amore di Dio: egli nella sua grande misericordia, mentre noi neppure capiamo, ci “immerge” nel suo amore. E l’amore di Dio non termina; è eterno, irrevocabile, indelebile, e quindi irripetibile, appunto come il battesimo. Colui che viene battezzato è liberato radicalmente dal peccato originale, ossia dalla schiavitù del male, e appartiene a Dio. È ovvio che tale amore richiede una risposta. La fede non è un accessorio, è l’altra faccia del battesimo.
Quando si è bambini la fede è quella dei genitori e dei padrini. Ma la “rinascita” inizia sin da quando Dio, liberandoci dal potere del maligno, ci rende partecipi della sua famiglia.
Un altro Natale è alle porte. E sono certo che, anche a motivo dei tempi difficili che stiamo attraversando, è un giorno che attendiamo. E facciamo bene. Anche se non ne comprendiamo fino in fondo il senso e il valore, tutti sappiamo che non è la festa dell’egoismo, ma della pace. Gesù viene a portare la pace. E tutti siamo invitati ad andare a Betlemme. In effetti, le chiese si riempiono per la Messa di mezzanotte. E noi, come quei primi pastori, ci stupiamo, giustamente. Allora, nota l’evangelista, quei pastori se ne tornarono pieni di gioia per quel che avevano visto e udito. In effetti il Vangelo che ascoltiamo in quella notte ci disegna le radici di Gesù e della sua crescita. E ci viene in mente la sua vita da bambino, che non possiamo disgiungere dalla situazione odierna della sua terra.
Gesù era ebreo. Da piccolo ha imparato a pregare, forse sotto la guida di Giuseppe. Il venerdì e il sabato si recava nella sinagoga di Nazareth; lì, come ogni maschio, ha ascoltato la scrittura e da adulto l’ha letta. Possiamo immaginarlo nel coro dei bambini della sinagoga, il venerdì sera, quando cantava: «Vieni, amico, incontro al sabato». Crebbe ebreo con gli ebrei, cantò con loro, chiamò Dio con loro e, nei momenti drammatici della sua vita, come nella Passione, si affidò a lui.
Ma Gesù bambino lo immaginiamo anche piccolo palestinese, rimasto nella sua terra, seppure in situazione difficile (oggi, molti dei palestinesi, cittadini dello Stato israeliano, sono sotto i 14 anni); oppure lo vediamo come un bambino palestinese, figlio di emigrati, fuori della sua terra sparso in tante altre terre ove è sempre straniero. «Fuggi in Egitto», disse l’angelo a Giuseppe. E quanti sono ancora oggi nell’attesa di udire che finalmente hanno anche loro una patria! Vediamo Gesù bambino anche mentre prega nelle sinagoghe prima di tante stragi, ma anche nei campi palestinesi dove aspetta di sentire quella voce che richiama il figlio nella sua patria.
Questo bambino nasce in un luogo difficile: dal Vangelo di Luca sappiamo che Maria incinta, alla vigilia del parto, finì col dare alla luce suo figlio in una mangiatoia. Di questo parla una delle frasi del Vangelo di Natale più importanti e decisive per capire il senso di una memoria che non smette d’essere sacramento: «Non c’era posto per loro nell’albergo». Non c’è posto in albergo per il bambino ebreo, non c’è posto per il piccolo palestinese, e non c’è posto per tanti poveri, deboli, malati, anziani, stranieri. E quanti posti mancano ancora nell’albergo della vita e quanti sono costretti a stare nelle mangiatoie.
Il Natale è il giorno in cui veniamo messi di fronte al mistero di Dio che si fa vicino e si fa conoscere in un bambino. è lo scandalo che anticipa quello della croce. Noi crediamo nel Di o dell’amore e della debolezza che, bisognoso di tutto, è vicino ai “piccoli” e ai deboli. Con questo tipo di amore è venuto a cambiare il mondo. è un Dio che, mentre si fa simile, è sempre molto diverso da noi. Abbiamo bisogno di lui. Abbiamo bisogno del Natale.
Da alcuni anni, anche nel nostro Paese si è diffusa la festa di Halloween, una specie di notte magica — è quella del 31 ottobre — da trascorrere con balli, ritrovi e gare abbigliandosi con i costumi più fantasiosi. Questa festa si riallaccia a una tradizione pagana del mondo celtico che è attraversata da molte leggende, da quella che invita a difendersi dagli spiriti maligni che in quella notte invadevano il mondo all’altra che dice ci sia, in quella notte, il ritorno di tutti i morti dell’anno trascorso in cerca di nuovi corpi da possedere per l’anno venturo.
Queste credenze pagane portarono all’usanza di spegnere, per esempio, ogni focolare, per evitare che gli spiriti maligni venissero a soggiornarvi. Ma al di là delle credenze e delle conseguenti manifestazioni che ormai si diffondono anche da noi, cosa si cela in tutto ciò? Mi pare che al fondo ci sia il bisogno di difendersi dagli “spiriti del male” o se si vuole di trovare in ogni modo una protezione da ciò che ci angoscia. E, nei momenti difficili, tutto questo si rafforza. Del resto, come negare il bisogno che abbiamo di protezione, di sostegno, di amicizia? La cultura razionalista che ci circonda, con il prevalere di una mentalità scientifica e tutta tecnica, non risponde a questi bisogni profondi. Ed ecco allora che sono in tanti a ricorrere a feste, a pratiche magiche, a riti esoterici, a cartomanti, a fughe in pratiche religiose da “New age”. Insomma, c’è un “oltre” nella nostra vita quotidiana che la ragione non copre. E ci mette timore.
Intuiamo che c’è un “mistero” che ci avvolge, che la razionalità pura non spiega, magari lo nega. La ragione e la scienza non dissolvono le paure di fronte all’ignoto. Cosa dire del “mistero” che ci avvolge? Tutti sentiamo una certa angoscia di fronte a ciò che non riusciamo a spiegare. E il bisogno profondo di amore che tutti sentiamo resta insoddisfatto. Ecco allora lo sforzo dell’uomo — fatto di riti e pratiche a cui ho accennato — per superare la soglia del “mistero” che ci avvolge. È uno sforzo immane che richiede energie e fantasia, ma che non trova compimento. In verità è impossibile per noi superare il “mistero”.
È accaduto però che quella soglia è stata superata da Dio, o meglio Dio l’ha varcata per venirci incontro, per parlarci e aiutarci. Questo è il senso della venuta di Gesù sulla terra. Egli “ha posto la sua tenda tra noi” per liberarci dalla schiavitù del male e per difenderci dalle forze che cercano di abbatterci. Per questo al termine della sua vita, mentre stava per salire al cielo, ha detto agli apostoli: «Ecco, sono con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo». E continua a dirci, come quel giorno a Pietro, mentre stava affondando: «Non aver paura, sono io». E lo trasse dalle acque. E il Signore ci ha dato anche gli angeli che ci “custodiscono”, come Benedetto XVI ci ha ricordato proprio alcuni giorni fa.
Non abbiamo bisogno dell’oroscopo! Abbiamo bisogno, questo sì, di pregare ancor più la madre di Dio, Maria, a cui il Signore ci ha affidato. E noi cristiani dobbiamo essere ancora più efficacemente fratelli e sorelle di tutti. L’amore di Dio, di Gesù, degli angeli, di Maria e l’amore tra noi e per tutti è la vera protezione della nostra vita. E non per una sola notte, ma per tutti i giorni.
La memoria di san Francesco segna il mese di ottobre. Per tanti motivi, compresa la preghiera per la pace che Benedetto XVI farà il 27 ottobre ad Assisi. Quale il segreto di Francesco? Una vita aderente al Vangelo. Avvicinarsi a lui vuol dire incontrare un fratello “più grande” e “più vicino” al Vangelo. Francesco era un giovane ricco e promettente. Sognò inizialmente il successo divenendo cavaliere. Ma un incontro lo sconvolse. Lo racconta nel testamento, scritto poco prima della morte: «Il Signore concesse a me, frate Francesco, di cominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara di vedere i lebbrosi. E il Signore mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E, allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro, mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo».
L’incontro con il lebbroso segna l’inizio di una vita nuova per Francesco. Appena vide il lebbroso istintivamente voleva evitare l’incontro, vinse però la paura, scese da cavallo, fece l’elemosina al lebbroso e poi lo baciò. L’elemosina non era sufficiente, bisognava compiere un gesto d’amore. Questo gesto compiuto nei confronti di un uomo così malato e così disprezzato segnò un cambiamento radicale dei suoi gusti di vita. Francesco in quell’incontro con il lebbroso cambiò il gusto, il sapore della vita. Cominciò a stare con loro non per sacrificio ma perché gli piaceva. La povertà non significò per lui un sacrificio, ma una condivisione di vita con loro che venivano esclusi dalla vita civile. Quell’abbraccio gli fece scoprire che stare con amore accanto ai poveri gli donava una gioia straordinaria. Gesù, del resto, lo aveva detto: «C’è più gioia nel dare che nel ricevere».
In effetti, l’incontro con i poveri allarga il cuore, affina gli occhi e rende più attente le orecchie e più gioiosa la vita. Anche sul piano religioso. Francesco infatti da allora vide in modo nuovo anche il crocifisso. Incontrando i lebbrosi vide che i loro tratti erano gli stessi del crocifisso. Per questo, entrando nella piccola chiesa di San Damiano vide il crocifisso e ne ascoltò la voce. E in Francesco si compì la conversione del giovane ricco: vendette i beni ai poveri e iniziò a seguire Gesù. È la via della povertà che Francesco continua a indicare ancora oggi. Ma si badi bene, non si tratta di un gesto ascetico, di una rinuncia ai beni per guadagnarsi dei meriti. No, la scelta della povertà significa rinunciare a porre se stessi al centro della vita per mettervi Gesù e i poveri. E si fece “minore”, ossia povero.
È questo il senso della povertà anche nella stessa Chiesa e in ogni comunità cristiana. Non si tratta di rinunciare ai beni per una pratica ascetica, quanto di mettere al centro delle scelte non il denaro o il potere, ma il Vangelo e i poveri. Quello che si possiede non è solo per se stessi, ma per tutti. Credo che sia ancora questa la strada da seguire per vivere il Vangelo e per testimoniare il primato dell’amore e della gioia di essere cristiani. Scrivono gli Atti degli Apostoli che tra i credenti non c’era più nessun povero perché chi possedeva beni pensava a sostenere chi non aveva nulla. Si racconta in una delle vite di san Francesco: «Si recò una volta in pellegrinaggio a Roma, e, deposti, per amore di povertà, i suoi abiti fini, si ricoprì con gli stracci di un povero. Si sedette quindi pieno di gioia tra i poveri, che sostavano numerosi nell’atrio, davanti alla basilica di San Pietro e, ritenendosi uno di essi, mangiò con loro avidamente. Avrebbe ripetuto più e più volte azioni simili, se non gli avessero incusso vergogna i conoscenti. Si accostò poi all’altare del principe degli Apostoli e, stupito delle misere offerte dei pellegrini, gettò là denaro a piene mani». San Francesco resta ancora oggi una luce a cui guardare.
Egli ha due poli di riferimento: Gesù e la Chiesa
Quando in una grande città entra un nuovo vescovo, anche la stampa è attenta perché egli è significativo per la vita della comunità. Non di rado nascono fraintendimenti volendone individuare le appartenenze. È importante guardare più in profondità. Non si comprende il vescovo senza tener conto dei suoi due poli di riferimento: Gesù e la Chiesa. Iniziamo da quest’ultima. Non c’è vescovo senza la Chiesa che è chiamato a guidare così come non si può pensare a un pastore senza il gregge. Lo indica il termine: vescovo è “colui che sorveglia” il gregge affidatogli. Suo primo compito è amare quella Chiesa, di proprietà del Signore che ha versato sangue per riscattarla. Personalmente, cerco di dire il meno possibile: questa è la “mia” diocesi. Perché è anzitutto di Cristo. Qui viene l’altro punto di riferimento: Gesù. Lo ricorda l’apostolo Pietro: «Eravate come pecore erranti, ma ora siete ritornate al pastore e al guardiano (vescovo) delle anime vostre» (1Pt 2,25). Rivolgendosi ai vescovi, dice: «Pascete il gregge di Dio a voi affidato, vegliate (episcopountes) su di esso non come costretti a forza, ma spontaneamente, secondo lo Spirito di Dio» (1Pt 5, 2).
Mi hanno sempre colpito gli scritti del vescovo Ignazio di Antiochia, portato in catene a Roma. Egli chiese ai romani di pregare per la Chiesa che aveva dovuto abbandonare: «Ricordatevi nella vostra preghiera della Chiesa di Siria, che al posto mio ha Dio come pastore. Soltanto Gesù Cristo sarà il suo vescovo». In effetti, i vescovi sono chiamati a vegliare sulla Chiesa come Gesù stesso. «I vescovi – scrive il Vaticano II - reggono le Chiese particolari a loro affidate, come vicari e delegati di Cristo: col consiglio, la persuasione, l’esempio, ma anche l’autorità e la sacra potestà, della quale non si servono se non per edificare il gregge nella verità e nella santità, ricordandosi che chi è il più grande si deve fare come il più piccolo, e colui che governa, come colui che serve» (LG 27). In passato, a volte anche oggi, più di un cristiano è fuggito piuttosto che accettare di diventare vescovo: avevano compreso le grandi responsabilità che avrebbero avuto. Qualche nome: sant’Ambrogio, san Gregorio Magno, sant’Agostino, san Cipriano. Poi, fortunatamente, li convinsero.
È un compito arduo, quello del vescovo. L’arte pastorale, che è esercizio dell’autorità, è difficilissima anche perché la cultura contemporanea ha fatto saltare una serie di regole di comportamento gerarchico. Non è diminuito il bisogno e l’urgenza di esercizio dell’autorità: nella Chiesa, ha il sapore del servizio all’interno di una famiglia che, si scrive nella Pastores dabo vobis, «non può essere concepito come qualcosa d’impersonale e burocratico, perché nasce dalla testimonianza… Se mancasse l’autorevolezzza della santità del vescovo, la sua testimonianza di fede, speranza e carità, il suo governo difficilmente potrebbe essere recepito dal Popolo di Dio come manifestazione della presenza operante di Cristo nella sua Chiesa». Essere come Gesù: è l’ideale del vescovo. Papa Giovanni, da patriarca di Venezia, scrisse: «Della mia vita pastorale cosa dire? Ne sono contento, mi dà grandi consolazioni. Non mi occorre adoperare forme dure per tenere il buon ordine. La bontà vigilante arriva ben più al di là e rapidamente che non il rigore e il frustino». È proprio del vescovo essere “preoccupato” dei fedeli. Benedetto XVI, nella Messa d’inizio del pontificato, diceva: «La santa inquietudine di Cristo deve animare il pastore: per lui non è indifferente che tante pecore vivano nel deserto… Vi è il deserto della povertà, della fame e della sete, dell’amore distrutto… Vi è il deserto dell’oscurità di Dio, dello svuotamento delle anime… I deserti interiori si moltiplicano nel mondo». Per questo c’è sempre più bisogno di vescovi santi e sapienti, con autorità sulla vita dei fedeli. Il vescovo è dentro il mistero di Gesù, unico “pastore” delle nostre Chiese. Il resto rischia di venire dal “maligno”.
Il IV comandamento spiega l’importanza di rispettare i genitori, soprattutto se anziani.
«Onora tuo padre e tua madre, come il Signore, tuo Dio, ti ha comandato, perché si prolunghino i tuoi giorni e tu sia felice nel paese che il Signore, tuo Dio, ti dà» (Dt 5, 16). Così il libro del Deuteronomio riporta il quarto comandamento. Il credente viene esortato a "onorare" il padre e la madre e, come ricompensa, avrà lunga vita e felicità. È un comando bello; si potrebbe dire, persino conveniente, sia per i figli che per i genitori. Eppure è spesso disatteso. Oggi, infatti, non è che sia normale vedere onorati come si deve il padre e la madre. I vincoli di sangue non sempre aiutano. Quante volte infatti dobbiamo assistere a storie raccapriccianti tra figli e genitori! C'è un generale abbassamento della soglia morale, e anche culturale: non scandalizza più il fatto che i figli abbandonino i genitori anziani nelle case di cura o, come sono chiamate, di riposo. Ma che società è quella dove uomini e donne che hanno dato la vita (nel senso vero del termine) debbono poi vivere i loro ultimi anni, abbandonati? Mentre con i progressi della medicina e una sanità migliore si allunga la vita, dall'altra a chi vive di più vengono sottratti l'amore, la compagnia, la felicità. Rischiamo di prepararci un futuro di tristezza. Non dovremmo avere paura della solitudine almeno quanta ne abbiamo per il nucleare? Non possiamo costruire un futuro di tristezza e di amara solitudine! Per questo – tra le altre cose necessarie per costruire un futuro migliore per il paese – è necessario riscoprire l'importanza del quarto comandamento.
La Bibbia e la lunga tradizione della Chiesa ci aiutano a capire. Spesso i genitori, quando sono giovani, ricordano il quarto comandamento ai loro figli piccoli, pretendendo da loro obbedienza. E, in genere, fanno bene! Ma non debbono però dimenticarlo quando, divenuti adulti, hanno i loro papà e le loro mamme ormai anziani e li abbandonano fuori di casa. Dobbiamo certo ricordare quanto scrive l'apostolo Paolo ai ragazzi della comunità di Efeso: «Figli, obbedite ai genitori nel Signore, perché questo è giusto»(Ef 6,1). Ma l'apostolo poi aggiunge subito: «E voi, padri, non esasperate i vostri figli, ma fateli crescere nella disciplina e negli insegnamenti del Signore». C'è bisogno di trascorrere più tempo in famiglia, cercando di aiutarsi gli uni gli altri.
Ma c'è un insegnamento che deve tornare in primo piano. È scritto nel Siracide: «Figlio, soccorri tuo padre nella vecchiaia... Sii indulgente, anche se perde il senno, e non disprezzarlo, mentre tu sei nel pieno vigore» (3,12- 13). L'autore sacro annette a questo modo di "onorare" il padre e la madre un valore salvifico: «L'opera buona verso il padre non sarà dimenticata (da Dio), otterrà il perdono dei peccati, rinnoverà la tua casa» (3,14). Onorare il padre e la madre fanno guadagnare il paradiso, si potrebbe dire. Ma non onorarli significa preparare l'inferno, anche per se e già da questa terra. Chi abbandona i propri genitori anziani insegna ai figli a comportarsi allo stesso modo verso di sé. È urgente riscoprire il quarto comandamento. E per farlo c'è bisogno di uno scatto d' amore, e anche di intelligenza. Sarà migliore il futuro per tutti.
Una radice comune a tutti gli uomini: le religioni ci dicono che tutti andiamo verso Dio.
«Ma se Dio che è nei cieli è Uno solo, ed è Quello che si è rivelato in Gesù Cristo, perché ha permesso tante religioni?». Questa domanda fu fatta da Vittorio Messori a Giovanni Paolo II. Il Papa non solo non si scandalizzò, ma rispose con grande profondità e sapienza spirituale. Si richiamò al noto testo del Concilio Vaticano II che inizia con queste parole: «Nel nostro tempo in cui il genere umano si unifica di giorno in giorno più strettamente cresce l'interdipendenza tra i vari popoli, la Chiesa esamina con maggiore attenzione la natura delle sue relazioni con le religioni non cristiane. Nel suo dovere di promuovere l'unità e la carità tra gli uomini, e anzi tra i popoli, essa in primo luogo esamina qui (in questo documento) tutto ciò che gli uomini hanno in comune e che li spinge a vivere assieme il loro comune destino».
Sono parole scritte nel 1965. Il Concilio aveva già una grande visione. C'è un fondo comune a tutti gli uomini, ossia di essere nati tutti da Dio e tutti debbono tornare verso di lui. Le religioni ci fanno capire che tutti dobbiamo andare verso Dio, verso la Verità. Riconoscere questa dimensione propria dell'uomo spinge i credenti delle diverse religioni a non combattersi, a non alimentare conflitti, a non approfondire fossati di odio. Chi crede davvero in Dio non può uccidere in suo nome. Ed ecco perché è necessario che i credenti delle diverse religioni si incontrino: essi potranno così approfondire la loro fede e vedere che non si può uccidere in nome di Dio, anzi, comprenderanno che, senza rinnegare la propria fede, debbono operare assieme per la pace, per aiutare i poveri, per non deturpare il creato, e tante altre cose buone. Questo non vuol dire che tutte le religioni sono uguali. E tanto meno vuol dire che i cristiani debbono rinunciare ad annunciare il Vangelo di Gesù. Assolutamente no. I cristiani sono chiamati sia a comunicare il Vangelo sia a dialogare con amore con gli altri credenti. E oggi abbiamo davanti ai nostri occhi lo straordinario esempio del beato Giovanni Paolo II. Verso la fine della sua vita, guardando indietro, disse: «In tutto il mio pontificato la mia preoccupazione costante è stata quella di adempiere questa duplice missione di proclamazione e di dialogo. Nel corso delle mie visite pastorali in tutto il mondo ho cercato di incoraggiare e di confermare la fede dei cattolici nonché di altri cristiani. Nello stesso tempo sono stato lieto di incontrarmi con i capi di tutte le religioni nella speranza di promuovere una maggiore comprensione e cooperazione interreligiosa per il bene della famiglia umana». Il papa aveva compreso l'importanza di tale prospettiva per la stessa vita della Chiesa: «Le altre religioni costituiscono una sfida positiva per la Chiesa: la stimolano, infatti, sia a scoprire e a riconoscere i segni della presenza del Cristo e dell'azione dello Spirito, sia ad approfondire la propria identità e a testimoniare l'integrità della rivelazione, di cui è depositaria per il bene di tutti». E, rispondendo a Messori, a un certo punto non teme di notare: «Invece di meravigliarci che la Provvidenza permetta una tanto grande varietà di religioni, ci si dovrebbe piuttosto stupire dei numerosi elementi comuni che in essa si riscontrano».
Deve restare chiaro che i credenti delle diverse religioni non debbono attutire la loro identità alla ricerca (del tutto impossibile) di una sorta di religione universale comune. Il dialogo deve servire a spingere ciascun credente a scendere sempre più in profondità nel proprio Credo. Per noi cristiani, dialogare significa aumentare la fede in Gesù Cristo. Il dialogo in questo senso è una vera e propria rivoluzione spirituale e culturale. Forse è una via lunga, poco visibile, faticosa, ma è decisiva. Tra il fondamentalismo e il relativismo, che nega persino l'idea di una sola verità, c'è la posizione di chi concepisce la verità come una, ma che non è posseduta interamente ed esclusivamente dai singoli credenti. Tutti siamo pellegrini verso la Verità, come non si stanca di ripetere Benedetto XVI.
Non è una via straordinaria. Ciascuno può trovare la sua strada per praticare il Vangelo.
Iniziamo il mese di maggio con la beatificazione di Giovanni Paolo II. In tanti ce l'auguravamo. Ed è arrivata come un dono straordinario. Per chi lo ha conosciuto personalmente, come a me è capitato, è grande la grazia di averlo incontrato. Ma vi assicuro, cari amici lettori, Giovanni Paolo era davvero una persona semplice e diretta nell'incontro. Questa sensazione, che ho sempre avuto nei contatti con lui, conferma quanto la Chiesa ripete, ossia che la santità non appartiene solo a persone eroiche ed eccezionali. Certo, ci sono tra i santi anche costoro. E Giovanni Paolo II era anche questo. Ma il Concilio Vaticano II afferma con chiarezza che «tutti nella Chiesa… sono chiamati alla santità, secondo il detto dell'apostolo: la volontà di Dio è questa, che vi santifichiate ». Tutti, nessuno escluso, sono chiamati alla santità.
Persino chi non crede – se è sincero in coscienza – deve interrogarsi sulla santità. Mi torna in mente il grande scrittore Albert Camus, che non credeva in Dio, il quale comunque si chiedeva: «Si può essere santi senza Dio»? E aggiungeva: «È il solo problema concreto che oggi io conosca». Se si interrogava così questo non credente, quanto più noi che crediamo? I santi non sono i valorosi. Santi sono coloro che accolgono il Vangelo e si impegnano a metterlo in pratica.
Per questo, non si è santi da dopo la morte, ma da quando si entra a far parte della "famiglia di Dio", ossia da quando ci si "separa" ("santo" vuol dire "separato") da un destino di solitudine e di angoscia, da quando ci si "separa" dalla vita triste di questo mondo e si entra a far parte della famiglia del Signore. Si è santi dal Battesimo, dal momento in cui diventiamo membri della Chiesa. Da allora la santità deve diventare l'impegno decisivo del credente. Purtroppo non è così, anche perché abbiamo un'idea sbagliata della santità. Essa è l'orizzonte nel quale iscrivere i nostri pensieri, le nostre azioni, le nostre scelte, i progetti che vogliamo attuare.
La santità non è allora un fatto intimistico e avulso dalla vita di ogni giorno. La santità è vivere secondo la figliolanza di Dio, ossia secondo le esigenze del Battesimo, secondo le parole del Vangelo. Per preservare questa figliolanza, molti, e non solo gli spiriti alti, hanno lottato anche a costo della loro stessa vita. Basti pensare ai martiri di questi tempi: questi cristiani – in Iraq, in Pakistan, in Turchia, in India – hanno "resistito fino al sangue" per non abbandonare la fede e la Chiesa. Teniamoli davanti ai nostri occhi! La santità non è quindi una via straordinaria, per tempi difficili e per persone particolari. La santità è il cammino quotidiano di coloro che ascoltano il Vangelo e cercano di metterlo in pratica.
Ciascuno deve trovare la sua via per ascoltare e praticare il Vangelo. E, si badi bene, non è santo chi non pecca mai, e neppure chi si crede giusto. È santo il mendicante di amore, il cercatore di misericordia, l'affamato del Vangelo, l'umile operatore della solidarietà e della pace, il peccatore che si inginocchia davanti al Signore e piange per il suo peccato. Il Signore dona l'amore a chi lo cerca. E la santità non è altro che questo: vivere d'amore.
La Settimana santa è la nuova creazione: in essa è racchiusa la vita di ogni credente...
I giorni della Pasqua, sin dalle origini, sono stati al centro della memoria cristiana, al punto da organizzare attorno a essi tutto il calendario liturgico. Erano i giorni decisivi per la vita dei cristiani e anche emblematici sul piano umano. In seguito, l'intera settimana verrà chiamata "santa". In questi sette giorni succede tutto: la folla grida "Osanna" a Gesù che entra a Gerusalemme nella Domenica delle Palme, passano cinque giorni e non esita a urlare: "Sia crocifisso!"; ci sono amici che si dichiarano pronti a morire per Lui, ma non aspettano un momento per fuggire o per rinnegarlo spergiurando di non averlo mai conosciuto; l'uomo fidato che tiene la cassa lo vende per trenta denari eppure è chiamato "amico" appena lo bacia per tradirlo; la magistratura ne riconosce l'innocenza ma lo affida ugualmente agli ingiusti accusatori; un giusto – scrivono i Vangeli che "ha fatto bene ogni cosa" – viene condannato e un malfattore liberato.
È davvero una settimana singolare per i tanti eventi, e comunque sono giorni di passione per quel poveruomo di Nazaret. Una passione che in verità era iniziata fin dalla sua nascita quando non trovò posto a Betlemme. Ora, nella capitale, non trovava posto neppure per morire. La drammaticità dei contrasti che segnano questa settimana la rendono diversa dalle altre, "santa", appunto. È bene viverla avendo gli occhi fissi su Gesù. Dopo l'ingresso nella Città santa, Gesù inizia gli ultimi tre giorni con una cena. Si mette a tavola con i discepoli e a un certo punto si alza per lavare loro i piedi: «Io sto in mezzo a voi come colui che serve». Non ha le vesti di un eroe, ma solo un asciugamano. Anche noi possiamo imitarlo. Poco dopo, nell'orto degli ulivi, si prostra a terra angosciato. Cerca conforto e non lo trova. I tre amici più vicini – dimostrando di non essere poi tanto amici – si addormentano e lo lasciano solo. Il giorno dopo, il venerdì pomeriggio, mentre sta inchiodato sulla croce si sente rivolgere da tutti lo stesso ritornello: «Salva te stesso! E ti crederemo», oppure: «Ha salvato gli altri, non può salvare se stesso?». Parole beffarde. Sono l'antivangelo.
Gesù infatti diceva il contrario: sono venuto per servire, non per essere servito, per salvare gli altri non per salvare me stesso. Mentre tutti – anche noi – cercano di salvare se stessi, il Vangelo ci presenta Gesù che salva gli altri, che guarisce i malati, che dà il pane agli affamati, che ridà la vista ai ciechi, che soccorre i bisognosi, che offre amicizia a chi è solo e perdono a chi lo chiede. Insomma, non si è risparmiato in nulla; come del resto aveva detto: non c'è amore più grande di colui che dona la propria vita per i suoi amici. Nella Settimana santa queste parole diventano vere fino in fondo, sino all'ultimo respiro, quando arriva la Pasqua: Gesù "passa" (Pasqua vuol dire "passaggio") dal buio della morte alla luce dell'amore senza limiti. La logica dell'amore per sé è sconfitta definitivamente dall'amore per gli altri, per noi. La Settimana santa è la nuova creazione. In essa è racchiusa la vita nuova di ogni credente, anzi la stessa storia del mondo.
È una pratica tesa ad allontanarci dall’egoismo per avvicinarci di più a Dio...
La Quaresima vuol far rivivere ai cristiani i quaranta giorni che Gesù passò nel deserto. Così la Chiesa vuole che ci prepariamo alla Pasqua, questo mistero centrale della salvezza che rischiamo di non comprendere perché pieni dei nostri affanni e dei nostri pensieri. Gesù si ritirò nel deserto per prepararsi a compiere la volontà del Padre: e qui si svuotò di se stesso e si riempì di preghiera. In verità, il digiuno era una tradizione consolidata presso il popolo di Israele soprattutto per mostrare il pentimento per i propri peccati e per tornare a Dio da cui si era allontanato.
Purtroppo spesso diventava una pratica vuota. I profeti si scagliavano contro un digiuno ridotto a un gesto solo esteriore che non cambiava i cuori e che faceva continuare le ingiustizie. Isaia, a nome di Dio, era durissimo: «Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato, nell'introdurre in casa i miseri senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo? Allora la tua luce sorgerà come l'aurora, la tua ferita si rimarginerà presto… Allora lo invocherai e il Signore risponderà; implorerai aiuto e gli dirà: Eccomi!» (Is 58). Il digiuno, come si vede, è teso ad allontanarci dal nostro egoismo per avvicinarci di più a Dio. Ecco perché è legato alla preghiera e alla carità.
La Chiesa, fin dall'inizio, ha esortato i suoi figli a seguire l'esempio di Gesù e quindi a digiunare da se stessi per rivolgersi a Dio e ai poveri. Questa triplice pratica è l'arma più potente che i cristiani hanno nelle loro mani per sconfiggere il male che continuamente si abbatte sugli uomini. Così Gesù sconfisse il Tentatore: «Non di solo pane vive l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio». In questa frase è racchiuso il senso del digiuno. Durante la quaresima perciò siamo invitati a digiunare. Ma come digiunare? No si tratta di praticare il digiuno per la dieta! Non è questo che vuole il Signore. Il digiuno è certamente anche privazione del cibo. Ed è bene farlo, almeno il mercoledì delle Ceneri (quest'anno è il 9 marzo). Ma ce n'è un altro che è decisivo: è il digiuno dall'egoismo, dalla voglia di avere tutto quel ci passa per la testa, dal pensare solo a noi stessi, dal desiderio di accaparrare tutto per sé.
Questo digiuno è importante. E deve essere accompagnato dalla preghiera, dall'ascolto della Parola di Dio. La quaresima pertanto è un tempo in cui dare spazio alla Parola di Dio. Sì, è bene leggere almeno una pagina del Vangelo ogni giorno: quelle parole vanno dirette al cuore, lo rendono più buono e più forte. Ed è bene – come la Chiesa raccomanda da sempre – dare ai poveri ciò di cui ci priviamo nel digiuno. Digiuno, preghiera e carità: rendono migliore il nostro cuore e aiutano il mondo sulla via del bene. Ecco perché la Quaresima è un tempo prezioso!
Nota storica. La pratica del digiuno, così come quella dell'elemosina e della preghiera, non è una novità portata da Gesù: egli rimanda all'esperienza religiosa del popolo d'Israele, dove il digiuno è praticato come momento di professione di fede nell'unico vero Dio. Mosè ed Elia si astengono dal cibo per prepararsi all'incontro con Dio. La coscienza del peccato, il dolore e il pentimento, la conversione e l'espiazione, pur manifestandosi in molteplici modi, trovano nel digiuno la loro espressione più naturale e immediata.
Il cristianesimo è orientamento e movimento in avanti, una grande energia tesa...
Un senso di insicurezza sembra
coglierci all'inizio di questo
nuovo millennio. Le guerre, il
terrorismo, i conflitti etnici, la crisi economica,
le migrazioni, l'inquinamento…
mettono in forse la speranza in un futuro
migliore per il mondo. Che fare? Gli ottimisti
affermano che bisogna comunque
sperare, i pessimisti invece che la speranza
è una virtù ingenua, i realisti – la maggioranza
– spingono a pensare a se stessi
e a concentrarsi sul proprio presente. La
speranza cristiana non è nessuna di queste
tre cose. Ma ciò di cui abbiamo bisogno,
soprattutto in questo tempo difficile.
È un dono così prezioso che Benedetto
XVI vi ha dedicato la sua seconda enciclica,
Spe salvi. È una lettera straordinaria,
purtroppo poco conosciuta. Egli,
tra le molte cose, scrive: «Noi abbiamo
bisogno delle speranze – più piccole
o più grandi – che, giorno per giorno,
ci mantengono in cammino. Ma senza
la grande speranza, che deve superare
tutto il resto, esse non bastano. Questa
grande speranza può essere solo Dio, che
abbraccia l'universo e che può proporci
e donarci ciò che, da soli, non possiamo
raggiungere… Dio è il fondamento della
speranza – non un qualsiasi dio, ma quel
Dio che possiede un volto umano e che
ci ha amati sino alla fine». La "speranza"
cristiana non è una semplice virtù umana.
Essa è una delle tre virtù teologali, sta nel
mezzo tra la fede e la carità. Un grande
scrittore cristiano, Charles Péguy, la chiamava:
«La virtù in contropiede» nel senso
che «è la virtù del nuovo e la virtù del
giovane…, è la principessa stessa delle
teologali e non invano essa è al centro
delle teologali, perché senza di essa la
Fede e la Carità scivolerebbero sul rivestimento
dell'abitudine».
È soprattutto essa che garantisce
alla Chiesa che non soccomberà sotto
il proprio meccanismo». Insomma, la
speranza immette dentro il dinamismo
di una vita spirituale tutta tesa verso il
futuro di Dio, ciò che di più alto l'uomo
possa desiderare. L'esercizio abituale
di questa visione è la sostanza
della speranza cristiana. La speranza
non invita solo a guardare oltre in un
futuro indistinto. No, la speranza cristiana
fa dirigere la mente, il cuore,
la vita, il mondo direttamente verso
Dio. Spinge a guardare (e a vivere) la
vita più dalla fine che dall'inizio, più
dall'utopia del Cielo che dal triste presente
della terra. Lo stesso cristianesimo
è speranza, ossia orientamento
e movimento in avanti, energia tesa a
trasformare l'oggi.
Il futuro di Dio, la celeste Gerusalemme,
non è una delle componenti
del cristianesimo, è il termine della
fede cristiana, la nota su cui si accorda
tutto il resto. In tal senso la speranza
cristiana diviene la scelta fondamentale
nella quale il credente interpreta
il senso ultimo della sua esistenza, e
quindi distrugge ogni idolatria del
presente, qualunque esso sia, fosse
anche una idolatria di pratiche religiose.
La speranza fa tenere lo sguardo
diretto sempre verso l'Alto, verso il
futuro di Dio. E lo fa già intravedere.
Per questo, potremmo dire con Péguy,
che la speranza sta in mezzo alla fede
e all'amore per trascinare più che per
essere trascinata: «È essa, la speranza,
che tutto con sé trascina. La fede, infatti,
vede solo ciò che è. Essa invece
vede ciò che sarà. L'amore ama solo
ciò che è, essa invece ciò che sarà nel
tempo e per l'eternità».
I Magi si inginocchiano davanti al Bambino: anche oggi un gesto che può apparire strano...
L’epifania è tra le feste più significative del cristianesimo, soprattutto nella tradizione orientale. È però una memoria che rischia di essere sepolta da significati che la snaturano sino a tradirla. Il termine “epifania” vuol dire “manifestazione” e, in questo caso, ricorda la manifestazione di Gesù ai Magi. Racconta l’evangelista Matteo che «alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei?». La scena di questi magi che portano i loro doni al Bambino nella grotta ha riempito la fantasia di tanti di noi fin dall’infanzia. Cosa significa?
C’è un primo significato che va sottolineato e che si lega direttamente al mistero stesso del Natale. La tradizione della Chiesa vede nei Magi i rappresentanti di tutti i popoli della terra. Ebbene, Gesù è appena nato, ma già vuole mostrarsi al mondo. Se a Natale si è mostrato ai pastori, ora si mostra al mondo intero. Nell’Epifania perciò la Chiesa celebra la prima manifestazione dell’amore di Dio ai popoli tutti. C’è poi un altro aspetto che vorrei rilevare: il viaggio che questi personaggi, non appartenenti al popolo di Israele, hanno intrapreso per vedere quel bambino. Cosa li ha spinti? Non certo la chiarezza della tradizione di Israele, visto che appartenevano a un’altra tradizione religiosa. Hanno però visto una stella. Intendiamoci, non l’hanno vista per caso. Hanno dovuto alzare lo sguardo da loro stessi e dai loro affari; hanno dovuto abbandonare la concentrazione sul proprio io e non lasciarsi schiavizzare dalla vita banale e materiale che conducevano. Non pensavano più che la salvezza e la felicità potessero venire dal potente regno assiro di cui erano illustri cittadini. Per questo scrutavano il cielo: volevano vedere oltre. Ebbene questa tensione interiore, questo desiderio di una vita più alta e più bella, fece vedere loro la stella. Si presentò davanti ai loro occhi una luce. Sì, chi cerca, trova una luce. E essi la seguirono. Non sapevano bene dove li avrebbe condotti, ma la seguirono. È così per ogni ricerca; anche per quella religiosa. Avevano intuito che era una luce amica, e non smisero di seguirla. Li portò a Gerusalemme. E qui domandarono: «Dove è il re dei giudei che è nato? Abbiamo visto sorgere la sua stella e siamo venuti per adorarlo». Quando si cerca il Signore non ci si ferma: la ricerca di Dio muove il cuore, i pensieri, i passi. Se ci si ferma è perché la ricerca del Signore (o della salvezza) resta sepolta dalle tante preoccupazioni egocentriche.
La mentalità corrente purtroppo non aiuta, semmai cerca di sbiadire l’urgenza della domanda su Dio. Ma se anche solo un poco sentiamo la domanda su Dio non restiamo tranquilli. E questa è la differenza che separa i Magi dalla maggioranza, ossia da Erode e dagli abitanti di Gerusalemme. Costoro, appena sentirono questa domanda, si turbarono: «Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme». Il primo ebbe paura di perdere il potere, gli altri la tranquillità egoistica. Non volevano essere disturbati. I Magi, invece, gioirono nel rivedere la stella. C’è un sollievo, c’è una pace nel vedere la luce e nel sentirsi guidati. Mentre tutto spinge a fare da soli, a pensare a se stessi e a essere indipendenti, il Vangelo dice che c’è una grande felicità nel dipendere dalla stella, ossia dal Vangelo. È una parola vicina che accompagna; è una parola vera che conforta; è una parola amica che sostiene. Essa conduce verso quel Bambino ch’è nato, scandalo per chi crede nei forti e nei potenti. I Magi, giunti davanti a quel Bambino, si inginocchiarono. Era forse la prima volta che lo facevano. Ancora oggi resta un gesto che può apparire strano: dei sapienti che si inginocchiano davanti a un bambino! Ma forse è strano il nostro mondo che non comprende; quei Magi avevano capito che erano più piccoli di quel Bambino che si era fatto piccolo per star loro vicino.
Gli articoli di mons. Vincenzo Paglia pubblicati prima del 1 gennaio 2011 sono disponibili qui.

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