La festa del battesimo di Gesù è un’occasione opportuna per richiamare il senso del nostro battesimo, che la maggioranza dei lettori credo abbia ricevuto da bambino. Fino al V secolo la Chiesa amministrava il battesimo quasi solo agli adulti e dopo che essi avevano fatto un lungo periodo di preparazione (catecumenato). Quando il cristianesimo divenne la religione dell’impero romano, il battesimo degli adulti divenne un’eccezione visto che tutti dovevano essere cristiani fin dalla nascita.
Il cambiamento fu molto forte: questo rito, non comportando più la scelta da parte del candidato, subì non pochi cambiamenti. Fino a non molti decenni fa il termine “cristiano” significava semplicemente “uomo”: tutte le persone della società erano cristiani. Ma oggi, in una società non più a maggioranza cristiana, non sarebbe meglio tornare all’antica prassi per evitare di conferire un sacramento in maniera irresponsabile? Molti lo pensano. E tuttavia la prassi di battezzare i bambini fa emergere una dimensione che potrebbe sfuggire, ossia che il battesimo è anzitutto un dono. Sì, prima di essere una scelta, è un regalo che si riceve da Dio senza che noi lo meritiamo. E tale dono precede ogni nostra scelta. Certo, è necessaria la fede per ricevere questo sacramento; nel caso dei bambini sono i genitori e i padrini che la professano in loro vece, mentre il battezzato, una volta cresciuto, viene chiamato a fare la sua scelta.
Ebbene, nella pratica di battezzare i bambini appena nati appare, appunto, e con incredibile chiarezza, che è un dono gratuito di Dio. In quest’orizzonte, poco importa essere adulti o bambini: con il battesimo è Dio che ci accoglie nella sua Chiesa, prima ancora che noi scegliamo di farne parte. A pensarci bene, è così anche nella famiglia naturale: il figlio non sceglie la famiglia, ma è da essa accolto.
La vita è sempre un dono che si riceve. E come nessuno può autonascere, così nessuno può autobattezzarsi: il battesimo lo si riceve sempre da un altro. L’adulto potrebbe pensare di vantare meriti, di accampare diritti e quindi di pretendere questo dono come una sua conquista. Non è così. Il bambino che viene portato a essere battezzato non vanta nulla, non pretende nulla, non ha alcun merito, ma Dio lo ama e gli dona il battesimo, ossia lo rende membro della sua famiglia, la Chiesa. Il battesimo non immerge in un complesso di verità, ma in un popolo concreto.
Il valore fondante che emerge nel battesimo - e con particolare evidenza in quello dei bambini - è il primato assoluto dell’amore di Dio: egli nella sua grande misericordia, mentre noi neppure capiamo, ci “immerge” nel suo amore. E l’amore di Dio non termina; è eterno, irrevocabile, indelebile, e quindi irripetibile, appunto come il battesimo. Colui che viene battezzato è liberato radicalmente dal peccato originale, ossia dalla schiavitù del male, e appartiene a Dio. È ovvio che tale amore richiede una risposta. La fede non è un accessorio, è l’altra faccia del battesimo.
Quando si è bambini la fede è quella dei genitori e dei padrini. Ma la “rinascita” inizia sin da quando Dio, liberandoci dal potere del maligno, ci rende partecipi della sua famiglia.