“Ancora non ci credo, i miei amici e colleghi sono morti”. Massimo Toschi parla a fatica, è sconvolto, confuso. Originario della Romagna, Toschi ha lavorato per la Missione di pace dell’Onu di Haiti (Minustah) nel programma di protezione dell’infanzia (la scheda sulla missione Onu). Ha lasciato Port-au-Prince, la capitale del Paese, meno di un anno fa. Ora lavora a Vienna, all’agenzia dell’Unione europea per i Diritti fondamentali.
Haiti è devastata. Quali notizie le arrivano sulla situazione della Minustah?
I collegamenti per telefono e Internet, già difficili prima, adesso sono disastrosi. Ma per chi riesce a connettersi, probabilmente il modo migliore per far sapere che si è vivi è lanciare messaggi sui social network. Poco fa su Facebook una mia amica ed ex collega austriaca ha scritto che lei e suo figlio sono vivi e si trovano a casa di un’amica. Ma non ha notizie di suo marito, che si trovava all’interno dell’edificio Onu. E’ morto l’arcivescovo di Port-au-Prince, monsignor Serge Miot: tempo fa avevo organizzato una raccolta di donazioni con la parrocchia del mio paese di origine, Lavezzola (Ravenna), da destinare proprio a lui. E poi suor Anna D'Angela di Udine, anche lei beneficiaria di un’altra raccolta di donazioni, risulta dispersa.
Finora quale compito ha svolto la missione Onu nell’isola?
All’inizio si trattava di garantire la sicurezza, l’ordine e la giustizia in vista delle elezioni e per la transizione politica. Io dico che la presenza delle Nazioni Unite è stata fondamentale per evitare il disastro. Senza l’Onu l’isola sarebbe andata allo sbando totale. Penso, ad esempio, alla situazione di emergenza umanitaria dopo il terribile uragano che ha colpito il Paese a settembre 2008. Io, in particolare, mi occupavo dei bambini maltrattati, rapiti, sottoposti a violenze, stuprati dai gruppi armati, chiusi nelle prigioni”.
Oggi lavora a Vienna. Che ricordo ha della sua esperienza ad Haiti?
Tanto affetto per le persone incontrate, per gli amici, per una terra alla quale ho dedicato tutta la mia vita per quasi tre anni. Lavorare in un Paese così disastrato, operare così in prima linea è una missione molto difficile e pesante. Ma una parte del mio cuore è rimasta là, ad Haiti.