venerdì 18 maggio 2012
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Commentatori alla riscossa

Le buone notizie esistono. La scorsa settimana due commentatori di questo blog sono diventati sindaci, compiendo delle autentiche imprese. Una donna, madre e dirigente pubblica, ha vinto al primo turno le elezioni in un’importante e popolosa città lombarda, alla testa di una lista civica. Un maestro elementare per vocazione, che presto discuterà la tesi di laurea in medicina, ha violato un santuario della Lega, in provincia di Bergamo, anch’egli con una lista civica di cittadini comuni.

Il neosindaco mi ha invitato al giuramento, la neosindachessa mi ha scritto una lettera di ringraziamento, confessandomi di essersi ispirata ai contenuti del blog, sia per decidere di impegnarsi sia per scrivere il suo programma, nel quale si possono leggere molte cose su cui tutti assieme abbiamo qui dibattuto, per esempio che “la raccomandazione è un crimine sociale grave”, concetto nato e coltivato su queste pagine, principio che ogni sindaco dovrebbe proclamare e poi sviluppare con atti conseguenti.

Questo blog di sicuro non fa catechismo, attività che spetta ai sacerdoti e alle persone delegate e specificamente preparate, non certo a chi scrive su un giornale, nemmeno se confessionale. La stampa cattolica deve parlare a tutti, tenendo vivi in ognuno sentimenti di solidarietà e di civiltà, stimolando all’impegno diretto, visto che le cose non cambiano se qualcuno non rischia personalmente, anzi, se lasciate a se stesse, peggiorano. Tutto questo deve trovare raccordo nella competenza, premessa che legittima a scrivere e a fare qualsiasi altra cosa.

Quando a Milano, nel Pleistocene, frequentavo l’ultimo anno delle superiori, avevamo un’insegnante di diritto molto simpatica ma assai poco preparata, cosa che a diversi studenti costò cara. Ogni volta che le si faceva una domanda e non era in grado di rispondere - succedeva di frequente - lei la buttava sul ridere e cambiava discorso.

Sono certo che i due neosindaci, amici di questo blog, sanno che senza competenza non esiste servizio e si peggiora la vita delle persone. Forse non avranno più tempo per commentare il nostro blog, ma assicurano che lo leggeranno ancora, assieme ai relativi commenti, per tenere vive le loro motivazioni.

Auguri dunque ai nostri amici e grazie a chi, magari commentando, li ha aiutati a decidere che da casa è impossibile cambiare il mondo, ma soprattutto che la politica non diventa servizio limitandosi a giudicare chi vi si impegna.

Postato il 15 maggio 2012 alle ore 12.00 in benessere | Commenti (8) |

Il potere della coscienza civile

Nei giorni scorsi si è svolta a Montichiari una grande manifestazione di animalisti e cittadini comuni, che protestavano contro la detenzione di centinaia di cani presso una struttura chiamata Green Hill.

Un nome molto dolce per una struttura molto crudele, che ospita animali destinati alla vivisezione e alla sperimentazione. Ancora oggi mi sento in colpa per non avere potuto esserci. La manifestazione si è conclusa con un blitz, nel corso del quale sono stati liberati alcuni cani. Sono seguiti degli arresti da parte delle forze dell’ordine.

Gli arrestati rischiano pene severe, oltre alla prospettiva di dover fronteggiare la possibile richiesta di risarcimento danni da parte dei proprietari del canile-lager. Una delle partecipanti all’irruzione parla di “interminabili file di cellette lungo corridoi bui e maleodoranti”, prive di “recipienti con acqua”. Racconta che “molti cani avevano tagli lungo tutta la pancia che arrivavano fino al collo, come se fossero stati appena operati”. Nessun animale abbaiava. Chi conosce i cani sa che per loro non abbaiare è come non vivere. Un’immagine che ricorda la catatonia dei malati psichici sedati, che così non disturbano i cosiddetti sani.

Green Hill è nel nostro Paese, non nel Terzo mondo, ma per fortuna c’è dell’altro. Commuove, per esempio, che vi siano cittadini di tutte le età disposti ad affrontare la prigione, oltre che a pagare dei risarcimenti, per salvare la vita di creature innocenti, il cui unico torto è quello di non essere in cima alla piramide degli esseri viventi, una graduatoria scritta dagli uomini.

La manifestazione non è stata promossa in nome di valori religiosi, eppure c’era molto di francescano tra quelle persone, risolute ad affermare che il Creato non si ferma agli esseri umani e che ogni briciolo di quanto contiene deve essere rispettato e fatto rispettare. Anche a costo di pagare personalmente. Una lezione per chi si illude di potersi salvare contro la dignità della Natura. Una speranza per tutti coloro che credono nella vita in tutte le sue forme.

Postato il 08 maggio 2012 alle ore 16.30 in benessere | Commenti (6) |

Razzismo, negazione del cristianesimo

Un paio di post orsono, una lettrice raccontava che il vicino di casa, leghista, giustificava le presunte ruberie del capo del suo partito con la circostanza che la moglie del medesimo “è terrona”. Il 1° maggio, durante un comizio, il capo stesso si è lasciato scappare che loro sono finiti nei pasticci perché il tesoriere era terrone.

Chi scrive, che è terrone, vive in Lombardia da 40 anni, quindi non guarda dallo spazio questo fenomeno preoccupante, anche tra le comunità cattoliche, ma lo osserva e lo teme, come dovrebbe osservarlo e temerlo qualsiasi persona attenta all’interesse collettivo.

Fatta questa premessa, fornisco anche un indizio, uno tra i tanti a cui dedicherò in futuro un volume, per comprendere come mai, prima di tutto a livello psicologico e culturale, questa distorsione si sia potuta impiantare tra molti cattolici. Chiacchiero dell’argomento con un lombardo, da sempre impegnato nelle attività parrocchiali, persona istruita e lucida. La tua tesi però è sconcertante. Secondo lui, un sacerdote non può permettersi di svuotare le chiese ma deve tollerare e avere pazienza, quindi un razzista può continuare ad andare a messa e a prendere la comunione fino a quando deciderà che sta commettendo un errore. Mi pare una tesi piuttosto originale.

Ritengo che proprio la buona fede del mio interlocutore nasconda la vera ragione dell’equivoco in cui sono invischiati, per esempio, tanti parroci bergamaschi. C’è un problema di formazione, in certi ambiti, piuttosto grave e sottovalutato.

Il cristianesimo, in questo senso, non lascia scappatoie, perché afferma senza equivoci che siamo tutti figli dello stesso padre, dunque fratelli. Chi non accetta questo postulato elementare, che è alla radice della proposta cristiana, si mette completamente fuori dalle intenzioni del fondatore. Il razzismo è la negazione radicale del cristianesimo, quindi, se viene chiesto a un divorziato risposato di non accedere ai sacramenti, un razzista non dovrebbe nemmeno entrare in un tempio cristiano.

Una notazione finale. Quando sento certi esponenti politici, la cui espressione facciale (non troppo sveglia) costringe a credere alla fisiognomica di Cesare Lombroso, parlare con disprezzo dei terroni, non posso fare a meno di pensare che quando i miei progenitori giocavano alla civiltà, i suoi probabilmente si esprimevano a gesti o a gestacci. Uno scarto che, a giudicare dai comportamenti carnevaleschi di queste persone, richiederà ancora diverse generazioni prima di potersi considerare ridotto o superato.

Postato il 02 maggio 2012 alle ore 10.30 in benessere | Commenti (9) |

Un commento che non lascia scampo

La signora Carla Vites, moglie dell’ex assessore regionale Antonio Simone, ciellino di vecchia data, ora in prigione per un una torbida storia di milioni della regione Lombardia finiti in un contenitore sbagliato, scrive una lettera scioccante. E’ indirizzata al governatore della Regione, il ciellino Roberto Formigoni, di cui è stata grande amica insieme al marito. Una lettera coraggiosa ma tardiva, scritta solo quando, lo afferma lei stessa in un’intervista, suo marito è finito in prigione e il sodale e compagno di movimento, il governatore, se n’è lavato le mani invece di difenderlo. Scelgo un commento tra quelli pubblicati dal quotidiano su cui era uscita la lettera.

Un documento raggelante, che ci fa comprendere senza equivoci quali sono le premesse ideologiche e culturali di un certo modo di stare insieme e perché talune conseguenze non sono casuali. Si tratta di un documento di assoluto valore antropologica che chi ama la Verità dovrebbe conservare. Fa interrogare soprattutto i “prudenti”, coloro che non prendono mai posizione per codardia, spacciata per prudenza, esponendo a rischi moltiplicati coloro che invece lo fanno, ma soprattutto affossando la credibilità della propria religione, oltre che le istituzioni civili. 

"Gentile signora capisco la sua rabbia. E' la rabbia di chi si sente tradito dalla compagnia e dagli amici. Dalle parole che uso dovrebbe capire che anche io sono stata una ciellina. Non so se storica. Ho partecipato a tanti esercizi con Don Giussani e fatto vacanze con altri esponenti di cl. C'ero anch'io quando Formigoni ha raccolto un sacco di voti la prima volta. Erano le europee? Non ricordo sono passati tanti anni. Ho fatto anch'io i volantinaggi per lui e per altri politici. Però mi sono accorta che qualcosa non andava. Facciamo autocritica signora. Il germe di cl è malato. Nel movimento c'era un desiderio di essere i migliori e di essere cristiani diversi. Questo, signora, è la fregatura. Con questo desiderio e il concetto (malato) di libertà che ha insegnato Don Giussani è stata creato una macchina infernale di livellamento del pensiero. Dobbiamo avere il coraggio di raccontare cosa accadeva nelle scuole di comunità. Si ricorda? Chi votare, chi far votare, quanti voti dovevamo assicurare con tanto di nome e cognome. Ho capito di essere in questa macchina in una vacanzina. Ero diventata una capetta di una piccola comunità. Dopo la preghiera serale la predica sull'importanza del silenzio. Mentre tanti di noi pensavano a quelle parole i capi, io compresa, mangiavano e bevevano. Amo la giustizia in modo assoluto. Io ho mollato e mi è costato molto. Tutte le porte di amicizia erano chiuse. I metodi di cl tradiscono il messaggio del vangelo".  

Postato il 24 aprile 2012 alle ore 16.00 in benessere | Commenti (12) |

Non siamo soli nell'universo

Se non fossi stato testimone diretto della vicenda, cruda conferma di una situazione molto complicata, mi sarei rifiutato di scriverne. Troppo inverosimile. Invece ero presente mentre accadeva, e quindi ne scrivo, sebbene ciò non la renda più verosimile.

Un giovane imprenditore, non rivelo il suo nome né l’ambito merceologico in cui opera, per motivi di privacy, viene contattato da un quotidiano nazionale, che pubblicherà un allegato per aziende del settore specifico. Riceve quindi la visita di un addetto, che gli offre tre pagine sulla pubblicazione al costo di 16.000 (sedicimila) euro più Iva. Il giovane imprenditore declina l’invito, ma l’addetto non molla. «Considerato che la situazione del Paese è critica, possiamo fare 5.000 più Iva, ma se proprio lei non ce la fa magari si tratta. Ci pensi la chiamo domani».

Il giovane imprenditore mi racconta lo svolgimento dei fatti, precisando che la sua azienda non può permettersi una simile spesa, che lui al massimo potrebbe investire 500 (cinquecento) euro. Sorride, anche lui dubita che si possa fare. Nemmeno il tempo di dirmi che l’altro non si sarebbe più fatto sentire, che squilla il telefono. Davanti a me, che ascolto la telefonata su richiesta del mio interlocutore, inizia la trattativa. «Guardi, penso che potremmo scendere a 1.500 euro, visto che sarebbe un nuovo cliente». «Non posso spendere più di 500». «Mi sembra poco, facciamo 1.000». «Le offro 800, non un euro in più«. «Vada per 800, nei prossimi giorni firmiamo il contratto e le mando il giornalista per il servizio».

Eravamo partiti da 16.000 euro, cioè venti volte la cifra a cui si è chiuso l’accordo. Senza contare che il giovane imprenditore ha ottenuto pure il pagamento a 60 giorni, piuttosto che a 30 come chiedeva la voce dell’addetto. Non è una bufala e neppure una recita, bensì la realtà, in carne e ossa, si potrebbe dire.

Niente conclusioni, attendo i commenti dei lettori, ma l’impressione è che a questo punto nulla sia impossibile e le grandi domande aperte, tipo se siamo soli nell’universo, presto troveranno risposta.

Postato il 18 aprile 2012 alle ore 10.30 in benessere | Commenti (10) |

Rivoluzionari ore pasti

Chi avesse intenzione di leggere questo post, farebbe bene a ripescare quelli del 6 dicembre 2011 (Patetici secessionisti), del 21 settembre 2011 (Il checciazzecca e il celodurista) nonché quello del 26 marzo 2010 (Il lungo viaggio al bar dell’angolo). Facili, facilissime, profezie.

Si parlava (anche) di Umberto Bossi, una frana di politico, checché ne dicano i suoi adoratori, che nella vita ne aveva indovinate davvero poche prima di inventarsi, come dicono molti, “animale politico”. Facilissimo diventarlo, basta prendersela col mondo intero e dare la colpa agli altri, ti ritrovi una folla di seguaci alle calcagna. Ma questa non è politica, bensì la stessa patologia che in passato aveva partorito rovinosi fascismi, neri e rossi.

Colui che avrebbe rifilato ai cittadini volgarità e rituali da Gardaland non era stato un grande lavoratore e neppure uno studente provetto, aveva ingannato i propri genitori e la moglie, mentendo sullo stato dei propri esami universitari, che in realtà non aveva mai dato. Una truffa.

Ora, se c’è una cosa che il mio lavoro mi insegna, è che lo stile di vita, se non messo in discussione e modificato, con la fatica che questo richiede, tende a rimanere costante dall’inizio alla fine. Questo significa che uno furbo rimane furbo, qualunque cosa faccia, e Umberto Bossi è un uomo molto furbo, cioè uno che una il frammento antisociale dell’intelligenza. Non si può affidare un Paese a persone con questi pedigree e non basta dire che gli altri sono ancora peggio, perché non ci consola.

Ciò che è accaduto all’interno della Lega può meravigliare solo un sognatore, non poteva finire diversamente, gli ingredienti erano scarsi o scaduti all’origine.

Un grande leader politico è tale se i suoi valori sono pro sociali, se la sua proposta non prevede la tentazione di salvarsi da soli, l’assenza di solidarietà, il giudizio di valore su chi è diverso. Inoltre, non esistono rivoluzionari in politica se non lo sono prima nei metodi e nelle prassi personali. Di rubagalline eravamo pieni, non c’era bisogno di una tentata rivoluzione per procurarcene di nuovi.

Ecco perché abbiamo il diritto di essere arrabbiati con questo ennesimo inganno partitico, che ricorda lo spaccio di sieri miracolosi a gravi malati di cancro.

Postato il 10 aprile 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (16) |

Librerie, metafora del Paese

Invecchieremo senza librerie. Sono stato invitato a tenere una conferenza in una grande libreria. Chiudiamo l’accordo in pochi minuti. L’indomani ricevo una mail dalla proprietaria che mi ringrazia per avere accettato le condizioni propostemi. Sembrava meravigliata. Mi racconta, senza fare nomi, degli scrittori, soprattutto di quelli più noti. A cominciare da quello che la mattina vuole trovare sul comodino una scatola di cioccolatini di quella particolare marca. Per passare a quell’altra che pretende viaggio e soggiorno per lei e la numerosa la famiglia («una che vende milioni di copie», mi dice).

C’è pure chi esige siano ordinati 500 dei propri volumi “senza rese”, cioè se non li vendi te li tieni (come uccidere una libreria) e non manca chi vuole la garanzia di una folla di ascoltatori (come se uno potesse scritturarli). Senza contare quelli che chiedono uno sproposito di cachet perché loro «vanno in televisione». Le librerie andrebbero molto meglio se tanti scrittori, che alle librerie e ai librai devono tutto, capissero quanto sia drammatica la situazione di chi vende libri.

Assisto da mesi all’agonia di una bella libreria gestita da un’amica, 3.000 euro d’affitto al mese, due dipendenti e spese varie. Considerato che i margini su ogni volume sono del 25-30%, significa che, solo per recuperare i soldi per dell’affitto e degli stipendi, dovrebbe vendere libri per 300.000 euro all’anno. Nel 2011 l’incasso è stato di 120.000 euro. Fallimento alle porte.

Forse se tanti scrittori, soprattutto quelli che si portano a casa ogni anno centinaia di migliaia di euro di diritti d’autore, invece di fare le primedonne, mettessero a disposizione dieci sere all’anno gratuitamente per riempire le librerie, diventerebbero più simpatici e salverebbero quei librai che, in fondo, lavorano solo per chi scrive.

Sembra una metafora perfetta della situazione economica del Paese, di cui molti non capiscono le conseguenze. Eppure una crisi di questa portata potrebbe aiutare i soggetti a trovare nuovi pesi e misure, a vivere in un modo diverso. Ridistribuire, sarà il verbo del futuro. Se non ci sarà il verbo non ci sarà nemmeno il futuro, e neppure le primedonne.

Postato il 03 aprile 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (7) |

La marmellata del martire Arnulfo

Qualche giorno fa, dalle colonne di un quotidiano torinese, un vaticanista esperto poneva una questione di grande impegno per l’immagine della chiesa cattolica e per la coscienza di chi vi appartiene. Si domandava come mai la causa di beatificazione di Oscar Arnulfo Romero, vescovo salvadoregno ucciso sull’altare dagli squadroni della morte, fosse ferma da decenni. Allo stesso tempo, il giornalista si chiedeva perché, invece, un analogo procedimento relativo alla figura del sacerdote polacco Jerzy Popieluszko, ucciso anch’egli da squadracce politiche (però comuniste!), seguisse regolarmente il proprio corso. Peraltro, a parità di condizioni, il sacerdote europeo viene riconosciuto martire e il vescovo no. Misteri della fede, è il caso di dirlo.

Ma ciò che più fa riflettere è una circostanza apparentemente minore. L’estensore dell’articolo racconta che durante il viaggio in Brasile, nel 2007, l’attuale pontefice, a colloquio con i giornalisti e con decine di registratori accesi, rispondendo a una domanda sul vescovo e martire sudamericano si disse certo che egli fosse «degno di beatificazione». Ebbene, le parole inequivocabili del papa sparirono dal resoconto ufficiale di quella conversazione che ne fecero i giornali vaticani. Nessuno pare abbia smentito il giornalista, forse perché è difficile smentirne altre dozzine con relativi registratori. Le ipotesi più accreditate dicono che beatificare il vescovo e martire sudamericano corrisponderebbe a riconoscere la teologia della liberazione.

Se così fosse, come sembra probabile, cascherebbero le braccia: ciò che invece fa letteralmente venire la pelle d’oca sarebbe l’omissione di una decisiva affermazione del pontefice. Un sacerdote, beatificando anch’egli, ebbe a dire che era necessario controllare le letture dei suoi seguaci perché coloro che facevano “altre letture” (rispetto a quelle consigliate dal gruppo dirigente), tendevano a lasciare il suo gruppo religioso.

L’idea di nascondere la marmellata perché fa male ai denti presuppone, nel caso specifico, che i cittadini, credenti e non credenti, siano dei bambini irresponsabili a cui non si possono dire certe cose. Forse ci vorrebbe un corso accelerato per questi prestigiatori dell’informazione, per spiegare loro che l’immagine evangelica del gregge è solo una metafora, che peraltro funziona a pennello solo quando il pastore è Gesù e non un pecoraio qualunque.

Postato il 27 marzo 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (11) |

La casa delle discrezionalità

"Due bambini rom, coetanei, provenienti dello stesso campo nomadi, con il medesimo rendimento, con un comportamento identico, frequentanti due seconde medie nello stesso plesso, trattati in modo radicalmente diverso. Uno bocciato, l’altro promosso. Mi chiedo che messaggio diamo a questi bambini". Così un’insegnante di lingue, furibonda. Mi permetto di aggiungere che chi riceve regali del genere senza capirne la ragione, prima o poi li restituirà con gli interessi. A chi capita, cioè a persone che il più delle volte non c’entrano nulla.

Un giovane imprenditore si lamenta della difformità interpretative delle norme, sulla stessa materia, ma ciò che maggiormente lo irrita è che all’interno della stessa provincia, medesimo ufficio, due impiegati ti dicono due cose opposte: "E’ il caos, siamo in mano a burocrati discrezionali. I miei amici stranieri non vogliono più investire da noi nemmeno per tutto l’oro del mondo".  Se c’è qualcosa di peggio delle brutte notizie è l’incertezza, la mancanza di regole del gioco, l’eccesso delle medesime o l’arbitrio di chi dovrebbe farle rispettare. Paralizzante. E’ proprio questo a determinare  le condizioni che ingigantiscono il potere dei singoli e ci pone in balia di chi, invece di prestarci un servizio, preferisce tenerci in ostaggio in tutti in modi in cui gli è possibile farlo, non di rado anche con richieste di compenso non dovute. La corruzione e la concussione proliferano dove mancano chiare regole del gioco, persino la malattia può innescarsi quando si creano conflitti nel dominio delle regole.

"Mio padre e mia madre non erano mai d’accordo sul da farsi e noi restavamo sempre incerti, non capivamo mai se quello che stavamo facendo era giusto o sbagliato. Qualche volta accadeva persino che uno dei due genitori si smentisse da sé, e dopo che aveva dato una disposizione se la rimangiava, talvolta prendendosela con noi", dice un uomo seriamente malato. I bambini, più degli adulti, preferiscono regole chiare all’incertezza, perché l’assenza di binari li getta nell’angoscia e non sanno più da che parte andare. Quando accade a una comunità di sessanta milioni di individui, la psicosi collettiva è più che una possibilità, come dimostrano ogni giorno numerosi  politici disonesti che se la prendono con chi indaga, ritenendo implicitamente normale il proprio comportamento criminale. 

Postato il 20 marzo 2012 alle ore 14.00 in benessere | Commenti (7) |

L'impegno senza rischio

Al candidato sindaco di una nota cittadina lombarda, cattolico devoto, è stato chiesto quale fosse la sua priorità programmatica; la risposta è stata che secondo lui bisogna rispettare la diocesi. Il giornalista non sapeva se ridere o piangere. L’industria in quel territorio è in grave difficoltà, la disoccupazione alta, i trasporti catastrofici e il disagio giovanile alle stelle, ma lui pensava alla diocesi, cui peraltro nessuno manca di rispetto, e ai voti che può portargli.

Una donna e un uomo, capacissimi e di solida formazione cattolica, si candidano anch’essi. La donna contenderà la poltrona proprio al devoto di prima. Mi parlano dei problemi dei loro comuni, con enorme preparazione, spirito di solidarietà e soprattutto visione laica. Vogliono essere, proprio perché cattolici, i sindaci di tutti. Apprezzo il loro ottimismo, il senso civico, la capacità di rischiare fuori dai rassicuranti confini degli omologhi. Uno dei due, uomo trasparente, mi raccontava di avere fatto una dura lotta per allontanare dalla sua lista persone disoneste e di avere dovuto sopportare umiliazioni, minacce e attacchi sulla stampa. La donna, invece, mi parlava della grande sofferenza a cui sta sottoponendo la propria famiglia, senza contare il suo personale logoramento fisico e psichico, nonché i rischi professionali. Entrambi, però, tengono duro e trovano modo di sorridere sempre.

Questo, in genere, è ciò che sperimenta chi si impegna nella vita civile con rettitudine. Incontra il rischio. Senza questa componente, il rischio, l’impegno non intacca gli equilibri perversi del mondo. Rischio che conosce bene la direttrice di un settimanale coraggioso, madre di famiglia che per pagare i giornalisti non ritira lo stipendio da due anni, gli utili sono prosciugati dai risarcimenti che paga per avere sollevato questioni sacrosante, che i prudenti (cioè i codardi) fanno finta di ignorare.

«Per noi è un onore prendere querele dalle persone che uccidono la speranza della gente», mi dice serena. È una cattolica, non riconosciuta come tale perché non fa catechismo, non legge in chiesa e non fa l’autista al vescovo.

Un sacerdote, lettore e commentatore di questo blog, quindici giorni fa evocava don Lorenzo Milani, uno che rischiava e tanto, ma che non si cita mai volentieri, dove si canta “Ci son due coccodrilli e un orangotango…”. Potrebbe rompere la letizia.

Postato il 13 marzo 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (14) |

Attenti al Lucio

Ogni volta che le strade della chiesa e dell’omosessualità si incrociano esplicitamente, il confronto diventa frizzante. Lucio Dalla era gay. Vero che lui non ci teneva a dirlo pubblicamente, ma lo sapevano tutti, dunque non è una notizia.

Chissà se in cielo esiste una categoria per definire le persone che amano individui dello stesso sesso. A occhio e croce direi di no. Tuttavia taluni, che appartengono alla stessa religione del cantante emiliano, ne fanno quasi un fatto personale. Sarebbe interessante domandarsi se costoro parlano su delega di Dio stesso oppure se c’è qualcosa nei loro vissuti, presenti o remoti, che viene particolarmente sollecitata. I gay sono dei malati, raccontava poche settimane or sono un noto psichiatra su un sito cattolico integralista. Dopo le naturali reazioni di molti soggetti, aveva precisato di rispettare i gay, confermando però che loro restano malati. Non solo, il medico si è pure detto convinto che le battaglie ingaggiate dai movimenti omosessuali per levarsi di dosso l’etichetta di malati sarebbero state vinte perché essi costituiscono una lobby potente, capace di arrivare dove i poveri eterosessuali non potrebbero neppure osare. Insomma, nemmeno i ciellini sarebbero potenti come i gay, il che è tutto dire.

Lobby contro lobby, vincerebbero i gay, ma prima di loro arriverebbero i benpensanti devoti, il cui carisma principale pare sia quello di tenere vivo il pezzo forte della cultura vittoriana: “Fate quello che vi pare purché non si sappia in giro”. Come detto più volte, anche su questa pagina, oramai da oltre vent’anni la comunità scientifica internazionale non considera più l’omosessualità una patologia.

La Chiesa, dal canto suo, continua a definirla un “disordine oggettivo”, valutazione, ovviamente, di carattere morale. Mi domando quali effetti psicologici ed esistenziali possa generare nell’animo di un cattolico che in buonissima fede si sente omosessuale l’affermazione che egli starebbe vivendo un disordine.

Da uomo di scienza e da credente, sono portato a pensare che per fondare un giudizio così severo, “disordine oggettivo”, sia necessario partire da un criterio di riferimento preciso. Quello da cui partirei personalmente è l’interesse sociale. Se l’omosessualità fa parte di ciò che viola gli interessi del prossimo, bisognerebbe almeno spiegare come e perché. In caso contrario si può cadere nella più grave delle ingiustizie, il pregiudizio.

Postato il 06 marzo 2012 alle ore 14.00 in benessere | Commenti (11) |

La Soledad della Val di Susa

Maria Soledad Rosas, 24 anni, e il fidanzato Edoardo Massari, 35 anni, si sono impiccati a quattro mesi di distanza l’uno dall’altra, nel 1998, personaggi di quella che oramai è diventata l’epopea della Val di Susa. Un brutto romanzo nazionale che richiama vicende di figli inascoltati da genitori ottusi che, invece di prestare attenzione alle loro ragioni, li mandano a letto senza cena dopo averli bastonati.

Maria Soledad Rosas, nata in Argentina, era arrivata in Italia appena un anno prima dell’arresto. Non era una poveraccia che veniva da noi a cercare lavoro, la sua famiglia era piuttosto facoltosa. Il 4 marzo 1998 fu arrestata dalla polizia insieme con Edoardo Massari e Silvano Pelissero, con l’accusa di avere compiuto sabotaggi e attentati in Val di Susa, in opposizione alla Tav. Furono sùbito posti in isolamento, misura resa possibile dall’accusa di associazione sovversiva.

Edoardo Massari non sopportò quella restrizione e 24 giorni dopo si tolse la vita, impiccandosi nella cella del carcere Le Vallette di Torino. L’11 luglio 1998 lo seguì Maria Soledad, che recise la sua esistenza presso la comunità dove scontava gli arresti domiciliari. Nel marzo del 2002, dopo quattro anni di detenzione, Silvano Pelissero lasciava il carcere. La Cassazione aveva rivisto i capi d’imputazione, stralciando proprio quello che aveva reso possibile il fatale isolamento.

Vite bruciate, cui potrebbe aggiungersi quella di Luca Abbà, precipitato da un traliccio dell’alta tensione dopo avere preso la scossa, durante le manifestazioni di questi giorni. A loro andranno sommati i destini di tutti coloro che in questo dramma dell’incomunicabilità pagheranno un prezzo, di qualunque genere. C’è un’intera comunità locale che si ribella, non quattro esagitati. Un potere meno ubriacato delle false certezze che vengono dall’autorità ascolterebbe, si confronterebbe, soprattutto perché i ribelli sono competenti e possono dimostrare, con l’aiuto di centinaia di supporti scientifici fondati, che le loro ragioni sono solide, che quell’opera è inutile e tremendamente letale per l’ambiente, naturale e umano.

Le comunità locali, diceva Luigi Sturzo, sono comunità naturali, non le inventa l’autorità, che le deve solo riconoscere, rispettare e promuovere. Qualcuno dovrebbe informare gli improbabili padri della Patria di questo ultimo ventennio.

Postato il 28 febbraio 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (8) |

Cari amici vicini e lontani

Sei anni fa un amico è stato arrestato. Gli contestavano di essersi appropriato di danaro non suo. Fino ad allora era stato molto impegnato, anche a livelli importanti, nel mondo ecclesiale. Competenza e intelligenza acuta, usate e spremute molto volentieri dai correligionari, vescovo compreso. Dopo l’arresto, salvo rarissime eccezioni, ignorato o “distanziato”.

Il lungo processo si è concluso solo una settimana fa, assoluzione con formula piena. Mi ha telefonato lo stesso giorno per comunicarmelo. Come sempre in questi ultimi anni, abbiamo riso e scherzato, ora non avrei più dovuto nascondere l’argenteria. Un altro caro amico, sacerdote, con cui ero stato a pranzo lo stesso giorno, considerava che la nostra è una religione triste. In effetti ne conosco di cattolici tristi, si frequentano solo tra di loro, amano l’intimismo e se devono scegliere tra un candidato sindaco impresentabile ma cattolico e uno laico ma persona per bene, scelgono il primo.

«È dei nostri», un’espressione odiosa e lontana mille miglia dallo stile e dalle intenzioni di Gesù, di cui costoro si sentono epigoni designati. In anni remoti accadeva che partecipassi a commissioni di concorso, diversi venivano a chiedermi di favorire quel tale candidato perché era «dei nostri». Mai assunto nessuno dei nostri, sceglievo sempre il migliore, anche quando era “dei contrari”. Il talento è un patrimonio sociale, non va sciupato per favorire i vicini.

Lo scorso mese, a una mia conferenza, tra il pubblico c’era il confessore di un noto vescovo; alla fine, mi prese da parte. «Noi preti dovremmo riflettere su questa grave contraddizione, spesso alimentata da noi stessi. Lei dice il vero, la raccomandazione è un crimine sociale, quindi un peccato grave». Appunto. Chissà quanti di coloro che avevano isolato il mio amico se ne sono serviti a piene mani, per sistemare e sistemarsi, perché contigui al prete.

Un papa recente esortava ad aprire le porte a Cristo. Forse sarebbe sufficiente aprire qualche finestra verso il prossimo, e da lì guardare in lontananza, oltre “i nostri”, per imparare qualcosa da chi è diverso e che, spesso a differenza di noi, vive impiantato nel mondo. Ma anche per recuperare coloro che abbiamo escluso perché “sbagliano”, i quali non vogliono carità pelosa, ma che gli si restituisca la loro umanità.

Postato il 21 febbraio 2012 alle ore 14.00 in benessere | Commenti (7) |

Il senatore venuto da lontano

Se avessi una figlia o un figlio gay avrei molto da chiarire con quel senatore cavernicolo che, poveretto, si è perso per strada mancando significative tappe dell’evoluzione della specie.

È affetto da omofobia, malattia seria, figlia di paure irrazionali nei confronti dell’omosessualità, che condivide con altri uomini primitivi, gli integralisti religiosi. Chissà, magari un modo artigianale per spingere lontano segreti timori di contiguità. Fossi in lui, una guardatina me la farei dare. Non posso pensare che tra i tanti benefit concessi ai parlamentari non ci sia l’analista. In certi casi sarebbe un modo per proteggere il Paese.

Il cavernicolo straparla, dice che «un bacio tra donne è come fare la pipì in strada». Che tenero! Ma, come ammoniva il cardinale, bisogna contestualizzare, cercare di capire, in fondo, ai tempi del nostro senatore non c’erano mica il bagno in casa e manco quello pubblico quindi, essendo antigienico farla nella caverna, la si faceva in strada. Una reminiscenza, dunque, un ricordo d’infanzia, un’associazione. O forse una manovra diversiva, visto che in questi giorni il senatore viene accusato dai compagni del suo stesso partito di avere iscritto, in vista del congresso provinciale di Modena, una montagna di persone, tra le quali diverse centinaia originarie di comuni del Sud a forte densità malavitosa.

Ecco il commento di Luca Musti, procuratore aggiunto nel capoluogo emiliano: «Non si può impedire a un cittadino di iscriversi a un partito. Ma diventa allarmante quando in un territorio si registra un’affluenza che proviene tutta da uno stesso comune-bacino. Se a Palermo arrivano 200 tessere da un quartiere a rischio e se tutti gli iscritti sono nullatenenti o disoccupati, è facile pensare che la mafia abbia offerto o promesso quei servizi che spesso lo Stato nega in cambio del voto».

Il senatore si è subito inalberato, affermando che non si possono discriminare le persone in base alla loro provenienza. Ci mancherebbe, mica sono gay. C’è una bella differenza tra un omosessuale conclamato e un camorrista presunto, ma con la tessera del partito.

Postato il 14 febbraio 2012 alle ore 14.30 in benessere | Commenti (8) |

I figli dell'effetto alone

Al suo ex segretario di partito sembra impossibile che il boy scout si sia fregato tutti quei soldi, ma al sottoscritto sfugge la ragione per la quale dovrebbe essere impossibile. L’idea sottostante, immagino, deve essere quella secondo cui un cattolico non fa certe cose perché, come dicono in Lombardia, “la va in giesa” (va in chiesa). I cattolici, di sicuro non sono peggio degli altri, altrettanto sicuramente non sono meglio.

L’unità di misura resta la singola persona, ognuna responsabile per sé, dunque non si può presumere a priori che una categoria abbia particolari benemerenze o virtù. In caso contrario, si aprono le porte a personaggi come quello che si è portato a casa 13 milioni di euro dalle casse di un partito estinto del quale, guarda caso, era sopravvissuto giusto il corposo salvadanaio. Riempito, precisiamolo, con soldi pubblici, gli stessi che non arrivano più alle scuole, ai trasporti e altrove, soprattutto non arrivano agli assessorati ai servizi sociali, con ripercussioni darwiniane sulle persone meno tutelate, che sono un’infinità.

Se vogliamo essere pignoli, non arrivano neppure alla biblioteche; le crisi sono come i regimi totalitari, tagliano prima di tutto la cultura. Un paio di mesi fa una bibliotecaria mi diceva che i libri, a furia di essere sfogliati, si consumano e lei non aveva nemmeno le risorse per sostituire quelli usurati.

Certo, un boy scout non doveva, ma non è il boy scout ad avere prosciugato le riserve, quella era solo una divisa, anzi un lasciapassare, perché la schiera di chi si fa gli affari propri utilizzando il benefico “effetto alone” della religione è foltissima, in modo particolare all’interno proprio del mondo politico.

Per questo, è meglio invitare le persone che si inchiodano agli ambienti ecclesiali fino a novant’anni a uscire all’aria aperta. Ne guadagneremmo noi e ne guadagnerebbero loro stessi. Se fossero dei talenti, infatti, migliorerebbero la collettività. Se invece fossero degli inibiti, sarebbe la collettività a migliorare loro.

Postato il 07 febbraio 2012 alle ore 14.00 in benessere | Commenti (6) |

I nemici del soldato Oscar

Oscar Luigi Scalfaro l’ho visto solo due volte in carne e ossa. Molti anni fa. La prima verso la fine degli anni Settanta o inizio anni Ottanta, al convegno internazionale La famiglia di fronte alla droga. Scalfaro vi partecipò come ministro per l’Interno. Ricordo a memoria il suo intervento, era un grande comunicatore, pedagogico e piacevole. In quella circostanza, pure da uomo delle istituzioni, commentò un brano del Vangelo senza apparire bacchettone, raccontò che Giuseppe e Maria si erano persi il figlio, mentre in carovana facevano un lungo viaggio. Loro risalirono la file per andarlo a cercare perché, disse l’illustre relatore, sono i genitori che devono andare in cerca dei figli, non viceversa.

Il secondo incontro ebbe luogo nell’estate del 1992: era venuto a passare le ferie a Pera di Fassa, in una casa modestissima in affitto, con l’inseparabile figlia Marianna. Come se non fosse successo nulla. Invece, da pochissimi giorni era diventato presidente della Repubblica. Gli feci pervenire il mio primo libro, appena uscito, Educhiamo i nostri bambini con creatività, con la dedica: «Ne avrà bisogno molta di creatività per educare gli italiani. Auguri». Eravamo in piena Tangentopoli e il Paese, come spesso gli accade, era disorientato.

Durante il suo settennato, il presidente capì, con un’era geologica di anticipo, che certi personaggi avrebbero mandato a picco l’Italia, e cercò di contenerli. Fece scudo con il proprio corpo, letteralmente, e con la Costituzione, ma ci sarebbero voluti decenni prima che altri venerabili successori completassero il suo lavoro. Scalfaro era un cattolico coraggioso e impegnato, come dovrebbe essere ogni cattolico che abbia capito l’essenza della sua religione.

Ma credo sia limitativo definirlo un cattolico, come disse il cardinal Martini a proposito di Gesù. Forse era solo un cittadino consapevole delle responsabilità che comporta essere tale. Per questo, durante la sua commemorazione in consiglio comunale a Bologna, due partiti, indovinate quali, hanno abbandonato l’aula. Il cittadino Oscar Luigi ancora oggi fa arrabbiare chi pensa che la politica sia la casa delle libertà illimitate, dove ognuno può fare quello che gli pare.

Postato il 31 gennaio 2012 alle ore 14.00 in benessere | Commenti (9) |

Lettere dalla realtà (quella vera)

Una cara amica, battagliera e difficile allo scoramento, mi invia una cruda mail: «Il 2011 si è chiuso con un fatturato record e prospettive rosee per l’azienda. Poi, nei primi giorni del nuovo anno, lo schianto. Un lavoro sparito perché i clienti non possono procedere, uno decaduto perché il cliente ha scelto un’altra impresa, le operazioni in corso rallentate perché i clienti non hanno la giusta prospettiva per continuare. Per me lavorano nove dipendenti, cinque artigiani e quattro o cinque ditte subappaltatrici. Abbiamo tagliato tre artigiani e sacrificato un dipendente giovane, che aveva un offerta di lavoro altrove. Un altro andrà in pensione tra pochi mesi. Mi restano commesse per tre-quattro mesi, non oltre, poi non saprei cosa accadrà. Ai clienti manca il credito dalle banche o forse il coraggio di investire. Inoltre, in edilizia, le imprese con dipendenti non sono più concorrenziali perché il costo del lavoro è altissimo. Un dipendente mi costa 23 euro all’ora mentre un cottimista bresciano me ne costerebbe 16, se non avessi dipendenti e scegliessi di andare a caccia di manodopera a basso costo potrei concorrere con prezzi del 30% più bassi e accaparrarmi molto più lavoro».

La mia amica non prenderà manodopera a basso costo, la conosco bene, piuttosto chiude baracca.

Nel fine settimana, tra gli scaffali delle librerie milanesi, mi colpivano due o tre titoli di saggistica, il genere che preferisco, parlavano della crisi, uno esortava le giovani generazioni a reagire. Tra gli autori, personaggi istituzionali, titolari di invidiabili pensioni stratosferiche. Difficile non scivolare nel grottesco, quando si esorta qualcuno a mantenere la speranza mentre si possiedono risorse in grado di garantire una vita agiata persino ai pronipoti. Come descrivere un uragano guardandolo da un centro benessere, se ne può cantare la maestosità, ragionare ammirati della potenza della natura, ma è complicato parlare del fuoco se sei lontano dalla fiamme.

Certo, la ricchezza non è una colpa, ma sovente i ricchi fanno venire in mente quel film di Fantozzi, in cui il megadirettore sosteneva che lo sciopero fosse sbagliato, che sarebbe stato preferibile il dialogo. Fantozzi aveva replicato che così lentamente ci sarebbero voluti secoli per ottenere qualche beneficio. Il megadirettore non perse la calma: «Fantozzi, noi possiamo aspettare». Sembra che la ricchezza produca effetti relativistici, rendendo più lieve il tempo. Einstein è avvisato.

Postato il 24 gennaio 2012 alle ore 15.00 in benessere | Commenti (7) |

La lezione del Titanic

Recentemente avevo letto parte degli atti relativi al processo che seguì l’affondamento del Titanic, inabissatosi proprio un secolo fa, nella gelida notte tra il 14 e il 15 aprile del 1912. Sono contenuti nel bellissimo libro inchiesta di Walter Lord, che conservo gelosamente. Scritto all’inizio degli anni cinquanta, quando erano ancora in vita centinaia di superstiti di quel disastro, molti dei quali puntigliosamente intervistati, ricompone frammenti fondamentali per la comprensione di quella vicenda che in qualche modo segnò un’epoca, ma non ne fermò la spericolata superbia.

Infatti, di li a un paio d’anni, l’Europa sarebbe precipitata nelle spire di un conflitto
sanguinoso e crudele, i cui lasciti avrebbero posto le fondamenta per lo scoppio dell’altra guerra mondiale, la seconda. A parte la diversità nel numero delle vittime, non mancano sottili analogie “culturali” tra i due eventi, che mi paiono figli dell’identico eccesso di fede nella tecnologia e nella benevolenza dei mari. Nel caso del piroscafo inglese aveva avuto un ruolo non trascurabile il clima di competizione, senza esclusione di colpi, tra le compagnie di navigazione che si contendevano delle rotte estremamente redditizie. Il trasporto aereo era ancora un sogno.

Bruce Ismay, amministratore delegato della White Star Line, proprietaria del piroscafo, che si trovava a bordo del Titanic per il viaggio inaugurale, proprio quello fatale, aveva spinto il comandante a mettere le macchine a tutta forza per arrivare in anticipo a New York e stupire la stampa di tutto il mondo. Stavolta, sulla Costa Concordia, non c’era nessun armatore a eccitare il comandante, tuttavia sembrano aperti diversi interrogativi sulle scelte di chi conduceva la nave. Sebbene la prudenza suggerisca di attendere la conclusione delle indagini, non può sfuggire la circostanza che questo gigante dei mari, assai più imponente e tecnologico del Titanic, è praticamente affondato davanti alla porta di casa, in una sorta di piscina.

Si è perso, come si diceva una volta, in un bicchiere d’acqua.
Di certo un eccesso di confidenza. Può succedere quando si è certi che la consuetudine con la Natura garantisca il dominio definitivo su di essa. Era stato così anche per il Titanic che, pure satollo di acciaio, giace umiliato sui fondali dell’Atlantico, colonizzato da mille specie marine. Anche il manufatto più imponente resta un fuscello al cospetto delle forze naturali. Le partite giocate con la Natura non sono mai definitive, valgono solo per una volta. La volta dopo bisogna ricominciare daccapo e così per sempre.

Postato il 15 gennaio 2012 alle ore 18.30 in benessere | Commenti (12) |

Le signorine senza cagnolino

«Si diceva che una faccia nuova aveva fatto la sua comparsa sulla passeggiata lungo il mare: una signora con un cagnolino». Così Anton Pavlovic Cechov iniziava lo sfizioso racconto La signora con il cagnolino. Noi, più modestamente, schieriamo la signorina Nessuno, che ai tempi del cinema muto sarebbe stata una diva, invece purtroppo parla. L’ultima volta è intervenuta sull’ormai famoso blitz degli agenti del fisco a Cortina che, secondo costei, fa «sembrare la ricchezza una colpa».

Ma a lei le cose bisogna spiegarle sempre due volte. La ricchezza, signorina, non è una colpa, neanche Karl Marx lo penserebbe più, mentre l’evasione fiscale lo è. Strizzare l’occhio agli evasori, signorina, come faceva il talent scout che l’ha resa ministra, è una colpa, anzi è una carognata. Occupare posti senza talento è una colpa, anzi uno sfregio alla collettività e a chi il talento lo possiede per davvero. Barare al gioco per abilitarsi alla professione è una colpa, anzi un crimine che in un Paese civile stroncherebbe carriere politiche più significative della sua.

Sempre in un Paese civile, gentile signorina Nessuno, si sta dalla parte delle guardie e si evita di essere indulgenti coi ladri, come accadeva nei film di Totò.

Ma la signorina Nessuno, in fondo, non è responsabile della confusione presente. Lei è solo una piccola comprimaria in questa commedia dove i poli positivi sono diventati negativi e viceversa, la notte è diventata giorno e il giorno tenebra. Nel caos che ne è seguito, anche il cervello e i piedi si sono scambiati il posto e le funzioni. In un mondo volutamente rovesciato, dove la battuta e l’improvvisazione sostituivano la buona politica, rovinando una miriade di cittadini, la signorina Nessuno si sentiva perfettamente a suo agio. I geni facevano i vigili urbani mentre gli scarsi e i furbi venivano messi alla testa di fondamentali dicasteri. Per tale ragione, il nostro Paese, proprio mentre affondava, veniva presentato come il primo della classe.

Poi qualcuno si è reso conto che il quadro era appeso al contrario e lo ha rimesso nella sua pozione naturale, così le cime si sono di nuovo slanciate verso il sole e la Fossa delle Marianne si è accomodata negli abissi, con sicuri benefici collettivi.

Postato il 10 gennaio 2012 alle ore 18.00 in benessere | Commenti (4) |

Lo slittino di don Verzè

Charles Foster Kane, il magnate delle stampa protagonista di Quarto potere, aveva attraversato, male, tutte le melmose acque dell’ascesa economica. Con l’ultimo dei suoi respiri invocò “Rosebud”, lo slittino di legno dell’infanzia, povera ma rimpianta. In vecchiaia e nei momenti estremi, la memoria si mette sulle tracce di cose lontane, rendendole più vivide di quelle vicine. Forse inconsapevole desiderio di una seconda possibilità, ora che tutto appare chiaro, la stessa che offriva Stanislaw Lem ai protagonisti del romanzo Solaris, che ispirerà ad Andrej Tarkovskij l’omonima, splendida, pellicola.

Mi sono chiesto se don Luigi Verzè, deceduto a 91 anni, proprio la mattina dell’ultimo giorno dell’anno, abbia avuto il tempo, prima che l’oscurità lo rapisse, di andare in cerca della sua Rosebud, della purezza dell’infanzia ma anche della seconda possibilità che, dopo i fatti recenti, gli deve essere parsa l’unica via d’uscita da una realtà che non lasciava scampo, rischiando di intaccare anche i frutti buoni della sua fatica, che pure rimangono, gli sopravvivranno e aiuteranno tanti esseri umani a vivere e a vivere meglio.

A differenza di Alessandro Manzoni, il fondatore del San Raffaele pensava che la Provvidenza fosse una carta di credito senza limiti di spesa oppure un premio Telegatto da assegnare a discrezione, forse per questo definiva il presidente del consiglio uscente: “uomo della Provvidenza”.

Se fossi un prete ricorderei al gregge l’ostinazione con cui il fondatore del cristianesimo se ne stava alla larga persino dalla semplice tentazione del potere, il più sdrucciolevole dei piani inclinati. Le deboli fibre della nostra natura possono reggerne solo quote contingentate, pacchetti finiti della sua energia oltre i quali la degenerazione è probabile. Una droga come tante, il potere, ma la più letale di tutte, perché può aprire il suo ombrello su nutrite schiere di beneficiari e, più di frequente, di vittime. Un tarlo che corrode i meccanismi percettivi, impedendoci di cogliere il confine che separa i nostri interessi da quelli del mondo, spingendoci così oltre alla soglia dell’auto-divinizzazione, che rende giusto tutto ciò che faccio per la semplice ragione che sono io a farlo.

Al netto di cupole, di arcangeli e di deplorevoli eccessi, molto rimane dell’umana avventura di quest’uomo, dalla temerarietà del visionario possono scaturire frutti copiosi. Naturalmente, meglio se coi bilanci in ordine.

Postato il 03 gennaio 2012 alle ore 15.00 in benessere | Commenti (10) |