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Pubblicato il 03/11/2009

Influenza A: la parola al pediatra

Il presidente della categoria Mele: "Rispettare le priorità nella vaccinazione"

Serve senso di responsabilità”. Lo ripete con convinzione il professor Giuseppe Mele, presidente della Federazione italiana medici pediatri (www.fimp.org) che da giorni, da quando la pandemia derivata dal virus A H1N1 ha cominciato a diffondersi, lavora incessantemente “così come tutti i colleghi che sul territorio stanno facendo un lavoro eccezionale, offrendo una disponibilità unica della quale non si dice niente perché fanno più rumore 50 bambini al pronto soccorso che un ambulatorio strapieno dalle otto del mattino alle sei di sera. La differenza è che da noi le telecamere non vengono”. Al professor Mele abbiamo chiesto di fare il punto della situazione sull’influenza con un occhio di riguardo ai bambini.

Professor Mele, come bisogna comportarsi quando i bambini si ammalano?
Innanzitutto, bisogna verificare la sintomatologia: quando questa è caratterizzata da febbre superiore a 38 gradi, preceduta da dolori muscolari, sudorazione elevata, congestione nasale, mal di gola e tosse ci sono ottime probabilità che si tratti effettivamente di influenza A. In particolare, ci siamo resi conto che molto spesso il virus è accompagnato da forti mal di testa: la cefalea è un sintomo piuttosto distintivo del virus. Quando concorrono questi sintomi la diagnosi è certa e non serve nemmeno procedere a un tampone.

Come si deve comportare un genitore nel caso in cui sospetti che il figlio sia affetto da influenza A?
Deve rivolgersi al pediatra di famiglia che è assolutamente preparato a individuare i sintomi del virus e procedere di conseguenza. Intasare gli ospedali è inutile, soprattutto perché la maggior parte dei casi della pandemia in atto si sono rivelati più blandi della normale influenza stagionale.

In tutti i casi che non presentano ulteriori complicanze come si guarisce?
Antipiretici, riposo e una dieta leggera. Assicuro che in massimo sette giorni di contumacia il virus è sconfitto.

Quali soggetti sono maggiormente a rischio?
Indubbiamente tutti i bambini che soffrono di complicanze di tipo polmonare come ad esempio asma, pericarditi, cardiopatie, immunodeficienze particolari, diabete. Bene, nel somministrare il vaccino serve seguire una scala di priorità e i soggetti citati devono farsi vaccinare già in questi giorni senza alcuna remora anche perché le asl italiane sono attrezzate per fronteggiare questa situazione. Inoltre, sottolineo come il vaccino sia monodose, privo di mercurio e i genitori, la cui paura è peraltro legittima da un certo punto di vista, devono sapere che l’unico effetto collaterale è una leggera dolenza al braccio per un paio di giorni.

Detto dei bambini a rischio, quale sarà la fase successiva?
La seconda priorità sono i bambini dai sei ai trentasei mesi che frequentano gli asili nido. Colpisce l’opinione pubblica - ma noi pediatri lo sapevamo e ci eravamo preparati di conseguenza - che il virus abbia un’alta velocità a diffondersi nelle comunità chiuse dove il contagio è più facile. I bambini compresi in questa fascia di età sono maggiormente soggetti al virus, anche perché la loro risposta anticorpale è ancora immatura. In ogni caso, bisogna insistere con le campagne di prevenzione perché anche così si misura il senso di maturità e di civiltà di una Paese. In altre parole: la vaccinazione di massa non serve. Anzi, crea solo problemi a chi deve gestire la pandemia.  

Quindi non è vero che mancano i vaccini?
Assolutamente no. Anzi, siamo addirittura in anticipo rispetto alle previsioni del ministro Sacconi, che aveva individuato la metà di novembre come traguardo idoneo per distribuire i vaccini destinati ai soggetti a rischio. Se tutto procede come ora, inoltre, a fine novembre saranno disponibili i vaccini per coprire anche tutta la fascia di bambini 6-36 mesi.    

I bambini con meno di sei mesi di età in che situazione sono?
I soggetti al di sotto di questa fascia non sono soggetti a rischio: anche a livello mondiale non esiste una casistica degna di nota. E l’allattamento è un’arma vincente, anche nel caso in cui la mamma fosse ammalata. Purché, è ovvio, un medico la tenga sotto controllo. 

Che cosa ci attende adesso?
Intanto voglio rassicurare tutti i genitori: l’andamento epidemiologico viene monitorato costantemente, giorno per giorno. E la prima buona notizia è che finora il virus non è mutato. Questo rende ancora più efficace la risposta al vaccino e consente di lavorare con maggiore serenità. Va detto, ma lo sapevamo da agosto, che il picco di diffusione non è sicuramente ancora stato raggiunto, ma quando arriverà quel momento i pediatri italiani sapranno come affrontarlo al meglio.  

Quando durerà la pandemia?
10-16 settimane al massimo.  

Come si stanno comportando i pediatri di famiglia?
Stanno dimostrando grande spirito di abnegazione. In tutte le regioni hanno aumentato volontariamente il numero di ore a disposizione dei pazienti facendosi carico di una mole di lavoro straordinaria. In Piemonte e Toscana, addirittura, le guardie pediatriche sono già attive anche il sabato e la domenica. I pediatri di famiglia, in più, a differenza di quanto detto in un primo momento, possono somministrare antivirali: in questo modo si riesce a intervenire più rapidamente e con maggiore efficacia. In pratica il ciclo di cura si apre e si chiude sul territorio.

Cosa ci può dire del vaccino utilizzato?
Basti il fatto che il fluad lo si utilizza da 20 anni e nessuno si è mai sognato di creare allarmismi su improbabili effetti collaterali.

Quindi?
È stata fatta una cattiva informazione. È come se qualcuno avesse voluto far credere alla gente che il virus in Italia sarebbe potuto non arrivare mai. Ma il ministero in questo era stato chiaro e aveva avvisato i pediatri della certezza dell’arrivo del virus.

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lullaby  11/11/2009 grazie delle informazioni, la preoccupazione per i piccoli c'è e la si vive

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