lunedì 21 maggio 2012
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Gentile cliente, questa è un'esca

Il messaggio si apre con un “avisso di sicurezza”, dove la parola avviso è scritta con due esse e una v. Primo errore, a cui però nessuno fa caso. Poi segue la lettera vera e propria. Dice: «Gentile Titolare, Abbiamo rilevato attivita irregolari sul tuo conto CartaSi. Per la tua protezione, è necessario verificare questa attivita prima di poter continuare a utilizzare il vostro conto. Si prega di scaricare il documento allegato alla presente-mail a rivedere le attivita del proprio account. Se scegli di ignorare la nostra richiesta, ci lasciano scelta di sospendere temporaneamente il tuo account. Ti ricordiamo che tramite il sito CartaSi puoi mantenerti sempre aggiornato sulle opportunità e sui vantaggi che CartaSi ti riserva». C’è persino una firma, quella di un presunto “responsabile della comunicazione del cliente”. Anche in questo testo errori macroscopici. Infine, c’è una larvata minaccia: se non collabori ti leviamo la carta.

Va detto che sono avvisi che giungono da chissà quale angolo del pianeta, redatti da pessimi traduttori e dunque il testo, in un italiano incerto, si rivela una spia della falsità. Ho ricevuto anch’io, come tanti, una mail simile, io che da un paio d’anni non ho più la CartaSì perché ho scelto un’altra carta. Ed è stato dunque più facile per me rilevare l’inganno. E sono in buona compagnia, visto che anche il Quirinale, con una mail indirizzata personalmente al presidente Napolitano, è stato oggetto di tentativi di truffa telematica. Non bastasse, da altri navigatori Internet, mi è arrivato il seguente messaggio: «Truffa, non abboccare! Cestina subito!». In sostanza, il messaggio è un’esca.

Perciò in gergo tecnico si parla di phishing, dall’inglese, e vuol dire pescare, pescare il pollo. Il fine è di estorcere dati sensibili ai clienti, come codici o password. Se riescono a catturare i dati della tua CartaSì i truffatori la usano per i loro scopi e tu ti ritrovi il credito prosciugato. Ma qual è la dimensione reale del fenomeno? Vado a trovare a Milano Marco Cortellari, responsabile gestione frodi di CartaSì, leader del mercato delle carte di credito in Italia e decima in Europa. «Per prima cosa - mi dice - c’è da combattere l’allarmismo ingiustificato. In Italia sono in circolazione 6,5 milioni di carte; ogni giorno le transazioni sono 1,8 milioni; gli esercenti convenzionati in tutto il territorio 600.000. Ebbene, oggi le transazioni illecite effettuate con i prodotti CartaSì rappresentano lo 0,06% del totale, ossia meno di due su 10.000, e vengono intercettate nell’80% dei casi prima dell’addebito ai titolari. Il modello di prevenzione che abbiamo sviluppato e gli investimenti in sicurezza hanno portato nel 2011 a un decremento di oltre il 20% delle frodi on-line».

Ogni mese sono 100.000 gli “alert”, gli allarmi, che arrivano al sistema prevenzione frodi di CartaSì. «Alcuni sono effettivamente tentativi di frode, quindi noi non autorizziamo nemmeno la transazione. Altre transazioni sospette vengono verificate al telefono col titolare della carta in tempo reale». Mai come oggi, poi, la magistratura è attrezzata per combattere le truffe on-line. La prima sentenza in Italia per phishing è dell’ottobre 2007. Il “pescatore” era un impiegato di 23 anni che aveva già sulla coscienza truffe con carte di credito all’Esselunga e, per essersi appropriato in modo fraudolento di alcuni codici di CartaSì, condannato a due anni e otto mesi. Aveva sottratto una cifra irrisoria, 800 euro e ha dovuto versare 10.000 euro a CartaSì “per danno d’immagine”. I reati? Sostituzione di persona (art. 494 Cp), truffa (art. 640 Cp), frode informatica (art. 640 ter Cp).

L’Italia sembra tra i Paesi più esposti. Perché? L’ho chiesto a Luca Ajroldi, direttore del quotidiano online Il journal e uno dei più quotati esperti del settore a Roma. «L’Italia - dice - è un Paese fortemente in ritardo per quanto riguarda l’uso di Internet, dei computer, delle vendite on line. In compenso, ha un non invidiabile primato: è la più bersagliata dalle truffe che arrivano dal web. E la ragione è evidente: siamo molto indietro, ci crediamo furbissimi mentre in verità siamo abbastanza sprovveduti e infine abbiamo quel pizzico di avidità che ci fa cadere in trappola più facilmente».

Ecco un elenco delle ultime truffe che possono arrivarci attraverso una insospettabile mail: 1) mail apparentemente provenienti dall’Agenzia delle entrate: la vittima è invitata a compilare un modulo finalizzato a ottenere rimborsi; in realtà ha lo scopo di acquisire le credenziali di conti correnti on line o di carte di credito, da utilizzare per asportare poi somme di denaro dai conti stessi o dalle carte.

2) Mail che fingono di provenire da uffici di Polizia di Stato, Guardia di finanza ecc., con le quali si richiede il pagamento di una multa per aver effettuato il download (ossia aver scaricato) di un file pedopornografico. Mail di questo tipo sono facilmente individuabili poiché contengono errori grammaticali dovuti al fatto che sono state compilate da traduttori automatici.

3) Per le comunicazioni apparentemente provenienti dalle banche, il primo elemento che le rende individuabili è l’assenza all’inizio della missiva del nome del destinatario. C’è un generico “gentile cliente”. L’istituto di credito, invece, poiché conosce l’identità del cliente, invia le proprie comunicazioni citandolo con nome e cognome. Col messaggio, gli sconosciuti chiedono di acquisire dati identificativi del cliente, necessità giustificata con presunti problemi tecnici (per esempio, la falsa comunicazione del cambio del dominio del sito) e il destinatario viene invitato a “regolarizzare” la sua posizione cliccando sul link presente nel messaggio stesso.

4) Un altro caso è riferibile a richieste di pagamento per aver effettuato il download di software, film, cd musicali apparentemente gratuiti ma che sono a pagamento. Va detto che non sempre dietro una tale richiesta si concretizza una truffa, in quanto a volte l’utente, per distrazione o per fretta, può aver cliccato sul pulsante di conferma del contratto a pagamento senza leggerne le condizioni, scritte di solito con caratteri minuscoli. Ovviamente, esistono sistemi di protezione delle carte-moneta messi a disposizione dai circuiti internazionali Visa e MasterCard. Sono sistemi sicuri e gratuiti con i quali possiamo contribuire a vincere la battaglia contro questi nuovi pescatori di frodo.

Postato il 14 maggio 2012 alle ore 16.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Scontrino, nemico degli evasori

La prova di ciò che si compra

Un rettangolino di carta, pochi centimetri d’altezza e di larghezza, che tende a sbiadirsi (per cui è meglio farne sempre una fotocopia). Mai come oggi è tra i protagonisti della lotta all’evasione fiscale: lo scontrino. Secondo molti studiosi della vita sociale ed economica noi italiani ne avremmo una scarsa considerazione. Sugli schermi Tv corre uno spot criticato ma che non manca di una certa suggestione. Mostra alcuni parassiti delle piante o degli animali e infine chiude con una faccia torva in primo piano, l’evasore X, il vero parassita della società civile. È lui, direbbe il premier Monti, che mette le mani nelle tasche degl’italiani ed è contro di lui che noi contribuenti dobbiamo agire chiedendo sempre lo scontrino. Aggiungo che non basta ritirarlo, bisogna controllarlo subito.

Breve nota a margine: lo spot è stato promosso dal governo Berlusconi prima dell’eclisse e mi sembra curioso il fatto che fu proprio Berlusconi nel 2004, a sostenere che «se lo Stato pretende la metà di quello che guadagno, mi sento moralmente autorizzato a evadere».

Controlli e proteste. La poca attenzione al rettangolino è documentata dai controlli della Guardia di finanza. Valga un esempio: Napoli. A gennaio è emerso un dato significativo: otto negozi su dieci sono stati multati per “irregolarità fiscali”. In soldoni, per il mancato rilascio dello scontrino. Alcuni bar assoldano ragazzini per inseguire clienti che hanno appena pagato il caffè. Gridano: «Mi ridate lo scontrino? Tanto, a voi che vi serve». Di solito, questi piccoli questuanti vengono accontentati. Poi c’è il trucco dell’errore: spendi 50? Sullo scontrino compare solo 5. Voi fate notare al negoziante l’anomalia? E lui risponde pronto: «Scusate, è stato un errore di battitura». In controtendenza, nelle località rinomate della Campania, Capri, Ischia, Sorrento, le irregolarità sono nettamente inferiori rispetto a Napoli. Con tanti saluti ai leghisti che dopo il blitz di Cortina invocavano operazioni simili nelle Cortina del sud. E ricordate qual è stato l’esito di quel sopralluogo? I commercianti di Cortina hanno battuto il 400% in più di scontrini. Loro spaventati e gli avventori più attenti.

Spesa on line. Non parliamo poi degli acquisti online: spesso gli offerenti non rispettano l’obbligo. Lo denuncia un’inchiesta di un’associazione di consumatori, su dieci siti che vendono coupon. «Tra i servizi più venduti, in otto città figurano cene e soggiorni turistici: Bari, Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma, Torino. E spesso emerge la mancata emissione della ricevuta fiscale. Nell’ambiguità su chi la debba rilasciare prevale lo scaricabarile. Una volta effettuato l’acquisto, il sito invia per email esclusivamente il coupon, che non ha le caratteristiche tecniche né il valore di una ricevuta fiscale».

Consumatori scettici. Quale può essere, però, la ragione della freddezza del consumatore per lo scontrino? Una risposta la troviamo in una lettera pubblicata dal quotidiano La Stampa di Torino all’inizio dell’anno: «Ci viene detto: esigete lo scontrino, e noi ci domandiamo: perché? Usciti dal negozio o dal bar, allontanati dal banco del mercato, quel pezzetto di carta ingombrante lo si butta subito. Perché lo Stato per primo non da valore allo scontrino? Esigiamoli, conserviamoli e detraiamoli. Sì, caro Stato, non farci fare le cose a metà: più spendiamo meno tasse paghiamo. A che serve uno scontrino se non serve?» Firmato, Maria Trivero.

Tre motivi per averlo. A che serve? Mi permetto di dirglielo io, gentile signora:
1) se non lo chiedo, consento al venditore di evadere le tasse, e già questo sarebbe sufficiente a pretendere il “pezzetto di carta ingombrante”.
2) Ignorandolo, pago al venditore più di quanto dovrei, giacché l’Iva che va allo Stato in assenza di scontrino diventa maggiore guadagno per il negoziante.
3) Senza scontrino, rinuncio alla garanzia di due anni sul prodotto acquistato.

C’è, a scusante, la troppo scarsa informazione sulla garanzia di 24 mesi che “l’ingombrante” assicura per ogni acquisto. «La maggior parte di coloro che pure pretende lo scontrino - sostiene il Movimento difesa del cittadino - non sa cosa fare per far valere la garanzia su un prodotto difettoso. L’80% dichiara di aver ricevuto informazioni sbagliate dal venditore, che propone di rivolgersi al produttore per sostituzioni o riparazioni e non fornisce delucidazioni sulla differenza tra garanzia legale e convenzionale». Si potrebbe aggiungere una quarta risposta: lo scontrino serve a ognuno di noi per partecipare alla lotta anti-evasione, telefonando per esempio al 117.

Ma il 117 vale sempre? Domanda legittima poiché di recente la Cassazione ha stabilito che sono illegittime le ispezioni fiscali basate su informazioni anonime (sentenza n. 19.338 del 22 settembre 2011). Ora, come molti sanno, da sedici anni funziona il 117, numero al quale i cittadini, anche senza fornire nome e cognome, segnalano alla Guardia di finanza delle anomalie: il mancato rilascio di una fattura per sfuggire all’Iva o uno scontrino non battuto. Le telefonate sono in aumento (anonime il 42%), però appare comprensibile il dubbio iniziale. Ho chiesto alle Fiamme gialle di chiarirci le idee. Ecco la risposta: «Nessun anonimo, neanche al 117, può innescare ispezioni tributarie. Qualunque segnalazione, purché dettagliata e con un minimo di verosimiglianza, può costituire un input investigativo ma dev’essere riscontrata attraverso l’incrocio delle banche dati, l’analisi di rischio, le risultanze o i precedenti già agli atti». Dunque, il 117 vale ancora, eccome, contro “il cancro sociale”.

Postato il 12 aprile 2012 alle ore 15.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Liberalizzazioni, 900 euro risparmiati

Non tutti condividono le liberalizzazioni, è chiaro. Chi ha beneficiato delle rendite di posizione si ribella e scende persino in piazza. Per capire meglio, però, facciamo un paio di casi concreti. 1) La liberalizzazione vista da un tassista milanese: siamo 5.000 macchine, domani saremo 7.000 e sullo stesso percorso invece di 10 euro il cliente ne pagherà 15 perché il traffico aumenterà e il tassametro terrà conto del tempo in più per coprire la distanza. Vista dal cliente-cittadino: più taxi, meno code ai posteggi e tariffe più convenienti. 2) Ancora Milano, una farmacia comunale. Un cartello annuncia a caratteri vistosi: “Prezzi tagliati”. Segue l’elenco dei medicinali senza obbligo di ricetta che costeranno meno del solito per alcune settimane. Stesso manifesto in tutte le farmacie comunali d’Italia, la cui associazione ha messo in pratica l’articolo 32 della manovra Monti.

È data facoltà, dice il testo, di praticare sconti sui prezzi dei farmaci che non necessitano di prescrizione medica. Però gli speziali privati, fin dalla nascita delle parafarmacie (governo Prodi) si difendono argomentando che lo “scontismo” può incrementare in modo subdolo il consumo di medicinali. Mah… Fa impressione trovare in farmacia un’offerta del genere “prezzi tagliati”. Sembra di stare al supermercato, che promuove questo o quel prodotto, dal detersivo al carciofo. E tuttavia ciò che conta è risparmiare, ossia un immediato effetto delle liberalizzazioni: potranno essere venduti scontati anche i farmaci di fascia A (medicinali essenziali e per malattie croniche), sempre che non siano rimborsati dal Sistema sanitario nazionale. I farmaci di fascia C, invece, disponibili al banco, rimarranno esclusiva delle farmacie. Di più: il decreto “Cresci-Italia” prevede una farmacia ogni 3.000 abitanti, 5.000 nuove licenze (quindi più laureati che trovano lavoro), libertà per orari e turni.

Negozi e supermercati. Libertà d’orario quotidiano e d’apertura nei giorni festivi. Il consumatore potrà fare la spesa anche di notte. Una novità del genere ci dà la possibilità di acquistare il pane fresco anche la domenica. A differenza del passato, infatti, i forni possono lavorare pure il sabato notte. Ovviamente, ai commercianti la decisione di tenere alzata la saracinesca oltre i tempi tradizionali.

Class action. Al governo Monti il merito di aver “rianimato” l’azione collettiva risarcitoria, mortificata dalle caste imprenditoriali con la benevolenza del governo Berlusconi. È bastato sostituire un aggettivo: omogeneo invece di identico. Secondo la versione precedente, i consumatori, per promuovere una class action nei confronti di un’impresa dovevano avere situazioni identiche. Adesso invece è sufficiente l’omogeneità delle singole posizioni. C’è chi ha definito questa modifica epocale perché «amplia moltissimo la gamma delle azioni che si potranno promuovere». Per esempio, non sarebbe più campata in aria la domanda di un’associazione di consumatori: le amministrazioni comunali sono responsabili dell’aria avvelenata che respiriamo nelle nostre città? Quest’associazione ha impostato un’azione risarcitoria collettiva nei confronti del Comune di Milano partendo dai risultati di un’indagine su cinque ospedali della città (San Carlo, Policlinico, Fatebenefratelli, Niguarda, Don Bosco). In due anni si sono registrati 53.000 ricoveri al pronto soccorso per malattie o disturbi correlabili a inquinamento. I danni non sono “identici”, ma le situazioni di ciascun cittadino colpito sono “omogenee”.

Professioni. Abolite le tariffe delle categorie professionali (esclusi i medici). Il compenso è stabilito dalla «libera contrattazione tra professionista e cliente», e il preventivo scritto va fornito «solo se richiesto» dal cliente. Gli avvocati - 240.000 addirittura - sono i più fieri avversari delle liberalizzazioni. Ma, fa notare il primo presidente di Cassazione Ernesto Lupo, l’esorbitante numero di avvocati «se non costituisce un diretto fattore d’incentivazione del contenzioso, certo non contribuisce a deflazionarlo». Cioè, la litigiosità degl’italiani è persino incrementata dai troppi avvocati in circolazione.

Benzinai. Dal 30 giugno cesseranno le esclusive, ossia i distributori di carburante non saranno più monomarca ma potranno approvigionarsi anche da altri fornitori e potranno vendere prodotti non petroliferi: alimenti, bevande, giornali. Alcune stazioni di servizio, per altro, già da tempo vendono quotidiani e sono dotate di un bar.

Banche. Il decreto parla chiaro: Istituti di credito e Poste devono impegnarsi a ridurre le commissioni interbancarie, quei costi o balzelli che gravano sul cliente in misura aggiuntiva al momento di ogni operazione con le carte di credito. Esempi: le commissioni che subiscono i commercianti per i pagamenti effettuati con le carte di credito. Sui mutui, poi, «banche, istituti di credito e intermediari finanziari, se condizionano l’erogazione del mutuo alla stipula di un contratto di assicurazione sulla vita, sono tenuti a sottoporre al cliente almeno due preventivi di due differenti gruppi assicurativi». Fino a ieri, la banca decideva la compagnia di assicurazioni e si capisce perché: alcuni esponenti del consiglio d’amministrazione di una banca figurano anche in quelli di società che emettono polizze e la preferenza era, per così dire, d’obbligo.

Assicurazioni. A spese della compagnia, si può installare in auto una scatola nera, con sconto sull’Rc Auto, per combattere i falsi incidenti che hanno incrementato il costo delle polizze. Il contrassegno, inoltre, diventa elettronico e le riparazioni avranno una garanzia di due anni. Chi chiede il risarcimento del sinistro e non la riparazione in una carrozzeria convenzionata con l’assicuratore, avrà una decurtazione del 30%.

Nuove società. Anche i giovani sotto i 35 anni possono creare un’impresa con appena un euro di capitale sociale, versamento iniziale per ogni tipo di attività: queste neo-aziende si chiameranno Società semplificate a responsabilità limitata (Ssrl) e non avranno bisogno di bolli e notai per diventare realtà effettive. E qui uno degli ordini professionali, o una delle “caste”, si fa sentire. Con garbo, per la verità, i notai fanno notare che senza controlli preventivi notarili la fioritura di società da un euro lascia campo libero alle mafie, al riciclaggio e all’evasione fiscale.

Autostrade e social card. Nasce l’Autorità dei trasporti che fisserà un limite ai pedaggi, per scongiurare i troppo frequenti rincari. Dopo il semi-fallimento della prima, presentata a novembre 2008 dal ministro Tremonti e che dava 40 euro al mese a ogni famiglia indigente, torna per un anno una nuova social card, più italianamente “carta acquisti per fasce economicamente deboli”. Il fine è «valutarne la possibile generalizzazione come strumento di contrasto al la povertà assoluta». Qui suppongo che s ’intendano i barboni e i nuovi poveri creati dalla crisi. Sarà distribuita dai Comuni nelle dodici città con oltre 250.000 abitanti. Dotazione massima: 50 milioni di euro. Subito, però, si sono levate voci contrarie (il sindacato pensionati Cgil, alcune associazioni di consumatori), che hanno ricordato la precedente esperienza negativa. I beneficiari avrebbero dovuto essere 1.300.000 e invece furono assai meno di 600.000. Incredibilmente, poi, molte tessere si svuotarono all’insaputa dei titolari, creando imbarazzi e disperazione alle casse dei supermercati. Va anche detto che il fondo iniziale della prima carta acquisti era di 870 milioni di euro mentre oggi è di appena 50 milioni. Insomma, sarà una social card povera per i poveri.

Risparmi previsti. È interessante il calcolo fatto da due associazioni di consumatori, l’Adusbef e la FederConsumatori: col decreto Cresci-Italia i 24 milioni di famiglie medie, composte da marito, moglie e un figlio, e con spese fino a 25.000 euro all’anno, potranno risparmiare più di 900 euro all’anno: 116 euro per il carburante; 184 per le tariffe professionali; 247 sul commercio; 42 nelle farmacie; 114 sulle assicurazioni auto; 48 sui trasporti; 86 per servizi pubblici e taxi; 109 per le bollette dell’energia. Naturalmente non è tutto oro quello che luce. Ma stiamo a vedere: con un po’ di fiducia l’Italia può diventare «più veloce» (per dirla con Monti). E per non cascare nella depressione collettiva di cui parla l’Eurispes. Ci proviamo?

Postato il 01 marzo 2012 alle ore 11.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

E ora i cittadini si ribellano

Non c’è miglior strumento del dizionario per esplorare i significati dei termini che usiamo ogni giorno. Cito e non a caso un sostantivo: frullatore, che deriva dal verbo frullare. Sì, lo sappiamo che è un elettrodomestico che serve a preparare frullati, maionese, salse e succhi di frutta. Ma è il verbo che ci intriga. In senso figurato, far frullare qualcuno significa "costringerlo a operare attivamente, a filare diritto". E c’è un modo di dire ancora più illuminante: "Ungi la ruota se vuoi che frulli"! Ecco, leggendo le cronache quotidiane della corruzione e le imprese delle varie cricche, sono stato colpito da una parola, la più buffa nel mare magnum di quelle che indicano favori, esborsi di danaro per questa o quella ragione perversa: la parola frullatore.

Diego Anemone, costruttore famoso per aver acquistato, pare all’insaputa del destinatario, l’ex ministro Scajola, un appartamento con vista sul Colosseo, è tornato alla ribalta giudiziaria perché la Procura di Perugia è entrata in possesso del suo libro-paga e fra le uscite figura «un frullatore per ministro». Anche con un frullatore ci si può garantire un appalto pubblico? Sì. Per un costruttore l’appalto è vita e quindi queste specialissime cortesie o attenzioni, questi cadeaux, non sono destinati a un ministro ma a tutti gli “amici” che hanno accesso alla stanza dei bottoni. «Ungi la ruota se vuoi che frulli». E sapete quanto ci costa far frullare la ruota? Sessanta miliardi all’anno. Questa cifra, sia chiaro, si conosce da anni, però ha trovato drammatica conferma nella relazione del presidente della Corte dei conti Luigi Giampaolino alla Camera. La corruzione, aggiunge un così autorevole esponente dello Stato, è in crescita costante e «si è insediata e annidata dentro le pubbliche amministrazioni».

Ma noi, le persone di ogni giorno, i cittadini, che cosa facciamo per combattere la corruzione dilagante? Con la nostra passività non corriamo il rischio di diventare complici involontari dei corrotti? Faccio un esempio che mi tocca da vicino. Al Festival dei comportamenti umani di Lodi l’anno scorso ho presentato un mio spettacolo intitolato Il favoliere, nel quale racconto storie paradossali della realtà italiana, con le musiche del clarinettista Marco Fusi. Ebbene, la “favola” del doppio lavoro di molti dipendenti della pubblica amministrazione non provocò alcuna reazione. La stessa freddezza, a stridente contrasto degli applausi scroscianti per le altre favole, l’ho riscontrata pure in altre piazze. Che cosa fanno gli statali double face? Ecco i mestieri più frequenti: camerieri di sera, operai di notte nei panifici, istruttori di giorno nelle palestre ginniche, addetti alla pulizia delle scale nei palazzi privi di portiere. Per arrotondare, si dice, lo stipendio magro.

Fiorenza Sarzanini sul Corriere della sera ha dato concretezza al paradosso: dalla sua inchiesta del dicembre scorso si evince che sono 3.300 gli statali che svolgono un doppio lavoro senza l’autorizzazione prevista dalla legge. Negli ultimi tre anni avrebbero guadagnato illecitamente oltre venti milioni di euro causando un danno all’erario pari a 55 milioni di euro. E c’è di tutto, altro che lavori umili come quelli da me citati in teatro. Taluni prestano la loro consulenza professionale su pratiche che poi prenderanno in esame come pubblici ufficiali. Con tanti saluti alla correttezza e alla legge!

Se i comportamenti degli altri ci lasciano perplessi, non possiamo esimerci dal verificare i nostri. Quanti cittadini assistono alle sedute del consiglio comunale? Non esistono dati precisi ma la presenza è poco incoraggiante; in alcune città la tribuna riservata al pubblico è stata persino ridotta, viste le assenze croniche. Rinunciamo a controllare coloro che governano la città su nostro mandato. Altra domanda: ci avvaliamo del diritto di consultare gli atti pubblici? È vero che la “Pia”, nome vezzoso della pubblica amministrazione, spesso ci ha messo i bastoni fra le ruote, però oggi ci facciamo vincere dalla pigrizia e dal menefreghismo. E creare un comitato di cittadini per battersi contro un sopruso o difendere un diritto? Troppo faticoso, sento già l’obiezione. Eppure, dare vita a un gruppo associato attivo è un diritto garantito dalla Costituzione e chiunque può prendere l’iniziativa, scegliendo un nome, fissando gli obiettivi e promuovendo riunioni periodiche. Si può anche stilare uno statuto dell’associazione e registrarlo presso un notaio. Diventerà ufficialmente un’organizzazione senza scopo di lucro.

Tanti comitati cittadini contro la corruzione potrebbero forse bloccare il fenomeno dilagante, dalla politica alla Pia e agli altri settori della società. E il 117? Abbiamo mai alzato la cornetta per formare il numero della Guardia di Finanza a cui si può denunciare ogni anomalia fiscale? Che so, lo scontrino che il bar non rilascia, il conto del ristorante senza intestazione, la fattura chiesta inutilmente al prestatore d’opera. Si può fare in forma anonima, penseranno le Fiamme gialle alle verifiche. Sarebbe un modo per smascherare i furbi e contribuire alla lotta all’evasione.

Qualcosa in ogni modo si muove. Il 9 dicembre scorso, 900 ragazzi italiani hanno partecipato a Bruxelles alla Giornata internazionale contro la corruzione. Lo stesso giorno Libera e Avviso pubblico, due associazioni ormai conosciute, hanno lanciato una campagna d’informazione e sensibilizzazione con una raccolta di firme. La corruzione sta trascinando l’Italia in fondo alle classifiche sulla legalità: secondo l’ultimo rapporto di Transparency international, il nostro Paese è al 67° posto «per trasparenza nelle decisioni pubbliche». Siamo al di sotto del Ghana. Il governo Berlusconi aveva messo in cantiere la creazione di una commissione per contrastare il fenomeno, sotto la responsabilità della Presidenza del consiglio. Beh, è ancora in cantiere. Diciamo la verità: quasi tutti i partiti sentono di avere la coda di paglia. È sperabile che il governo tecnico sblocchi la situazione. Sperare non costa niente.

Contrapposta all’Italia dei corrotti e delle mafie corruttrici troviamo anche nel sud l’Italia dei resistenti. Il rapporto di Avviso pubblico ci offre centinaia di esempi della violenza che i clan scatenano contro sindaci, assessori, consiglieri comunali che si oppongono al malaffare e non si fanno allettare dal denaro sottobanco. Ebbene, alle intimidazioni, agli attentati, alle aggressioni i perseguitati oppongono resistenza. E chi sono i più coraggiosi? I sindaci-donna. «Io non mollo», dice Carolina Girasole, primo cittadino di Isola Capo Rizzuto (Crotone). Un argine confortante in questo Paese irriconoscibile, dove non c’è settore immune dalla corruzione: con 100.000 euro si può comprare anche una partita di calcio. E, per inciso, ha fatto benissimo il Ct della Nazionale, Cesare Prandelli, a convocare Farina, giocatore del Gubbio che ha rifiutato di entrare nel giro degl’incontri truccati.

Torno al dizionario per apprezzare la potenza di un cognome. Frullare vuol dire anche «fare un fruscio rumoroso, si dice degli uccelli quando sbattono le ali nell’alzarsi in volo». Ed ecco cosa mi frulla per il capo: anemone è un fiore che somiglia al papavero. Diego Anemone fa onore al suo fiore. Anche la canzone di Nilla Pizzi diceva: "Lo sai che i papaveri son alti, alti, alti": il costruttore non è forse un papavero, nel senso di persona che conta perché "sa far frullare i potenti" e li costringe a filar dritto?

I personaggi nell’archivio contabile di Anemone respingono l’idea di aver ricevuto “regali”. Si difendono come possono, perché non vogliono finire nel frullatore. Sbattono le ali come gli uccelli. Ma non riescono ad alzarsi in volo.

Postato il 06 febbraio 2012 alle ore 14.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

I sacrifici ci salveranno

In questo 2012 che si profila come il più duro della crisi cominciata nel 2007, possiamo parlare di benessere? Quando gl’italiani parlano, turbati, di “qualità della vita”, alla luce dei sacrifici chiesti dal governo Monti, che cosa intendono? La risposta viene da una ricerca del Cnel e dell’Istat su 45.000 persone. Le priorità risultano queste: salute, un futuro per i figli, lavoro e reddito adeguato. Seguono le amicizie, l’amore, la fiducia negli altri; solo agli ultimi posti la partecipazione politica. Il Paese è deluso da politici e corruzione e spera di risalire dal baratro confidando nei figli. L’Europa ci chiede di ridurre il debito pubblico e di pareggiare il bilancio dello Stato entro il 2013. E noi come trasformiamo in atti reali gli obiettivi del risanamento?

Sentiamo parlare di lobby: farmacisti, avvocati, notai, distributori di carburanti. Se non ci fossero troppe ingessature, dovute ai privilegi delle caste, il mercato sarebbe più libero e noi ne avremmo un vantaggio. Facciamo un esempio. Con le “lenzuolate” di Bersani all’epoca del governo Prodi nacquero le parafarmacie, che vendono medicinali da banco senza ricetta medica. Bene: si sono creati 3.000 nuovi posti di lavoro e il risparmio per i consumatori è stato pari al 18%. Un nuovo traguardo? Eccolo, la manovra “SalvaItalia” consente alle parafarmacie anche la vendita dei farmaci di fascia C. Altro esempio, le “pompe bianche”. Col prezzo della benzina che sfiora le stelle, rappresentano un utile strumento di contrasto. Si tratta di distributori senza marchio, che possono proporre prezzi convenienti. Sono circa 2.000, poche rispetto a quelle a marchio, ma il risparmio per i consumatori è già di circa 6centesimi al litro. La qualità è la stessa delle tradizionali pompe perché le compagnie petrolifere sono le stesse. Dunque la formula “più mercato meno privilegi” funziona.

Cosa sono le liberalizzazioni se non lo scioglimento di vincoli che dividono la società in caste? Abbiamo sentito i distinguo di questa o quella categoria di fronte all’obiettivo del governo di “revisione della disciplina degli ordini professionali”. Gli avvocati, per esempio. Sono 230.000, vogliono la riforma forense ma sono contrari alle “cieche liberalizzazioni”. I notai: fiducia in Monti che sa quali siano le misure da adottare “senza ricorrere a liberalizzazioni selvagge”. Gli aggettivi si sprecano. Nascondono altrettante paure. È dall’età di Bersani ministro che non si va più dal notaio per il passaggio di proprietà di un’auto, ricordate? Noi italiani sappiamo parlare bene della concorrenza ma poi non la realizziamo nei fatti. Vedi le banche o le assicurazioni. La cura Monti tende a neutralizzare i legami tra vertici di banche e compagnie di assicurazione. Infatti, nei consigli d’amministrazione delle une e delle altre siedono gli stessi azionisti. Così possono fare il bello e il cattivo tempo. Un esempio? Il mutuo casa: nel momento di concederlo la banca impone l’acquisto di questa o quella polizza assicurativa.

La speranza di vita si è allungata: in Europa la media è di 78 anni, in Italia 79. Quindi anche l’età pensionabile va adeguata. Del resto, nel nostro Paese l’innalzamento è già in corso, il traguardo dei 67 anni era stato già fissato nel 2021. Però l’Europa ci chiede di anticipare i tempi. Ed ecco che si parla di “età flessibile di pensionamento”. Attraverso il calcolo contributivo è premiato chi lascia il lavoro più tardi, verso i 70. La linea di condotta è quella che il ministro del Welfare Elsa Fornero ha indicato poco prima di assumere l’incarico. In sostanza, chi va in pensione tra i 62 e i 65 anni subirà delle penalizzazioni, chi invece sceglie di lasciare il lavoro tra i 67 e i 70 anni sarà premiato. Il neoministro punta sulla flessibilità. Le donne, per esempio, che entro questo 2012 hanno un’anzianità contributiva di almeno 20 anni, possono conseguire il trattamento di vecchiaia con un’età non inferiore ai 64 anni. Le pensioni, poi, inferiori a 1.400 euro, hanno da questo gennaio la rivalutazione in base all’inflazione. Nel 2013 solo quelle intorno ai 900 euro.

E la quiescenza dei super-ricchi? Indirettamente la Fornero risponde: «In un momento in cui si è costretti a richiedere sacrifici alle famiglie, non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti e i politici». E qui il primo segnale c’è stato: un prelievo straordinario del 15% sulle pensioni d’oro, vale a dire quelle superiori ai 200.000 euro annui, che sono 2.500. Annotazione non marginale: sul debito pubblico (11.900 miliardi), la previdenza pesa per il 35%. L’Italia spende il 15% del suo prodotto interno lordo, 4 punti in più della media dell’Unione europea. Il nodo resta sempre quello che alcuni economisti chiamano “la vera anomalia italiana”: la pensione d’anzianità. Si raggiunge prima di avere l’età per la pensione di vecchiaia. Basti pensare che dai tre ai quattro milioni di persone hanno ottenuto il trattamento di quiescenza a 58-59 anni. Ventilata l’ipotesi dell’abolizione, prevale la proposta dei 41 anni di contributi che cancellerebbe per sempre tutte le pensioni-baby.

I pensionati in Italia sono quasi 17 milioni (16,8). Di questi, otto milioni percepiscono un assegno inferiore a 1.000 euro e sono considerati i più poveri d’Europa. Oltre il 30% del totale ha meno di 64 anni, il 26% ha un’età oscillante fra i 40 e i 64 e solo il 3,7% ha meno di 40 anni. Le donne, mediamente, lasciano il lavoro con un assegno inferiore del 30% rispetto agli uomini. Ed è possibile che con il “modello Fornero” l’altra metà del cielo raggiungerebbe la parità.

Siamo il Paese che lamenta la più alta evasione fiscale in Europa. Per le stime dell’Istat in Italia l’imponibile sottratto al fisco oscilla tra i 250 e i 275 miliardi di euro annui. Allora, per combatterla, è fondamentale l’arma della tracciabilità dei movimenti di denaro. Più questi movimenti lasciano l’impronta, più è facile stroncare le furberie: l’artigiano o il dentista che non rilasciano la fattura. Prima del governo Prodi era possibile comprare e vendere in contanti fino a 12.500 euro. Poi, con Visco alle Finanze la stretta ci fu. Da 12.500 a 5.000 euro. Tornato Berlusconi al potere, siamo risaliti a 12.500. Poi, Tremonti è sceso a 5.000 e ora il governo Monti fissa il limite a 1.000 euro. Così chi deve fare fattura la farà e chi vuole nascondere al fisco certi affari non potrà più farlo.

Poi ci sono le tasse vere e proprie. «L’esenzione dall’Ici per la prima casa è un’anomalia nel confronto internazionale». Questo il pensiero di Monti sulla reintroduzione dell’Ici abolita a scopo elettorale da Berlusconi. Solo che ora si chiama Imu, imposta municipale unica. Sulla prima casa, però, oltre alla detrazione di 200 euro, si introduce uno sconto di 50 euro per ciascun figlio al di sotto dei 26 anni. E la tanto temuta (dai ricchi) patrimoniale? Non figura nei testi ufficiali ma alcune misure appaiono significative: per prima cosa, una tassazione aggiuntiva sui capitali detenuti all’estero e regolarizzati grazie allo scudo fiscale. L’imposta, da saltuaria, diventa permanente: pari all’1% quest’anno e scende allo 0,4% dal 2014. Si è temuto un prelievo forzoso dai conti correnti. Invece, è l’imposta di bollo che cambia: niente fino a depositi pari a 5.000 euro mentre è più cara su quelli delle società e sulle attività finanziarie, da 73 a 100 euro. Resta a 34 euro sui cc che hanno una giacenza media sopra i 5.000 euro.

Nella sua lettera con 39 interrogativi, l’Europa ha chiesto misure «per promuovere l’occupazione femminile e dei giovani». Le donne: c’è un abisso tra il tasso d’occupazione al nord e al sud: in Lombardia è del 55,8%, in Sicilia, Puglia, Campania è del 25-29%. Per incrementarlo occorre flessibilità: orari compatibili con gl’impegni di madre e moglie, settimana supercorta e più asili nido. Per restituire un futuro ai giovani, poi, ha una sua prospettiva l’idea dell’economista Pietro Ichino: contratto a tempo indeterminato ai nuovi assunti con possibilità di licenziare, ma dietro pagamento di un indennizzo o garanzia di reimpiego. L’Europa spinge per una legislazione che contribuisca «ad affrontare la segmentazione del mondo del lavoro tra lavoratori a tempo indefinito e lavoratori precari». Bisogna ridurre il numero delle tipologie di contratto, 46. L’ideale è: più lavoro meno precariato.

Ma la parola lavoro fa paura. Prendiamo la più grande azienda culturale italiana, la Rai. Si parla di 3.000 esuberi e ogni dipendente pensa che possa toccare a lui. Fra gli statali il timore serpeggia da tempo. Gli statali sono 3 milioni e 400.000 su 60 milioni di abitanti. In Gran Bretagna, stessa popolazione, sono poco più di due milioni; in Francia, 65 milioni di abitanti, sono 5 milioni e più. Lo stipendio medio annuo dei nostri è di 27.000 euro. Più lavoro? Ma se incombe lo spettro della recessione…

Postato il 12 gennaio 2012 alle ore 10.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Class action, legge inafferrabile

Una nonnina, Nicolina Capra, 90 anni: vive a Roma ma è originaria di un paesino del Molise dove torna d’estate. Ed è lì che, scavando in un cassettone, ha trovato un titolo di risparmio di 1.600 lire dell’epoca fascista. «È ancora valido? E in euro quanto potrebbe valere?», si è chiesta. Allora ha chiamato il suo avvocato, Anna Orecchioni, e ha scoperto che a lei si sono rivolte decine di persone in possesso di titoli simili, chiamati “libretti antichi”. In Italia sarebbero almeno 400. «Per libretti antichi – dice l’avvocato Orecchioni – intendiamo i rapporti di deposito bancario e postale precedenti l’euro, i buoni fruttiferi postali e i certificati di debito pubblico del Regno d’Italia». A settembre ho raccontato la storia di Nicolina a Uno mattina in famiglia e subito al sito del programma di Rai uno sono pervenute numerose e-mail su situazioni simili. Altri messaggi parlano di depositi di 500 o 10.000 lire di più di mezzo secolo. Alla signora Nicolina è stato detto che 1.600 lire equivalgono oggi a 100, forse anche 200.000 euro. Calcoli attendibili?

I dubbi sull’efficacia di un’azione risarcitoria collettiva nascono da qui. Inoltre, chi può garantire con certezza che le lire del libretto di risparmio diventeranno con una causa migliaia di euro? Non c’è il rischio di stringere alla fine un pugno di mosche? In qualche ricorrente si è insinuato il sospetto di una truffa, perché una legge del dicembre 2005 (la n. 266) ha stabilito il tempo massimo di vita di un conto corrente dormiente: dieci anni. Oltre tale periodo, il conto viene estinto automaticamente e il saldo trasferito al Fondo di garanzia sociale per le vittime di frodi e crack finanziari. La stessa cosa varrebbe per ogni altro titolo di risparmio. Ma qui gli avvocati Orecchioni e Giacinto Canzona, con studio legale a Roma, obbiettano «che la stessa legge prevede che l’istituto di credito, in caso di mancata movimentazione, debba inviare al titolare un avviso d’estinzione per procedere all’estinzione del conto stesso che deve essere inviato 180 giorni prima di procedere alla chiusura del rapporto, ma non è mai stato inviato a nessun ricorrente (circa 400) e presumiamo, pertanto, a nessun titolare di conti-depositi».

C’è differenza tra contratto di conto corrente e di deposito: per quest’ultimo non è prevista necessità di movimentazione. «Il contratto di deposito potremmo definirlo come un salvadanaio e l’istituto emittente è tenuto alla corresponsione degli interessi». Ci sono i presupposti per un’azione risarcitoria collettiva? «L’azione è stata proposta attraverso atto di citazione. Pertanto, tecnicamente non si tratta di una class action ma di un giudizio collettivo ordinario. La scelta è stata dettata da motivi di opportunità: la procedura relativa alla class action è molto più complessa di un giudizio di cognizione ordinario». Gli enti citati - Banca d’Italia, Poste italiane e ministeri dell’Economia e delle Finanze - non si sono ancora costituiti in giudizio. Possono farlo, però, sino a venti giorni prima dell’udienza.

Ma la legge che da due anni consente ai cittadini di ricorrere al giudice per un risarcimento non ha fatto grandi passi avanti. Finora, due sole azioni sono state dichiarate ammissibili: la prima, promossa dal Codacons contro un’azienda produttrice di farmaci anti-influenzali (la Voden) rivelatisi inefficaci; la seconda promossa da un’altra associazione di consumatori contro Intesa Sanpaolo per le commissioni di scoperto di conto applicate, dal 15 agosto 2009, ai correntisti in rosso, giudicate illegittime e da restituire. La Corte d’appello di Torino ha ritenuto che l’associazione rappresenti adeguatamente gli interessi dei correntisti e che la class action non possa essere bloccata sul nascere, come aveva chiesto la banca.

Ci sono altre quattro richieste d’azione collettiva: una sul sovraffollamento delle aule scolastiche con più di 25 allievi per classe. Un’altra sull’ipotesi di cartello nelle tariffe dei traghetti per la Sardegna e sull’interruzione di servizio pubblico della Rai nei confronti dei telespettatori paganti il canone. Infine, Autostrade per l’Italia sulla nevicata che paralizzò il traffico tra il 17 e il 18 dicembre 2010 sull’A1 tra Firenze e Arezzo e tra Firenze e Pisa. L’accusa? Inadeguata prevenzione, assenza d’informazione e di gestione di un fenomeno, tra l’altro annunciato dai bollettini redatti dal dipartimento della Protezione civile.

A contraltare, c’è purtroppo da registrare una clamorosa sconfitta. Circa due mesi fa, il Tribunale di Roma ha bocciato un’iniziativa dei pendolari della linea ferroviaria Roma-Nettuno contro Trenitalia. Però questa sentenza mal si concilia con le decisioni di due giudici di pace, quello di Lodi che ha condannato Trenitalia a risarcire una pendolare con 2.500 euro; e quello di Piacenza che ha riconosciuto a due pendolari il danno non patrimoniale, sinonimo di danno esistenziale, imponendo a Trenitalia un risarcimento di 1.000 euro. In una delle vertenze l’azienda ferroviaria si era difesa invocando una legge del 1937, secondo cui il compito delle ferrovie è trasportare viaggiatori da un punto all’altro ”a prescindere dalle modalità”. Non importa cioè quali siano le condizioni del trasporto. La tesi è stata demolita dal giudice di pace. Il danno esistenziale, per chi non lo sapesse, è «una lesione del diritto al libero dispiegarsi delle attività umane, alla libera esplicitazione della personalità». E, dunque, anche viaggiare su treni puliti e puntuali è un diritto. Ora, il Tribunale di Roma, bocciando l’ipotesi di class action contro Trenitalia, sostiene che il presunto danno patrimoniale arrecato ai pendolari darebbe diritto solo al rimborso del biglietto. E inoltre sarebbe inammissibile la richiesta del risarcimento del danno non patrimoniale, ossia quello esistenziale. Sentenza grave, che consente a Trenitalia di continuare a essere indifferente alle reiterate proteste dei due milioni di pendolari italiani.

Del resto, era prevedibile che l’azione risarcitoria collettiva andasse avanti “a scartamento ridotto”, come Il Sole 24 Ore ha definito il suo faticoso cammino. In vigore dal 2009 con tutta una serie di limitazioni, sembra lontana da risultati tangibili. Sia prima che dopo il voto in Parlamento, le imprese avevano sollevato obiezioni schierandosi contro la class action, prevista peraltro dal Codice del consumo (art. 140 bis). La Confindustria giudicò la legge «un atto di grave ostilità all’impresa, un provvedimento rozzo che espone le aziende italiane e i loro lavoratori a gravi rischi». Che voleva significare, che di fronte a una severa condanna la ditta licenzierebbe i dipendenti? Per ora, dunque, solo due o forse tre le “aerreci” possibili. Per il resto, ipotesi.

Ecco alcuni esempi: 1) le amministrazioni comunali sono responsabili dell’aria avvelenata che respiriamo? Il Codacons ha preannunciato un’azione risarcitoria collettiva nei confronti del Comune di Milano che non tutela la salute dei cittadini, partendo dai risultati di un’indagine in cinque ospedali (San Carlo, Policlinico, Fatebenefratelli, Niguarda, Don Bosco). In due anni, 53.000 ricoveri al pronto soccorso per malattie o disturbi correlabili a inquinamento. 2) Possiamo pretendere che i 24 pastifici condannati dall’Antitrust a pagare una multa salatissima (12 milioni e mezzo di euro) per l’aumento ingiustificato del prezzo della pasta dal 2007 (+47%) ci restituiscano il maltolto? L’Unione nazionale consumatori ha calcolato che spetterebbero a ogni famiglia almeno cento euro per anno; e non esclude una class action. Si potrebbe configurare cioè una manovra speculativa sul prezzo delle merci, reato previsto dall’art. 501 bis del Codice penale. 3) Il ministro dell’Interno Maroni attribuisce all’Alitalia la diminuzione del traffico su Malpensa: una class action contro la compagnia per i danni che avrebbe causato allo scalo appare plausibile. Buone intenzioni. È il caso di ricordare che l’inferno ne è lastricato?

Postato il 23 novembre 2011 alle ore 11.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

La riscoperta della sobrietà

Uno dei più autorevoli linguisti italiani, Tullio De Mauro, nel suo dizionario definisce la sobrietà: «Frugalità, moderazione nel mangiare, nel bere, nel soddisfare gl’istinti naturali; estrema essenzialità e semplicità nello stile di vita e nelle abitudini di una persona; semplicità e rigore, austerità». Questa parola – sobrietà – torna sempre più di frequente nei discorsi di tutti i giorni: è come un’ipotesi, tesa a neutralizzare gli effetti della recessione; è come un’aspirazione dopo anni vissuti sopra le righe; una rivalutazione del nostro ieri, perché forse c’è stato un tempo in cui i nostri padri, le madri, i nonni vivevano in maniera diversa, con più misura.

Per quelli di una certa età come me, la riscoperta della sobrietà ha un valore consolatorio. Vivaddio, dunque, non siamo vecchi bacucchi che credono ancora al decoro, al risparmio, alle regole, al passo mai più lungo della gamba? Francamente fui sorpreso anni fa dalla notizia che il capo del governo gira con le sue mani l’interruttore quando lascia a notte inoltrata l’ufficio di Palazzo Chigi. Proprio lui che di notte fa ben altro… Come sarà felice lassù la signora Clotilde, mia madre, che lungo la mia fanciullezza mi ha tormentato con un ordine perentorio: «Spegni la luce ogni volta che esci da una stanza!» (Lo faccio tuttora, è un riflesso condizionato). E mi puniva con sonorissimi schiaffi quando disobbedivo. «Ricordati – aggiungeva – che tuo padre lavora sull’acqua salata e guadagna il denaro col sudore della fronte!» Vorrei far notare però che la tendenza a ripensare i sistemi di vita si è manifestata molto prima della crisi.

Già nel 2004 da un monitoraggio del Sole 24 Ore veniva fuori il graduale mutamento delle “modalità di consumo” ispirate, scriveva il giornale, «a una maggiore sobrietà e oculatezza». Nel quinquennio successivo sono nati i Gas, gruppi di acquisto solidale, e in molte famiglie è cominciata la lotta agli sprechi. Sarà il caso di ricordare due dati significativi: nel 2009 la società che gestisce i rifiuti a Milano realizzò un’indagine per conto dei panificatori e scoprì che nella spazzatura ogni giorno finivano dai 130 ai 150 quintali di pane. Dando credito alle statistiche più recenti le famiglie italiane buttano il 12% degli alimenti, addirittura il 30% di quello che mettono in frigo. Pare che ogni giorno si sprechino 4.000 tonnellate di cibi, un’enormità. Adesso le cose vanno meglio.

Incoraggiate dall’Ue si vanno concretizzando in diverse città d’Italia iniziative per ridurre questa montagna. E poiché la moneta a disposizione si fa sempre più scarsa, cala anche la tendenza a fare la grossa spesa al supermercato una volta alla settimana mentre cresce la spesa giornaliera che consente di controllare meglio le immediate necessità e di evitare il superfluo. Le scorte? Pazienza, ne facciamo a meno. Un simile trend porta alla rivalutazione del negozio sotto casa. Ricordo un giudizio di Marco Venturi, presidente della più piccola delle due associazioni di commercianti, nel 2010, anno in cui campare è diventato più faticoso: «La crisi ha accentuato il gusto della scelta, le difficoltà hanno insegnato a spendere meglio».

All’epoca della prima crisi petrolifera (1977), fu Enrico Berlinguer, leader del Pci, a indicare al Paese la strada dell’austerity. Oggi invece è la rivista Time che parla di “nuova frugalità” (The new frugality) e vale per tutto il mondo. Mutati i comportamenti anche al ristorante. In tanti si sorprendono perché appaiono sempre pieni, ma la Federconsumatori ha condotto un’indagine dalla quale risulta che le cene sono calate del 50%. Diversi ristoratori, a Roma, Milano e Napoli, mi hanno raccontato che i clienti raramente ordinano “il completo”, antipasto, primo, secondo e frutta. Adesso le ordinazioni si limitano a un piatto base, che sia primo o secondo, e frutta. Acqua e vino, certo, ma un bicchiere.

La sobrietà. Dove altro può farsi strada? Nel mondo politico, pensiamo tutti. Giusto. Siamo stufi degli eccessi. Ebbero vasta eco a settembre le parole del presidente della Cei, Angelo Bagnasco: «Va purificata l’aria, gli atti licenziosi danneggiano le istituzioni, non sono solo contrari al decoro ma intrinsecamente tristi e vacui». Il riferimento a Berlusconi era inequivocabile e tuttavia l’invito al retto vivere fatto il giorno dopo all’ambasciata d’Italia presso la Santa Sede fu interpretato come un auspicio, visto che nel nostro Paese permane una forte evasione fiscale (Bagnasco la definì «un cancro sociale») e una corruzione dilagante (che ci costa 60 miliardi all’anno): una piovra.

La parola richiama l’altra piaga nazionale: le mafie, che hanno ramificazioni ovunque, a cominciare dalle stanze del potere. Di fronte al progressivo impoverimento di interi gruppi sociali una maggiore serietà della classe dirigente si imporrebbe, dunque. Almeno, per aiutarci a sperare che l’Italia saprà sottrarsi al baratro.

Postato il 28 ottobre 2011 alle ore 11.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Quando per vincere basta il pareggio

Michele N. ha 30 anni, vive a Lodi e lavora in un’azienda grafica, è sposato da poco, sua moglie Annalisa, 28, è incinta. Né lui né lei vogliono sapere in anticipo il sesso del nascituro, preferiscono la sorpresa. Ma lui, Michele, come molti giovani padri, di tanto in tanto carezzando il ventre di Annalisa parla col bambino: «Guarda che qua ti aspettiamo a braccia aperte! E già ti vogliamo bene. Ma io che sono il tuo papà ho il dovere di avvertirti: bada che questo è un mondo tutt’altro che allegro, l’Italia poi non ne parliamo… Devi sapere che ogni figlio che nasce qui è già pieno di debiti fino al collo! Tu, per esempio, ti sei indebitato per 32.000 euro come gli altri sessanta milioni di italiani».

Ho attinto questo affettuoso quanto ironico monologo a una delle tante lettere che mi arrivano a Mattina in famiglia (Raiuno), perché rispecchia lo stress del Paese per i sacrifici che impone la crisi dal 2008, l’ansia di quelli che temono di perdere il lavoro ma anche di quelli che possono contare ancora su uno stipendio; e fotografa con una battuta la spada di Damocle che abbiamo sulla testa: il peso immane del debito pubblico. Millenovecento miliardi di euro, che divisi per 60 milioni di cittadini fa 32.000; e che fra un’ora o un mese può crescere ancora. Ogni anno ci costa 70 miliardi di interessi.

Ma cos’è questo debito pubblico di cui sentiamo parlare a ogni pie’ sospinto, come si forma, di chi è la responsabilità e che cosa facciamo per onorarlo e liberarcene? Il debito pubblico si forma perché le spese dello Stato sono quasi sempre maggiori delle entrate, quindi da una tale asimmetria si genera il deficit. E lo Stato dove va a pescare il denaro per pareggiare i conti e andare avanti? Per prima cosa può stampare moneta, poi può mettere le mani nelle tasche dei cittadini aumentando le tasse; oppure chiede soldi alle banche, alle imprese, ai cittadini stessi, persino agli Stati esteri, emettendo obbligazioni, ossia Bot, Btp, Cct. Titoli che producono interessi per chi li acquista e noi per primi, i cittadini, ne abbiamo acquistati. Una bella forma di risparmio.

A differenza degl’inglesi, popolo di cicale, noi siamo stati fino a poco tempo fa un popolo di formiche, tanto che il ministro Tremonti ha avuto buon gioco in Europa a sostenere che il nostro Paese è solido perché il risparmio privato è alto. Ecco, ma per capire bene quando sono cominciati i nostri guai dobbiamo fare una prima distinzione: la spesa pubblica si divide in due parti, quella cosiddetta “per lo Stato minimo” è destinata a finanziare l’ordine (ossia i corpi di polizia), la giustizia (la magistratura) e la difesa del territorio, l’esercito; mentre quella “per lo Stato sociale” finanzia istruzione e salute. Dice: ma ci sono anche le pensioni. Sì, però si tratta di un trasferimento di denaro, perché quelle sono pagate coi contributi di chi lavora. Che cosa è successo allora? Bisogna risalire al dopoguerra.

Dagli anni Cinquanta la spesa per lo Stato minimo non ha subito sbalzi, anzi è rimasta pressoché invariata; mentre quella per lo Stato sociale si è moltiplicata via via che aumentavano le esigenze dei cittadini. La ricostruzione del Paese ha avuto un costo altissimo e lo Stato ha dovuto sostenere anche produzione e crescita oltre che prestazioni sociali. I governi hanno evitato di aumentare la pressione fiscale e il ricorso ad altre forme di finanziamento è stato indispensabile. È in questo periodo infatti che il debito pubblico lievita. Negli anni Settanta però le conseguenze si avvertivano meno, sia per l’inflazione (addirittura al 20%) sia perché la Banca d’Italia batteva moneta per comprare i titoli di Stato che il mercato non assorbiva. Nel 1981 il ministero del Tesoro ha reso autonoma Bankitalia e quest’ultima non ha avuto più l’obbligo di stampare denaro, sicché il debito pubblico è andato fuori controllo, la spesa pubblica non ha subito flessioni, anzi ha preso a correre e ancora una volta il peso fiscale è rimasto invariato.

Aumentare le tasse significa perdere le elezioni e i politici da sempre preferiscono mantenere la poltrona. Una riprova? In un primo momento il grosso della pasticciata manovra agostana – quello che pesa di più sulle tasche degl’italiani – era stato spostato al biennio 2013-14, per farlo ricadere sulle spalle del governo che verrà, dubbiosa com’è l’attuale maggioranza di ripetere l’exploit del 2008. Salvo in un paio di occasioni, negli anni Novanta e ora in questi anni Duemila, le cose sono andate sempre peggiorando. Un’idea eloquente ci viene da un altro versante. Più che il valore assoluto del debito, un importante indice della solidità di uno Stato è dato dal rapporto tra debito pubblico e prodotto interno lordo, il famoso “Pil”, vale a dire la nostra capacità di produrre. Nel 1994 il nostro debito rappresentava il 128,8% del Pil, un record.

Poi nel ’98, dopo l’ammissione all’Unione economica e monetaria europea, ha subìto una cospicua flessione, scendendo al 103,8%. Sempre tanto se si pensa che l’Europa ci chiede di tenere il rapporto sotto il 60% e tuttavia dal 2004 si è registrata un’accelerazione, al punto che oggi siamo al 120% del Pil. Ed è accaduta un’altra cosa piuttosto grave. Se fino a ieri erano le formiche italiane ad avere in portafoglio Bot, Btp e Cct, oggi, avendo i cittadini minori capacità o possibilità di risparmio le obbligazioni risultano in prevalenza allocate fuori dai confini: i creditori del nostro debito pubblico sono per il 44% all’estero mentre Bankitalia ne gestisce il 46% e solo il 10% dei titoli è in mano ai piccoli risparmiatori. La Francia detiene un cospicuo pacchetto delle nostre obbligazioni: 511 miliardi di euro, e può condizionare le scelte del nostro Paese. In che modo? Cito il caso di Atene. Il debito greco è per la gran parte in mani cinesi e la Cina ha ottenuto l’uso del porto del Pireo per i suoi traffici e le future navi elleniche dovranno essere acquistate nel Paese degli occhi a mandorla. Chiaro?

Un’ultima cosa: c’è la possibilità di eliminare in un solo colpo il debito pubblico? Una risposta improbabile la troviamo su Internet. La fornisce uno studioso di Bergamo, Rocco Artifoni, che parte dal fatto che nelle banche gl’italiani hanno depositato più di mille miliardi. Ma questa sarebbe solo una parte del risparmio totale, poiché l’attività finanziaria dei cittadini italiani è di 3.427 miliardi. Senza contare gli investimenti azionari. «Se noi cittadini di questo Paese – scrive il bloggista - abbiamo risorse doppie del nostro debito, sarebbe logico chiudere il debito e tenerci metà delle risorse. Non avremmo più interessi da pagare. È evidente però che questa operazione conviene ai poveri, non ai ricchi (che hanno le risorse e riscuotono gli interessi). Ovviamente si tratta di una semplificazione, ma nella sostanza le cose stanno così». Chissà se il figlio nascituro di Michele e Annalisa di Lodi, una volta raggiunta l’età matura, vedrà il pareggio del bilancio. Un’Italia senza debiti: ve la immaginate? Di sicuro per ora ci teniamo la catena al piede.

Postato il 05 ottobre 2011 alle ore 14.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Chi darà una casa ai giovani?

Da decenni Venezia si spopola. Per arrestare l’esodo, l’assessore alla casa Bruno Filippini ha avuto un’idea: ripopoliamola coi giovani. E ha offerto ai freschi sposi e ai separati 90 alloggi comunali a prezzi stracciati. Il Comune non ha i soldi per ristrutturarli e dice a chi li prende: voi affrontate i costi della sistemazione (da 1.000 a 50.000 euro) e noi vi scaliamo gradualmente l’affitto. Sei euro a metro quadro, un appartamento di 100 mq ha, dunque, un canone di 600 euro che si riduce in base alla rateizzazione della spesa. Un modo per dare una mano a chi mette su famiglia e a chi diventa single, avendone in cambio la rianimazione di qualche quartiere. Perché l’acquisto di un appartamento per una persona dai 24 ai 40 anni è impresa ardua.

Una ricerca mette a confronto due generazioni ed evidenzia l’enorme squilibrio fra padri e figli. Un giovane che ha un reddito medio basso, 18.300 euro netti all’anno, ha bisogno di 21 anni e mezzo di stipendio per diventare padrone delle quattro mura, mentre quarant’anni fa suo papà ci riusciva in soli 9 anni. Ma anche un giovane con un reddito di 34.600 euro deve impegnare 10 anni di buste-paga contro i 5 anni e un mese di suo padre nel 1965. E parliamo di chi può contare su uno stipendio fisso, con contratto a tempo indeterminato. Tutto si complica per chi è precario. Il nodo-casa ci fa capire perché il 47,7% dei maschi italiani tra i 25 e 34 anni e il 37% delle donne della stessa età viva ancora coi genitori. Il quadro si fa deprimente se aggiungiamo la difficoltà di trovare lavoro. Mettere su famiglia è un miraggio.

I titolari di contratti a tempo determinato, i “cococo” o i “cocopro”, sono stati per molto tempo esclusi dal credito, a meno che una “persona terza” (un genitore o chi per lui) facesse da garante. Da qualche tempo, però, le banche mostrano una cauta attenzione (secondo alcuni troppo cauta) per questa clientela. La Banca di Roma è stata la prima a cambiare atteggiamento, proponendo il Mutuo giovani a un’età tra i 18 ed i 35 anni, con importo fino a 250.000 euro a tasso fisso o variabile, durata anche trentennale. Il contraente deve avere almeno 24 mesi di lavoro negli ultimi tre anni. Unicredit ha Progetto lavoro, che si rivolge a chi ha un contratto a termine: importo fino 200.000 euro, durata fino a 30 anni. Non è richiesta la garanzia di un terzo ma, la firma di una polizza che copra eventuali insolvenze. Banca Sella offre Mutuo corallo: importo massimo 150.000 euro, durata 30 anni; è rivolto agli under 35 con contratto a termine o a progetto che possano dimostrare trenta mesi di lavoro anche non continuativo negli ultimi tre anni. Si può, inoltre, sospendere sei volte le rate senza mora; a tasso variabile indicizzato sull’Euribor a un mese. L’iscrizione ipotecaria è il doppio dell’importo ed è obbligatoria una polizza che protegga dalla perdita dell’impiego. Banca Intesa pensa ai lavoratori atipici: Mutuo giovani, se hai lavorato almeno18 mesi negli ultimi due anni, e se al momento della stipula sei in possesso di un contratto con quattro mesi residui. Tasso fisso e variabile, durata fino a 40 anni, zero spese d’istruttoria e importo massimo: 250.000 euro. È prevista anche una polizza gratuita se il contraente dovesse saltare delle rate.

Il Consiglio notarile di Milano, a sua volta, ha allo studio un “piano giovani-casa senza rischi” che dovrebbe essere varato in autunno e che prevede un dialogo a breve scadenza con gl’istituti di credito, il cui interesse per questa clientela è giudicato ancora troppo tiepido. Ho chiesto al presidente Domenico De Stefano di darmene un’idea: «Senza una modifica – dice – nell’atteggiamento del sistema bancario nei confronti dei giovani, un’intera generazione potrà accedere alla proprietà della casa solo ereditandola. Non è un paradosso se si pensa che la prospettiva è avvalorata anche dalla scarsa offerta di case in affitto a canoni non iugulatori. Bisogna riflettere sui parametri che determinano il merito del credito. Se il contratto di lavoro a tempo indeterminato è diventato un miraggio per molti, occorre pensare ad altri elementi che possano sostituirlo nel valutare la capacità di restituire un mutuo. Penso alla dimostrazione, da parte di chi chiede un finanziamento, della capacità di risparmiare e di accantonare una somma tutti i mesi. Così potrebbe essere un criterio accettabile quello di considerare solvente chi, pur in assenza di busta paga, dimostri alla banca la capacità di rispettare un piano di accumulo per un certo periodo. In secondo luogo: è stato positivo il fatto che con le liberalizzazioni del 2006 si sia introdotta maggiore concorrenza tra banche stabilendo per legge la possibilità per il cliente-debitore di cambiare banca senza costi. Ciò, però, ha determinato una reciproca sfiducia strutturale, le banche non potendo più contare sulla fedeltà dei clienti. Anche per questo tendono a erogare il meno possibile; guadagnare al più presto, per esempio imponendo polizze assicurative onerose; non tenere conto della fedeltà del cliente. Come Consiglio notarile di Milano intendiamo invece proporre un rapporto banca-cliente basato su un patto di fedeltà, cosicché dopo un primo periodo in cui il cliente accumula con versamenti mensili un capitale, questo cliente può accedere a un finanziamento per un importo multiplo del capitale accumulato, a condizione che resti cliente della banca».

Insomma: dare fiducia per avere fiducia? «Esattamente. Se poi si vuole pensare a un intervento pubblico di sostegno, suggerirei alle banche di creare consorzi di garanzia che potrebbero intervenire in situazioni di disagio con diritto di rivalsa successiva». E quale sarebbe la parte dei notai in questo piano? «Dare fiducia per avere fiducia deve valere anche per noi. Più che una riduzione dell’onorario, il notaio potrebbe accettare di rateizzarne il pagamento. Sulle spese notarili la nostra parcella rappresenta solo una parte. Non sarà granché, ma è qualcosa. Grazie a una convenzione col ministero della Gioventù è stata creata su Internet una sezione intitolata Un consiglio per i giovani, dove i notai mettono a disposizione la propria esperienza su casa, lavoro e famiglia».

La banca, il notaio. Il terzo lato del triangolo “acquisto casa” si chiama agente immobiliare. A cosa deve badare una coppia di promessi sposi? Innanzitutto al linguaggio, partendo dalle inserzioni pubblicitarie. Esiste uno slang, infatti, un gergo degli agenti immobiliari che deve mettere sull’avviso chi ha a che fare con loro. Il sito www.noagenzieimmobiliari.it ne dà dimostrazione, ma qui ci limitiamo alle frasi più ricorrenti.

Appartamento da ristrutturare: bisogna camminare rasente i muri poiché il pavimento è crollato.

Luminoso: con almeno una porta finestra, da qualche parte.

Nei pressi di: a un paio di fermate di mètro.

Residence: dire condominio non è elegante.

Occasione irripetibile: nessun “pollo” lo ha comprato, quindi il prezzo è tipo saldi gonfiati.

Centralissimo: di giorno è inabitabile, di notte non si riesce a dormire a causa del rumore.

A venti minuti dal centro: sì, basta avere un elicottero.

Accogliente: traducibile con microscopico.

Piano basso: seminterrato.

Ottimo per uso investimento: non ci si può abitare, ma si può affittarlo a dei disgraziati e prendergli dei soldi magari in nero.

Ideale per giovani coppie: settimo piano senza ascensore. Due vani con bagno e cucina che sono la stessa stanza.

Appartamento a bomboniera: viste le dimensioni, i confetti ci entrano. Che poi ci possano entrare anche le persone è un altro discorso.

Ottimo tinello con cucinotto: merita commenti?

Di circa 50 metri quadri: di sicuro calpestabili sono 35-40.

E, in secondo luogo, occhio alla provvigione che l’agenzia chiede. Altroconsumo ha condotto un’indagine in sette città: il 97% delle agenzie immobiliari chiede la provvigione al venditore e all’acquirente dell’immobile e l’83% richiede alle due parti il 3% ciascuno. Il mercato degli agenti, nota l’associazione, è ingessato anche perché il costo che si fa pagare al consumatore è slegato dal servizio offerto. L’agenzia intasca la quota richiesta sia che faccia solo pubblicità all’immobile (86% dei casi), sia che organizzi visite (53%), sia che assista il cliente fino al rogito, realizzando i controlli necessari alla chiusura del contratto (solo il 28%).

Per una reale concorrenza sarebbe più corretto far pagare le provvigioni solo al venditore, in modo che il cliente abbia più stimoli a confrontare e selezionare l’agenzia. Un consiglio saggio ma dove abita ormai la saggezza in questo nostro Paese?

Postato il 21 settembre 2011 alle ore 14.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Il consumatore sa difendersi?

Di fronte alle insidie e alle prepotenze del mercato, il consumatore ha imparato a difendersi? L’economista Mario Deaglio osserva che “consumatore” è una persona che accetta ciò che l’industria produce e non reagisce, non partecipa al processo creativo. Quindi, il sospetto che vi sia una valenza passiva può essere giustificato. È come se ognuno di noi, pur protagonista del mercato, subisse la produzione. Succede talora che i produttori, pur di vendere, non adottino un comportamento etico. Come reagisce allora o come deve reagire il consumatore? Stiamo ai fatti più recenti. 1) Ai primi di luglio, l’Unione europea rimprovera all’Italia l’esosità delle tariffe per le chiamate dei cellulari. Se non provvedete, avverte, rischiate di pagarle care fino al 2015. 2) Negli stessi giorni, si scopre che Milano è la città più cara per alimentari e servizi, una differenza del 12% addirittura rispetto a Torino, Napoli, Roma, Genova, Bologna, Bari, Firenze. La lievitazione dei prezzi nel capoluogo lombardo sembra al limite della sopportazione per le tasche dei suoi abitanti. 3) Nel suo numero estivo, il periodico Altroconsumo pubblica un’inchiesta che mette sotto accusa i jeans invecchiati artificialmente. “La scoloritura si ottiene con una tecnica che mina la salute dei lavoratori, la sabbiatura”. La sabbia, spruzzata sui pantaloni, contiene silice che si sparge anche nell’aria: gli addetti ai lavori la respirano e si ammalano di silicosi, che attacca i polmoni con conseguenze spesso mortali. Il 60% delle marche esaminate dal mensile avrebbe abbandonato il metodo ma le loro dichiarazioni “non offrono sufficienti garanzie”. Un dubbio che investe nomi come Armani, Dolce e Gabbana, Roberto Cavalli, Versace.

Che fa il cliente, di fronte a situazioni del genere? Combatte il carovita riducendo i consumi, una forma di boicottaggio, se vogliamo, che comporta un sacrificio per il compratore e ha conseguenze deleterie per la produzione: “chi di prezzo ferisce, di prezzo perisce”. In tutta Italia si moltiplicano i Gas, gruppi d’acquisto solidale, che consentono notevoli risparmi alle famiglie. A Milano, la nuova amministrazione intende valorizzare i mercati di zona. Torna alla ribalta per il cittadino medio l’impegno: resistere, resistere, resistere. Da nord a sud non siamo ancora alle manifestazioni di piazza, ai tumulti del pane di manzoniana memoria. Ma la stretta sulle pensioni li fa tornare in mente. Nel caso dei cellulari, invece, l’utente confida nelle associazioni di consumatori e nel Garante delle comunicazioni, chiamato in causa da Bruxelles. Mentre per i jeans scoloriti, l’unico gesto plausibile è quello di non comprarli più. In altre parole, l’arma del boicottaggio.

Non riesco a diradare, però, l’ombra che incombe sulla parola consumatore. Per una ragione: la potenza delle grandi aziende e delle multinazionali è capace di condizionare i comportamenti delle persone. Basti pensare alla pubblicità. Perciò, oggi più di uno studioso parla di “dominio del consumatore”, nel senso che i singoli individui sono “orientati” negli acquisti e quindi hanno scarse possibilità di contrastare certi metodi di produzione poco ortodossi. Lo dimostra il semi-fallimento delle iniziative di boicottaggio, lo sciopero dei consumatori, per esempio, proclamato diverse volte e quasi sempre mal riuscito. Esistono, tuttavia, varie forme di boicottaggio: quello di coscienza, quello strategico, lo strategico- etico e infine il boicottaggio politico.

Un caso strategico-etico è accaduto in Italia nel 2010. I dirigenti dell’Omsa di Faenza, azienda che vanta il 50% del mercato delle calze da donna e proprietaria dei marchi Golden Lady, SìSì, Filodoro, Philippe Matignon, decidono di trasferire la fabbrica in Serbia. Le operaie (320, su 350 dipendenti) per difendere il posto di lavoro decidono di boicottare il progetto, con tanto di manifesti raffiguranti dei piedi nudi in fila e su cui campeggia la scritta “Io non compro Omsa e Golden Lady”. Ma in ogni settore l’etica delle multinazionali è discutibile. Si scelgono Paesi dove i sindacati sono proibiti o non hanno voce in capitolo, si fanno lavorare uomini e donne in condizioni disumane, con salari da fame e vessazioni persino di carattere sessuale; soprattutto si sfruttano i bambini, costringendoli a lavorare dodici ore al giorno in luoghi malsani. Nessuno ha dimenticato lo scandalo dei palloni da calcio fabbricati da minorenni nel Terzo Mondo.

Ma chi ci può garantire che la produzione infame sia del tutto finita? C’è di peggio: pesticidi che l’Organizzazione mondiale della Sanità giudica pericolosi sono stati irrorati da aerei sorvolanti le piantagioni del Centro America, anche mentre centinaia di contadini erano al lavoro. Nei confronti delle aziende scorrette sono state promosse negli ultimi trent’anni numerose campagne di boicottaggio ma non si ha memoria di incoraggianti vittorie. Sì, certo, qualcosa è successo. Vi ricordate “l’uomo del Monte?” Eravamo ossessionati, negli anni Novanta, dagli spot pubblicitari di questo tale checi faceva mangiare, a suo dire, le migliori banane del mondo. Ma poi si venne a sapere delle condizioni di lavoro dei bananieri in Kenia. Le ispezioni confermarono i risultati delle inchieste giornalistiche nate sulla spinta della campagna che aveva per slogan “Diciamo no all’uomo del Monte!”. E l’uomo del Monte dovette arrendersi all’evidenza.

Un secondo episodio positivo riguarda l’Italia. Accadde nel 2004. Sui prodotti a marchio Coop non erano indicati i nomi dei produttori. Sapere chi produce e come, dà garanzie. La campagna “Sprona la Coop” fece sì che alla dirigenza della grande cooperativa pervenissero ben 400.000 richieste in un breve lasso di tempo. Da quel momento sulle confezioni del private la bel la lacuna fu colmata. C’è stata una sorta di sollevazione nei confronti di un manifesto, circa vent’anni fa. Sui fianchi di bus e tram comparve un sedere di donna con una freccia rossa che lungo la curva principale illustrava lo slogan: “la calza che alza”. Sottinteso, il lato B. Era un collant color carne, tanto carne che il di dietro sembrava nudo. Ebbene, l’“effetto Brazil” fu contestato dagli utenti dei mezzi con tale vigoria che i dirigenti dovettero rimuovere il manifesto.

Al contrario, succede che due multinazionali, Nike e Reebok, tra il 1990 e il 1999, sono riuscite a trarre vantaggio dal boicottaggio intentato nei loro confronti. I dirigenti della Nike, che non potevano ignorare le condizioni in cui costringevano gli operai di Indonesia, Corea del Sud, Cina o Vietnam a produrre scarpe, pubblicarono il rapporto dei loro ispettori che non negava maltrattamenti e disastrose condizioni igieniche ma all’opinione pubblica quel documento apparve troppo morbido. Le vendite crollarono. Poi tutto finì nel dimenticatoio. I dirigenti della Reebok vollero evitare l’errore della Nike e chiesero ai loro ispettori di esporre tutto ciò che avevano visto nelle baracche dei Paesi del Terzo Mondo dove si producono magliette per ragazzi. Il rapporto documentava molestie, discriminazioni sessuali, condizioni igieniche precarie. E divenne, incredibile a dirsi, il manifesto pubblicitario della multinazionale: abbiamo sbagliato, ci pentiamo, siamo pronti a cambiare i nostri metodi di produzione e stanziamo 500.000 dollari per migliorare le condizioni dei nostri lavoratori. Fu rivoltata la frittata. Reebok e Nike sono tuttora dominatrici sul mercato e dovunque magliette dell’una e scarpe dell’altra vanno a gonfie vele.

Postato il 02 agosto 2011 alle ore 11.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Fisco dal volto umano? Mah...

Insofferenza. Rabbia. Odio. È con questa progressione sentimentale che si può fotografare lo stato d’animo del contribuente italiano, quel cittadino che a giugno fa correttamente la sua brava dichiarazione dei redditi e che per tutto l’anno versa allo Stato la metà dei suoi guadagni tra imposte palesi e occulte, ottenendo in cambio servizi inefficienti. Sono apparsi in libreria due saggi, uno di Giuseppe Bortolussi, patron della Confederazione dell’artigianato di Mestre, Tassati e mazziati (Sperling & Kupfer, euro 16,50), che rivela in quanti modi lo Stato ci mette le mani in tasca; l’altro invece, Queste pazze, pazze tasse, scritto dal consigliere regionale piemontese dell’Udc Alberto Goffi, sintesi di tre anni di lavoro: con un fuoristrada che porta scritto sui fianchi “Aderisci al tour stop Equitalia”. Goffi ha girato il Piemonte ascoltando la gente e raccogliendo testimonianze.

Così, mentre Bortolussi contrappone la pressione fiscale (anzi “i giochi di prestigio del fisco italiano”) alla cattiva gestione delle entrate, Goffi racconta storie di persone che la crisi ha messo in ginocchio e sono vessate dagli esattori anche per cifre minime. Ecco un esempio. Il signor Giovanni B., sessantenne, titolare di una fabbrichetta con tre dipendenti, fornisce macchinari alle carceri italiane. Lo Stato non paga da un anno e mezzo e ogni sollecitazione cade nel vuoto. Le cose si mettono male e allora il nostro decide di tagliare le spese, a cominciare dai versamenti all’Inps. Puntuale e implacabile arriva Equitalia che raddoppia la cifra dovuta: da 1.550 a 3.600 euro. Colpa dello Stato cattivo pagatore, ma al fisco questo non interessa.

Torino è il fenomeno più clamoroso. Nel giro di quattro anni (2007-2010) si sono contate 450.000 ipoteche e nel solo 2010 le ganasce su auto e moto hanno sfiorato quota 600.000. Non bastasse, si registrano più di 11.000 pignoramenti immobiliari. Dice Bortolussi: «L’espropriazione, il sequestro conservativo, l’iscrizione d’ipoteca, il fermo del veicolo sono misure necessarie, ma vanno usate con cautela, valutando necessità e proporzionalità con le somme non versate». E infatti si arriva alla non pignorabilità della prima casa d’abitazione e dell’auto, considerata strumento di lavoro.

Io però non mi allargherei con le speranze. Intanto, una cosa è perseguire gli evasori e un’altra è perseguitare i cittadini inermi. Bisogna riconoscere che la riscossione coatta negli ultimi cinque anni è cresciuta del 133%, ma i furbi continuano ad avere la meglio. «È vero che si incassa di più — ha dichiarato al Corriere della Sera Nicola Rossi, uno dei più noti economisti italiani, ma si evade di più. La sensazione di uno Stato che sa prendere ma dà meno di quello che dovrebbe dare è molto diffusa». Ed è in linea con la capacità “di saper prendere” il giro di vite annunciato da Attilio Befera, direttore dell’Agenzia delle entrate (società a capitale pubblico per il 51% e per il 49% Inps): i controlli convergono sui “recidivi”, in particolare su 2.000 grandi imprese da un minimo di 150 milioni di fatturato. Nel mirino, tuttavia, figurano anche artigiani e professionisti, cooperative, agriturismo e onlus.

L’evasione fiscale nel nostro Paese oscilla dai 120 ai 140 miliardi di euro l’anno. Tuttavia non è priva di suggestione e di verità la tesi di Bortolussi, il quale nel suo libro sostiene che l’elevata evasione fiscale è reale ma è pure una scusa per mascherare gli sprechi. «Tutti devono pagare le tasse, principio indiscutibile, ma lo Stato italiano, anche senza i soldi dell’evasione, incassa ogni anno molti più soldi della Germania». Lì le cose funzionano mentre da noi no, funzionano poco e male. Perché, allora? «Perché lo Stato non riesce a spendere bene i suoi soldi». Segue un’altra domanda, semplicissima: quante sono le tasse nel nostro Paese? Risponde il ministro Tremonti col libro bianco sulla riforma fiscale: sono 100 e di queste ben 14 gravano sulla casa e 9 sull’automobile.

Cento tasse, capite? In un anno, ragiona Bortolussi citando il 2009, l’erario raccoglie 657 miliardi di euro. Il reddito lordo nello stesso anno è stato di 1.521 miliardi e dunque la pressione fiscale è il 43,2%. «È come se per ogni 100 euro di reddito prodotto, lo Stato ne prelevasse 43,2 di tasse». Altro interrogativo: gl’italiani sono in grado di sopportare gli eccessi fiscali? Secondo una ricerca del Centro studi Sintesi di Venezia, un contribuente su otto vive sotto la soglia media di “povertà locale”, che va secondo le zone dai 10.000 ai 12.000 euro annui. E l’impoverimento non è più solo meridionale. Il fenomeno è strisciante anche al nord. Sì, è Barletta, in testa ai comuni capoluogo che lamentano il maggior numero di nuovi poveri, ma seguono subito Rimini, Brescia, Massa, Verbania.

Il rapporto italiani-fisco propone poi un altro mistero. Stando a una recente rilevazione del Dipartimento delle politiche fiscali del Ministero dell’economia, gl’italiani che non pagano l’Irpef e altri tributi sono quasi 11 milioni. Se consideriamo la popolazione, 60 milioni di abitanti, un italiano su sei risulta esente. Se consideriamo invece il numero dei contribuenti, allora è un italiano su tre. Una parte di costoro ha denunciato un introito di 4.700 euro all’annoe quindi l’esenzione è automatica; un’altra parte ha potuto avvalersi delle detrazioni fiscali che hanno azzerato l’imposta lorda. Mi sbaglierò ma c’è qualcosa che non funziona: oltre agli 11 milioni di esentasse, quasi il 50% dei contribuenti (20 milioni di persone) denuncia redditi Irpef intorno ai 15.000 euro; e il 40% (altri 17 milioni di soggetti) sta tra i 15 e i 35.000 euro annui. Poco più dell’8% fra i 35 e i 100.000 e solo lo 0,95% supera i centomila euro. È onestamente credibile?

Infine, una nota sulle stravaganze o sulla fantasia del fisco. Lo scorso inverno un agente delle tasse ha tassato un albergatore di Desio che aveva issato il tricolore assieme ad altri vessilli sul frontone dell’hotel. «L’esposizione delle bandiere – disse – è soggetta a imposta come le insegne pubblicitarie». Trenta euro a bandiera. Passi per le  altre, ma la tassa sul tricolore non è un assurdo? Lo scandalo che ne derivò fu tale che quell’esattore dovette rimangiarsi in tutta fretta il balzello. In Inghilterra, invece, pensano di tassare le coppie che vogliono divorziare, non tanto per scoraggiare le separazioni (lassù si sfascia un matrimonio su tre), ma per finanziare attraverso una struttura pubblica il presente e il futuro dei figli, vere vittime degli amori infranti. Speriamo che il nostro fisco non pensi di cavalcare l’ipotesi degli inglesi. Già le sue vessazioni sono tante che l’ennesima sarebbe davvero insopportabile.

Postato il 08 luglio 2011 alle ore 15.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

L’abitudine all’odio

Il fatto risale a qualche anno fa: un ragazzo di 18 anni, ghanese, operaio sottopagato di una serra a Vittoria (Ragusa), viene colpito con un asse di legno chiodato e spedito all’ospedale. Autori dell’aggressione due coetanei, siciliani. Perché? – ha gridato la vittima mentre tentava invano di difendersi. «Primo, perché ci hai insultato con lo sguardo e poi perché noi siamo italiani e tu no». Una semplice occhiata scambiata per ingiuria, capite?

Altro episodio, di ieri l’altro. Cremona: un marito e una moglie, separati e in lite continua su tutto, ricorrono al giudice per decidere a quale asilo iscrivere il figlioletto di cinque anni. Non è assurdo?

Due storie, una di odio razziale e l’altra di odio coniugale, che confermano un’amara realtà: mai come oggi il sentimento peggiore dell’essere umano appare così dilagante nella vita quotidiana. Penso subito agli ultrà negli stadi di calcio: che cosa sono se non dei teppisti il cui unico desiderio è l’annientamento, persino fisico, dell’avversario? Contribuiscono a loro modo (oltre ai prezzi, alle combine e agl’impianti obsoleti) a tenere le famiglie lontane dal pallone. Ricordo quello che disse a Madrid in una intervista il difensore Fabio Cannavaro, campione del mondo: «Io oggi in Italia non porterei i miei figli allo stadio».

E qual è la causa principale del degrado della convivenza civile? L’odio, sempre quello. È pur vero che fin dal Medioevo noi italiani siamo divisi in guelfi e ghibellini; che l’Italia del terzo millennio,come quella del primo e del secondo, è costantemente caratterizzata dai litigi, basti pensare al condominio e al fatto che ogni anno più di 850.000 cause sono dovute alle contrapposizioni di palazzo, ai dispetti tra vicini di casa. Ma non mi pare che vi sia dubbio sulla ferocia raggiunta dalla lotta fra le fazioni politiche. Distruggere l’avversario con qualsiasi mezzo lecito o illecito: questo l’obiettivo del momento.

Siamo all’imbarbarimento. Chi odia, del resto, cancella ogni imperativo morale, ritiene anzi che sia giusto desiderare il male dell’antagonista. Graham Greene nel suo Il potere e la gloria sostiene che l’odio è “un difetto dell’immaginazione”. Definizione folgorante. E infatti i politicanti attuali paiono totalmente privi di immaginazione. Il brutto è che noi, persone di ogni giorno, ci stiamo adattando. Dice Alessandro Manzoni: “Ci sono poche cose che corrompono tanto un popolo quanto l’abitudine all’odio”.  Purché non sia diventato già un’abitudine mi ostino a credere che presto sentiremo l’oppressione dell’odio.

Postato il 27 giugno 2011 alle ore 10.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Treni pendolari, ritardi voluti

Questa è una piccola indagine che hanno realizzato dei semplici cittadini, due persone che mi hanno scritto spinte, come pendolari, dall’esasperazione e come persone civili dall’inciviltà di un servizio fondamentale come il treno. E la scoperta che hanno fatto ha del paradossale.

Dunque, il sig. Elio G. è un impiegato ministeriale, ha 38 anni e vive ad Aprilia, in provincia di Latina. Tutte le mattine, per andare al lavoro a Roma è costretto a prendere un treno, ahimé conosciuto come il “Caronte d’Italia”, impegnato cioè a traghettare dei dannati involontari sulla linea più infernale, pare, dell’intera Penisola, la Roma-Nettuno! Carrozze spoche all’esterno e sporche all’interno, aria condizionata d’estate alle sei del mattino quando non serve e poi nelle ore più calde l’impianto va in tilt, bagni inutilizzabili (anche per colpa di viaggiatori maleducati). Quando però Caronte è in vista della stazione Termini, quelle poche volte che arriva in orario, deve osservare uno stop all’altezza di piazzale Prenestino. Una fermata, come dire, fuori programma ma che sembra ormai obbligatoria.

Elio G. si è sempre chiesto perché questo treno di pendolari, come tanti altri convogli che ospitano dannati, non possa arrivare in orario almeno una volta. «Con questa sosta fuori della stazione - racconta -perdiamo almeno 5 minuti che lì per lì non sono la fine del mondo ma poi nel traffico di Roma si scontano e per chi ha un cartellino da timbrare significano meno soldi alla fine del mese».

Andrea M., operaio edile – pendolare anche lui – ha messo per iscritto la sua protesta, inviandola  ai dirigenti di Trenitalia. Ma ne ha ricavato le solite risposte evasive. Allora, insieme con Elio G., è andato a interrogare  il personale della stazione Termini, quello “sul campo”. E qui i nostri due eroi hanno avuto la rivelazione. «Ma voi vi rendete conto di cosa succederebbe se tutti i treni o anche la metà di essi arrivassero e partissero puntuali? Si creerebbe un ingorgo pazzesco in stazione! Diciamo allora che alcuni treni vengono ritardati fisiologicamente».

Cioè, incalza Andrea, certi ritardi sono voluti? «Be’, insomma, quando c’è contemporaneità di arrivi e partenze in stazione, la precedenza viene data ai treni Frecciarossa, Freccia Argento, Intercity, mentre gli ultimi sono proprio i treni dei pendolari e quelli regionali». L’idea, se vogliamo, ha anche una sua logica dato che l’ingresso o l’uscita di un convoglio rappresenta un momento delicato per una stazione dell’importanza e della complessità di Termini, ma quello che francamente non è comprensibile né spiegabile è il metodico ritardo di alcuni treni, specie quelli che trasportano pendolari. E poi, scusate – osserva Elio G. – ma gli arrivi e le partenze non sono ampiamente previsti? Il movimento in stazione non dovrebbe già essere organizzato? Ma a tali interrogativi Elio e Andrea non hanno trovato soddisfacenti risposte. Qualche perplessità suscita poi il criterio di precedenza: favoriti i viaggiatori dell’alta velocità perché pagano di più, ma sfavoriti i pendolari che pure con il loro lavoro contribuiscono a creare ricchezza. Non è una penosa discriminante?

Adesso i dannati viaggiano con una nuova preoccupazione: da domani potrebbero non trovare più su Caronte il wc, sia pure malridotto com’è. L’amministratore delegato di Trenitalia non ha forse detto che per creare nuovi posti a sedere sulle carrozze dei pendolari sarebbe meglio eliminare addirittura i bagni?

Postato il 22 giugno 2011 alle ore 11.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Siamo al tramonto degli imbonitori Tv?

Domanda: sono al tramonto gl’imbonitori televisivi altrimenti definiti incantatori di serpenti? No, non mi riferisco a lui, all’incantatore maximo (fino a ieri), sebbene il premier c’entri in qualche misura. Sto parlando dei protagonisti delle televendite che si cacciano nei guai da soli e devono rispondere dei loro pasticci alla giustizia. Il caso più fresco è quello della bionda Caterina Asaro, meglio nota come Katia o come “sciura Maria”, che vendeva divani e camere da letto sulle Tv lombarde. E che, per impressionare maggiormente il pubblico delle telepromozioni, si travestiva anche da Superman. Hanno arrestato lei e il marito per bancarotta.

Il binomio mobili-televendita inevitabilmente richiama il precedente più clamoroso, quello di Aiazzone. E tutti sappiamo com’è andata malamente a finire. Anche in questo caso, tuttavia, gl’incantatori trovavano gente disposta a farsi incantare. E possiamo dimenticare la regina delle televendite, Vanna Marchi, ormai in galera da diverso tempo? Era lei che proponeva il famoso unguento “scioglipancia” e da ultimo un terno al lotto col suo mago brasiliano.

Né posso trascurare il signor Barracco (se ricordo bene il nome) che vendeva smeraldi e fu protagonista della cosiddetta “puntata della torta” di Mi manda Lubrano a metà degli anni Novanta. Piuttosto robusto, una faccia quadrata, il piglio sicuro, questo giovanotto che trasmetteva da Valenza Po esaltava i suoi smeraldi con un linguaggio da vecchia fiera campionaria. Per un termine tecnico – che so: il taglio, la venatura - tirava giù dieci aggettivi esaltanti il prodotto, un vero funambolo. Molti telespettatori accusavano il venditore di offrire pietre taroccate e un gemmologo da me convocato dava ragione a chi protestava. Per giunta, il nostro imbonitore non rispettava il diritto al ripensamento sancito da una legge europea tre anni prima.

E io ebbi la cattiva idea di portare in studio una torta vera con tre candeline accese. Se il chiacchierone le avesse spente avrebbe almeno dimostrato la volontà finalmente di rispettarla. Invece quello prese la torta e me la tirò addosso. Per fortuna mancò il bersaglio. Entrando in scena, però, il nostro era incorso in un errore: aveva lanciato in aria una manciata di anelli, falsi ovviamente, tratti da un sacchetto di finta pelle. Finita la trasmissione fu bloccato all’uscita dalla Guardia di finanza perché la merce non aveva la bolletta d’accompagnamento: duecentomila lire di multa!

Un’ultima cosa: è curioso come la caduta degli dei delle televendite coincida con il declino del leader politico che della televisione ha fatto, fino a ieri ripeto, la sua arma vincente.

Postato il 16 giugno 2011 alle ore 11.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

L'estate fa paura alla Sardegna

Dopo oltre trent’anni di boom turistico, la Sardegna ha paura. Il rischio di una stagione scarsa è nell’aria, dopo il vertiginoso aumento delle tariffe dei traghetti. Già oggi il calo delle presenze, secondo i dati del ministero del Turismo, è del 2,5%. E l’estate vera comincia per il calendario il 21 giugno. I programmi vacanzieri di molte famiglie si profilano ridimensionati se bisogna dar credito alle prime reazioni. Intanto ecco due esempi d’esperienza diretta.

Il 3 maggio di un anno fa ho prenotato il traghetto per il 1° luglio da Civitavecchia a Golfo Aranci, quando vigeva ancora la promozione, quella famosa, ampiamente pubblicizzata:”Porta la macchina in Sardegna con un euro”. Se ti prenoti, ovvio, entro una certa data. E dunque il biglietto per due persone mi costò allora 66,50 euro, così divisi: 28,80 i due passeggeri, l’auto un euro, due poltrone 16 euro e infine 19,70 euro di tassa portuale e un euro di spese di gestione.

Il 9 giugno di quest’anno ho fatto lo stesso viaggio con la medesima compagnia di navigazione ma le promozioni non ci sono più e dunque: i due adulti adesso costano 46 euro, l’auto 25, le poltrone sono scomparse, le spese di gestione passano a 2 euro ma resta invariata la tassa portuale. Totale 92,70 euro. Un aumento netto del 30%.
 
Secondo esempio. Una famiglia di tre persone (papà, mamma e una bimba di dieci anni) con auto, va a prenotare un traghetto per agosto: andata e ritorno 930 euro. Di fronte a una tale cifra il capofamiglia sposta le sue vacanze in settembre, la Sardegna è bella lo stesso in quel periodo e si spende meno: 350 euro. Un abisso rispetto alla prima cifra.

E non è casuale che per il week-end di giugno la Moby della linea Genova-Olbia è rimasta ormeggiata in banchina con le stive vuote. Il quotidiano La nuova Sardegna scrive che “l’emergenza traghetti rischia di strangolare l’isola alla vigilia della stagione estiva”.

Sulla strada per Santa Teresa di Gallura mi fermo a cena al ristorante La Capannaccia, come faccio ogni anno. «Dottore - mi dice il titolare - faccia qualcosa anche lei per bloccare questa china pericolosa». Io naturalmente non poso fare niente, tranne che scrivere. Ma lo prendo come un sintomo della preoccupazione di tutti gli operatori turistici dell’”isola del mare”. Un capomastro edile di San Pasquale, a sua volta, ritiene che la Regione abbia reagito troppo tardi noleggiando due traghetti che sulle rotte più frequentate praticheranno prezzi controllati. Sulla spiaggia di Porto Pollo (Palau), paradiso dei surfisti, la mia vicina d’ombrellone fa i conti: «Il parcheggio qui costa mediamente sette euro al giorno, il traghetto sugli otto-novecento, l’albergo ha eliminato la tariffa-single perché non ha più camere singole, paradossalmente in un’epoca in cui i single sono in aumento. Quanto mi costa alla fine una vacanza in Sardegna? Tanto vale che vada in Croazia, dove tutto è a portata della mia tasca».

Umori? Certo. Però la Sardegna trema.

Postato il 13 giugno 2011 alle ore 10.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Chi tira per la giacca i nuovi sindaci

Una lettrice milanese del Corriere della Sera, Stefania Modica, scrive a Isabella Bossi-Fedrigotti: “Spero che il dottor Pisapia ascolti i cittadini, tutti, nessuno escluso, quindi anche coloro che non lo hanno votato. Confido nel nuovo sindaco, nella sua capacità di smarcarsi da quanti lo tirano per la giacca e di avvicinarsi di più alla gente onesta che tutti i giorni fa sacrifici e che vorrebbe finalmente trovare un po’ di ascolto.”

Queste parole, secondo me, sono valide anche per il nuovo sindaco di Napoli, Luigi De Magistris. Perché nell’un caso e nell’altro possiamo ben dire che il 29 e il 30 maggio a Napoli come a Milano ha vinto finalmente il cittadino, il famoso e sempre inascoltato uomo della strada, l’ultima ruota del carro.

Tanti e tanti anni fa, da giovane cronista in un quotidiano romano che si chiamava Il Corriere della Nazione, ammirai l’idea del capo cronista che inventò una rubrica intitolata: Tiriamo per la giacca il sindaco, intendendo così portare alla sua attenzione tutte le segnalazioni dei cittadini. Ebbene, anche adesso siamo noi cittadini che vogliamo tirare per la giacca i neo-eletti, noi persone di ogni giorno che viviamo i disagi vecchi e nuovi della città. Noi che finalmente siamo protagonisti al di fuori e al di sopra dei partiti.

Mi colpì mesi fa quello che disse a un giornale e alla radio il professor Massimo Cacciari, 66 anni, filosofo, sindaco di Venezia per dodici anni, dal 1993 al 2010: “I cittadini hanno spesso delle pretese assurde… Sì, sì, rompono le palle… Rompiscatole incapaci di arrangiarsi…” Lo stesso Cacciari, però, giustificava le mini-lamentele dei cittadini sostenendo che “il vero guaio è un altro, ossia il malessere complessivo del Paese: la gente è in perenne disagio, è stanca, esausta, isterica, nervosa e perciò non riesce più a distinguere ciò che nella vita di una città è una sciocchezza e ciò che invece è importante e grave”.

Le sue dichiarazioni mi hanno ricondotto alla serie di interviste ai sindaci di un quotidiano online (www.iljournal.it). Una domanda-chiave è la seguente: “Quale dev’essere la dote principale di un primo cittadino?” Il professor Luigi Dall’Acqua, sindaco di Ossona, un piccolo centro in provincia di Milano (non certo Venezia, d’accordo) ha risposto così:

“Credo che la dote principale sia la pazienza, non intesa solo come saper aspettare, ma come partecipazione sincera ai problemi che i cittadini vengono a presentare. La parola pathos ha questo significato e sono convinto che il sindaco debba essere la persona che si accolla i problemi dei suoi cittadini e cerca di trovare con loro una risposta.”

Ecco: la pazienza, che è soprattutto una virtù. Sì, capisco, alla lunga le lamentele della gente comune diventano noiose e però chi la rappresenta può trovare in esse lo strumento giusto per esercitare la virtù della pazienza. Di sicuro, stando alle loro dichiarazioni dopo l’insediamento, sia Pisapia sia De Magistris si dicono pronti all’ascolto. Vogliamo essere fiduciosi che non tradiranno l’attesa, dimostrando finalmente che il cittadino in questo Paese non è più un suddito.

Postato il 03 giugno 2011 alle ore 10.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

E uno "Spreco day" alla Maddalena, no?

E se il sindaco della Maddalena, l’isola che dà il nome a uno degli arcipelaghi più belli del mondo, traesse vantaggio dalle opere incompiute del G8, il vertice spostato all’Aquila per volere di Berlusconi in seguito al terremoto? Si tratta di organizzare in quattro e quattro otto un vero e proprio Spreco Day. L’invito agli aspiranti vacanzieri e ai turisti stranieri suonerebbe così: venite a vedere come si buttano via i soldi degl’italiani. Dopo i fabbricati una visita alla darsena: questo mare, direbbero le guide delle comitive, ha ospitato per 32 anni una base navale della Nato, e dopo è diventato un deposito di monnezza varia. Si tratta, preciserebbero poi, di un mare diverso da quello che bagna le coste della Gallura e di tutta la Sardegna, perché quel mare per fortuna appare ancora limpido, cristallino. Provare per credere.

Un’idea bislacca, certo, provocatoria se volete, ma che scaturisce da un’amara serata televisiva. Chi ha assistito, infatti, domenica 29 maggio alla puntata di Report (Raitre) sui veleni della Maddalena, quei veleni che sono l’eredità più umiliante e pericolosa del mancato G8 in Sardegna, non può fare a meno di chiedersi perché i responsabili dello scempio siano ancora a piede libero. In questo Paese, come al solito, finisce in galera l’affamato che ruba una mela e non, invece, chi ha rubato allo Stato – ossia a noi contribuenti - a man salva.

L’inchiesta televisiva ha ricordato che l’intero cantiere della Maddalena, destinato con i suoi edifici e le sue strutture a ospitare i grandi della Terra, è costato 420 milioni di euro, un colossale spreco su cui indagano oggi cinque procure. Ma lo scandalo maggiore è quello dei rifiuti tossici sui fondali della darsena, che dovevano essere rimossi e bonificati. Pare che siano stati dragati fino a una certa profondità e ci sarebbero ancora 30.000 tonnellate di materiali inquinanti e nocivi da rimuovere. Perciò, i carabinieri hanno sequestrato i sei ettari di mare sospettati. Verremo a capo di questo ennesimo mistero italiano? A parte la proposta, temo proprio di no.

Postato il 31 maggio 2011 alle ore 10.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Una parola rivelatrice: frullatore

Non c’è miglior strumento del dizionario per esplorare i significati dei termini che usiamo ogni giorno. Cito, e non a caso, un sostantivo maschile: frullatore, che deriva dal verbo frullare. Sì, lo sappiamo tutti che frullatore è un apparecchio elettrodomestico che serve a preparare dei frullati, la maionese, le salse più varie e i succhi di frutta. Ma è il verbo che m’intriga. Frullare infatti vuol dire “fare un fruscio rumoroso, si dice degli uccelli quando sbattono le ali nell’alzarsi in volo”. In senso figurato far frullare qualcuno significa “costringerlo a operare attivamente, a filare diritto”. E c’è un modo di dire che non conoscevo ma che appare illuminante: “Ungi la ruota se vuoi che frulli”!

Ecco, leggendo le nuove rivelazioni sulla “cricca” dei grandi appalti, sono stato colpito da una parola, la più buffa, la più trascurabile nel mare magnum di quelle che indicano favori veri e propri, esborsi di danaro per questa o quella ragione, tipo la caparra per l’acquisto di un appartamento, e poi regali d’ogni tipo, da un divano a una tenda, tanto per citare. Appunto: la parola frullatore.

Diego Anemone, il costruttore divenuto famoso per aver acquistato all’insaputa, pare, del destinatario, l’ex ministro Scajola, un appartamento con vista sul Colosseo, è tornato alla ribalta giudiziaria perché la Procura di Perugia è entrata in possesso del suo libro-paga e fra le uscite figura persino “un frullatore per ministro”. Secondo i magistrati inquirenti il ministro in questione sarebbe “Scaj”, un abbreviativo che torna di frequente nell’elenco delle spese. Anche con un frullatore, dunque, ci si può garantire un appalto pubblico e per un costruttore l’appalto è vita. Quindi specialissime cortesie non a un solo ministro ma a tutti gli “amici” che hanno accesso alla stanza dei bottoni. “Ungi la ruota se vuoi che frulli”…

Voglio dirvi, infine, continuando a sfogliare il dizionario, che cosa mi frulla per il capo. Soffermiamoci su Anemone per apprezzare la potenza del cognome: anemone è un fiore che somiglia al papavero, ci assicurano i manuali di giardinaggio – e Diego Anemone fa onore al suo. Anche la vecchia canzone di Nilla Pizzi a Sanremo diceva: “Lo sai che i papaveri /sono alti, alti, alti”: il costruttore non è forse un papavero, nel senso di persona che conta perché “sa far frullare i potenti” e li costringe a filare dritto?

I personaggi coinvolti nell’archivio contabile di Diego Anemone respingono tutti con forza e con sdegno l’idea stessa di aver ricevuto “regali”. Si difendono come possono, perché non vogliono finire tutti nel frullatore. Sbattono le ali come gli uccelli. Ma non riescono ad alzarsi in volo.

Postato il 26 maggio 2011 alle ore 10.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |

I furbi, i superficiali, i violenti

Gli operatorti turistici si lamentano: non arrivano più gli stranieri di una volta, così numerosi, così ben disposti a spendere. La stagione cominciava a Pasqua, e da maggio a ottobre inoltrato le strade delle nostre città, ricche di monumenti e di opere d’arte, erano percorse da comitive di americani, inglesi, giapponesi, tedeschi. E poi d’estate le località balneari apparivano affollate di villeggianti. Si lamentano un po’ perché la crisi economica ha colpito il mondo intero ma un altro po’ perché come Paese godiamo da qualche tempo di pessima stampa.

In più, ci si mettono gli addetti ai lavori a inquinare l’immagine Italia. Tre esempi, freschissimi. Roma, hotel Tiberio, quattro stelle: arriva un turista canadese, piuttosto contrariato. Mostra al portiere la ricevuta rilasciatagli dal tassista che l’ha accompagnato dalla stazione Termini all’albergo. Sessanta euro. Ritiene di essere stato truffato. Ecco, dice, non me l’aspettavo di essere accolto così da Roma, la città eterna che ho tanto sognato.

Alessandro, il portiere dell’albergo che di esperienza ne ha tanta, sa benissimo che dalla stazione ferroviaria il percorso anche con un po’ di traffico non richiede più di 15-20 euro. Ce ne sono almeno 40 in più. Allora rileva dalla ricevuta il nome della cooperativa e telefona. Fa notare che un simile comportamento attiene più a un tassista abusivo che a un tassista con regolare licenza del Comune. Dall’altro capo del filo rispondono mortificati (meno male) che rimborseranno immediatamente il turista canadese truffato. Cosa che avviene nel giro di un’ora.

Non sappiamo se poi la cooperativa ha sospeso dal servizio o ha sanzionato in qualche misura il furbetto. Perché sono tipi simili che alimentano la credenza di un Paese rapinatore dei turisti stranieri.

Altra storia, me la segnala un lettore, il professor Luigi Gregorio. Va a Casamicciola per visitare l’Osservatorio geofisico dove c’è il famoso sismografo a vasca d’acqua. Ma trova sulla porta un cartello scritto a mano: “Torno subito”. E attende due ore prima di veder spuntare l’addetto. Un caso di superficialità: il custode ischitano non si rende conto che agendo in tal modo finisce con alimentare la fama di pressappochismo degli italiani e dei meridionali in specie.

Poi c’è la vicenda agghiacciante del crocerista americano, appena sbarcato alla stazione marittima di Napoli, aggredito e picchiato a sangue da due scippatori per strappargli il Rolex. Non è il primo caso né l’ultimo, la frequenza, anzi, è preoccupante. Ma la violenza cieca dei malviventi rafforza nei turisti stranieri l’idea che le nostre contrade sono pressoché impraticabili.

Se penso che il turismo dovrebbe essere la nostra vera industria e che tutti, ciascuno a suo modo, dovremmo adoperarci per la migliore accoglienza degli ospiti, di coloro che portano lavoro e benessere, mi cadono le braccia.

Postato il 23 maggio 2011 alle ore 15.30 in i nostri soldi | Commenti (0) |

Il dolore del passato in una cartolina

È comparso da poco nelle librerie un intrigante saggio di Enrico Sturani, cARToline. L’arte alla prova della cartolina. L’autore, settantenne, studioso del rettangolino postale, possessore di una collezione che vanta 150.000 pezzi, riporta l’attenzione sulla cartolina nel momento in cui da più parti se ne piange la scomparsa.

«Perché, mi chiedo, stiamo rinunciando a tutte o quasi tutte le belle cose del nostro passato, anche le più semplici, le più romantiche?» È la domanda che mi pone, quasi in contemporanea, il signor Cirese di Roma. «Vedo in giro, per esempio, poche carrozzelle, sempre più poche. Se non ci fossero i turisti che le cercano per la classica passeggiata tra le bellezze della città, anche le ultime sopravvissute scomparirebbero. Ho letto fra l’altro che in virtù di un decreto legislativo una carrozzella di piazza si può guidare fino a 75 anni e non più a 65. Mi sembra di leggere in filigrana la preoccupazione del legislatore per il declino dell’antico mestiere di vetturino. Allungando la vita lavorativa del cocchiere si salva la carrozzella? Chissà. C’è anche di peggio: una volta si scrivevano le lettere d’amore, adesso il telefonino ha preso il posto della carta e dell’inchiostro. È l’sms il messaggio di successo. E infine la cartolina illustrata. Un giornale ne ha già celebrato i funerali. Io sento la nostalgia di questi ieri che mettiamo alle spalle. Mi dica: è solo perché sono vecchio?»

Dentro questo messaggio, a cui rispondo solo ora, sento un profumo di poesia: “la nostalgia di questi ieri” sembra un verso. E c’è, poi, il dolore per la morte di certi simboli o di certi segni del paesaggio umano a cui eravamo attaccati: la carrozzella, le lettere d’amore, la cartolina illustrata.

Dico dolore perché nostalgia questo significa, dolore del passato. Ma della lettera del signor Cirese m’intriga il suo accenno agl’italiani che non spediscono più cartoline. Dati postali: in dieci anni siamo passati da 120 milioni di cartoline affrancate ad appena 45 milioni. Un crollo verticale, non c’è dubbio. Certo, oggi si fa prima con internet e con gli sms. E tuttavia è un vero peccato che il rettangolo illustrato cada in disuso.

Oggi, dall’azzeramento di tante cordiali tradizioni sarebbe il caso di salvare almeno uno dei piccoli piaceri del passato: spedire dall’Italia o da un luogo qualsiasi del mondo un “cari saluti” a un parente, a un amico, a una persona che ci è cara davvero. La stagione delle vacanze è vicina:potrebbe essere l’occasione buona per il rilancio della cartolina.

Ma cari saluti e basta? Sì , diceva mia madre, perché si apprezza il pensiero.

Postato il 16 maggio 2011 alle ore 11.00 in i nostri soldi | Commenti (0) |