In questo 2012 che si profila come il più duro della crisi cominciata nel 2007, possiamo parlare di benessere? Quando gl’italiani parlano, turbati, di “qualità della vita”, alla luce dei sacrifici chiesti dal governo Monti, che cosa intendono? La risposta viene da una ricerca del Cnel e dell’Istat su 45.000 persone. Le priorità risultano queste: salute, un futuro per i figli, lavoro e reddito adeguato. Seguono le amicizie, l’amore, la fiducia negli altri; solo agli ultimi posti la partecipazione politica. Il Paese è deluso da politici e corruzione e spera di risalire dal baratro confidando nei figli. L’Europa ci chiede di ridurre il debito pubblico e di pareggiare il bilancio dello Stato entro il 2013. E noi come trasformiamo in atti reali gli obiettivi del risanamento?
Sentiamo parlare di lobby: farmacisti, avvocati, notai, distributori di carburanti. Se non ci fossero troppe ingessature, dovute ai privilegi delle caste, il mercato sarebbe più libero e noi ne avremmo un vantaggio. Facciamo un esempio. Con le “lenzuolate” di Bersani all’epoca del governo Prodi nacquero le parafarmacie, che vendono medicinali da banco senza ricetta medica. Bene: si sono creati 3.000 nuovi posti di lavoro e il risparmio per i consumatori è stato pari al 18%. Un nuovo traguardo? Eccolo, la manovra “SalvaItalia” consente alle parafarmacie anche la vendita dei farmaci di fascia C. Altro esempio, le “pompe bianche”. Col prezzo della benzina che sfiora le stelle, rappresentano un utile strumento di contrasto. Si tratta di distributori senza marchio, che possono proporre prezzi convenienti. Sono circa 2.000, poche rispetto a quelle a marchio, ma il risparmio per i consumatori è già di circa 6centesimi al litro. La qualità è la stessa delle tradizionali pompe perché le compagnie petrolifere sono le stesse. Dunque la formula “più mercato meno privilegi” funziona.
Cosa sono le liberalizzazioni se non lo scioglimento di vincoli che dividono la società in caste? Abbiamo sentito i distinguo di questa o quella categoria di fronte all’obiettivo del governo di “revisione della disciplina degli ordini professionali”. Gli avvocati, per esempio. Sono 230.000, vogliono la riforma forense ma sono contrari alle “cieche liberalizzazioni”. I notai: fiducia in Monti che sa quali siano le misure da adottare “senza ricorrere a liberalizzazioni selvagge”. Gli aggettivi si sprecano. Nascondono altrettante paure. È dall’età di Bersani ministro che non si va più dal notaio per il passaggio di proprietà di un’auto, ricordate? Noi italiani sappiamo parlare bene della concorrenza ma poi non la realizziamo nei fatti. Vedi le banche o le assicurazioni. La cura Monti tende a neutralizzare i legami tra vertici di banche e compagnie di assicurazione. Infatti, nei consigli d’amministrazione delle une e delle altre siedono gli stessi azionisti. Così possono fare il bello e il cattivo tempo. Un esempio? Il mutuo casa: nel momento di concederlo la banca impone l’acquisto di questa o quella polizza assicurativa.
La speranza di vita si è allungata: in Europa la media è di 78 anni, in Italia 79. Quindi anche l’età pensionabile va adeguata. Del resto, nel nostro Paese l’innalzamento è già in corso, il traguardo dei 67 anni era stato già fissato nel 2021. Però l’Europa ci chiede di anticipare i tempi. Ed ecco che si parla di “età flessibile di pensionamento”. Attraverso il calcolo contributivo è premiato chi lascia il lavoro più tardi, verso i 70. La linea di condotta è quella che il ministro del Welfare Elsa Fornero ha indicato poco prima di assumere l’incarico. In sostanza, chi va in pensione tra i 62 e i 65 anni subirà delle penalizzazioni, chi invece sceglie di lasciare il lavoro tra i 67 e i 70 anni sarà premiato. Il neoministro punta sulla flessibilità. Le donne, per esempio, che entro questo 2012 hanno un’anzianità contributiva di almeno 20 anni, possono conseguire il trattamento di vecchiaia con un’età non inferiore ai 64 anni. Le pensioni, poi, inferiori a 1.400 euro, hanno da questo gennaio la rivalutazione in base all’inflazione. Nel 2013 solo quelle intorno ai 900 euro.
E la quiescenza dei super-ricchi? Indirettamente la Fornero risponde: «In un momento in cui si è costretti a richiedere sacrifici alle famiglie, non si può prescindere dall’abolizione delle ingiustificate posizioni di privilegio che perdurano per molte categorie difficilmente annoverabili tra i bisognosi, come i liberi professionisti e i politici». E qui il primo segnale c’è stato: un prelievo straordinario del 15% sulle pensioni d’oro, vale a dire quelle superiori ai 200.000 euro annui, che sono 2.500. Annotazione non marginale: sul debito pubblico (11.900 miliardi), la previdenza pesa per il 35%. L’Italia spende il 15% del suo prodotto interno lordo, 4 punti in più della media dell’Unione europea. Il nodo resta sempre quello che alcuni economisti chiamano “la vera anomalia italiana”: la pensione d’anzianità. Si raggiunge prima di avere l’età per la pensione di vecchiaia. Basti pensare che dai tre ai quattro milioni di persone hanno ottenuto il trattamento di quiescenza a 58-59 anni. Ventilata l’ipotesi dell’abolizione, prevale la proposta dei 41 anni di contributi che cancellerebbe per sempre tutte le pensioni-baby.
I pensionati in Italia sono quasi 17 milioni (16,8). Di questi, otto milioni percepiscono un assegno inferiore a 1.000 euro e sono considerati i più poveri d’Europa. Oltre il 30% del totale ha meno di 64 anni, il 26% ha un’età oscillante fra i 40 e i 64 e solo il 3,7% ha meno di 40 anni. Le donne, mediamente, lasciano il lavoro con un assegno inferiore del 30% rispetto agli uomini. Ed è possibile che con il “modello Fornero” l’altra metà del cielo raggiungerebbe la parità.
Siamo il Paese che lamenta la più alta evasione fiscale in Europa. Per le stime dell’Istat in Italia l’imponibile sottratto al fisco oscilla tra i 250 e i 275 miliardi di euro annui. Allora, per combatterla, è fondamentale l’arma della tracciabilità dei movimenti di denaro. Più questi movimenti lasciano l’impronta, più è facile stroncare le furberie: l’artigiano o il dentista che non rilasciano la fattura. Prima del governo Prodi era possibile comprare e vendere in contanti fino a 12.500 euro. Poi, con Visco alle Finanze la stretta ci fu. Da 12.500 a 5.000 euro. Tornato Berlusconi al potere, siamo risaliti a 12.500. Poi, Tremonti è sceso a 5.000 e ora il governo Monti fissa il limite a 1.000 euro. Così chi deve fare fattura la farà e chi vuole nascondere al fisco certi affari non potrà più farlo.
Poi ci sono le tasse vere e proprie. «L’esenzione dall’Ici per la prima casa è un’anomalia nel confronto internazionale». Questo il pensiero di Monti sulla reintroduzione dell’Ici abolita a scopo elettorale da Berlusconi. Solo che ora si chiama Imu, imposta municipale unica. Sulla prima casa, però, oltre alla detrazione di 200 euro, si introduce uno sconto di 50 euro per ciascun figlio al di sotto dei 26 anni. E la tanto temuta (dai ricchi) patrimoniale? Non figura nei testi ufficiali ma alcune misure appaiono significative: per prima cosa, una tassazione aggiuntiva sui capitali detenuti all’estero e regolarizzati grazie allo scudo fiscale. L’imposta, da saltuaria, diventa permanente: pari all’1% quest’anno e scende allo 0,4% dal 2014. Si è temuto un prelievo forzoso dai conti correnti. Invece, è l’imposta di bollo che cambia: niente fino a depositi pari a 5.000 euro mentre è più cara su quelli delle società e sulle attività finanziarie, da 73 a 100 euro. Resta a 34 euro sui cc che hanno una giacenza media sopra i 5.000 euro.
Nella sua lettera con 39 interrogativi, l’Europa ha chiesto misure «per promuovere l’occupazione femminile e dei giovani». Le donne: c’è un abisso tra il tasso d’occupazione al nord e al sud: in Lombardia è del 55,8%, in Sicilia, Puglia, Campania è del 25-29%. Per incrementarlo occorre flessibilità: orari compatibili con gl’impegni di madre e moglie, settimana supercorta e più asili nido. Per restituire un futuro ai giovani, poi, ha una sua prospettiva l’idea dell’economista Pietro Ichino: contratto a tempo indeterminato ai nuovi assunti con possibilità di licenziare, ma dietro pagamento di un indennizzo o garanzia di reimpiego. L’Europa spinge per una legislazione che contribuisca «ad affrontare la segmentazione del mondo del lavoro tra lavoratori a tempo indefinito e lavoratori precari». Bisogna ridurre il numero delle tipologie di contratto, 46. L’ideale è: più lavoro meno precariato.
Ma la parola lavoro fa paura. Prendiamo la più grande azienda culturale italiana, la Rai. Si parla di 3.000 esuberi e ogni dipendente pensa che possa toccare a lui. Fra gli statali il timore serpeggia da tempo. Gli statali sono 3 milioni e 400.000 su 60 milioni di abitanti. In Gran Bretagna, stessa popolazione, sono poco più di due milioni; in Francia, 65 milioni di abitanti, sono 5 milioni e più. Lo stipendio medio annuo dei nostri è di 27.000 euro. Più lavoro? Ma se incombe lo spettro della recessione…