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Pubblicato il 20/05/2010

Intercettazioni, stampa anello debole

Parla Ruben Razzante, esperto di Diritto dell’informazione

Di fronte alle nuove norme sulle intercettazioni "i giornalisti non devono essere né troppo corporativi né omertosi". Ruben Razzante - docente di Diritto dell’informazione all’università Cattolica di Milano e autore di numerosi manuali su questa materia, sui quali si sono formati migliaia di giovani professionisti – mostra equidistanza tra i due estremi in questa delicata vicenda. "Il problema di fondo è che si sta punendo soprattutto l’anello debole della catena, i giornalisti e non le procure", sostiene l’esperto.

Quale sarà l’impatto sul lavoro quotidiano dei giornalisti?
"Riguarda la cronaca giudiziaria, chi si occupa di altri temi non è toccato. Bisogna scindere il problema in due tronconi: l’utilizzabilità e la pubblicabilità delle intercettazioni. Occorre discernere in modo sano: alcune finiscono per nuocere alla privacy e la reputazione di alcuni soggetti; altre invece è giusto che siano oggetto di discussione pubblica, in modo che i cittadini si possano formare un’opinione più consapevole. L’impatto più immediato sarà di intimorire giornalisti ed editori con le sanzioni".

Un danno per l’informazione?
"In alcuni casi ci sarebbe un’informazione menomata, i cittadini hanno diritto di sapere come vengono spesi i soldi pubblici e se la gente che ci governa li utilizza per il bene comune. Ma il problema di fondo è che fino a quando non vengono accertate responsabilità non è giusto dare in pasto all’opinione pubblica mezze verità e confidenze che poi magari non trovano riscontro nelle inchieste giudiziarie. Serve un bilanciamento tra la tutela della riservatezza e il diritto all’informazione che la Corte Costituzionale ha affermato più volte".

Come reagirà l’opinione pubblica?
"
Vado controcorrente: non credo che l’opinione pubblica abbia molto interesse. Alcune intercettazioni infatti escono per motivi affaristici legati all’equilibrio tra poteri e il pubblico non ne sentirà la mancanza. Credo che la gente voglia farsi un’idea sulla base di fatti certi, sentenze definitive, prove incontrovertibili e non illazioni, confidenze e un clima di odio che si traduce in accuse infondate".

È corretto che prima dell’udienza preliminare non si possa pubblicare nulla?
"
La censura completa è eccessiva. Si deve poter pubblicare qualcosa, magari in estratto, quando le indagini danno riscontri inoppugnabili".

Come si può garantire l’equilibrio tra i due diritti?
"
Non ho un’opinione forte su questo. Anche quando gli atti vengono messi a disposizione degli avvocati di parte non è detto che possano essere pubblicati: può essere discutibile che siano dati in pasto all’opinione pubblica".

La lotta alla corruzione prevede un’esimente più incisiva per il diritto di cronaca?
"È un reato grave, che dovrebbe inibire di per sé l’esercizio dell’attività politica, sono d’accordo. Ma siamo sicuri che non siano teoremi? La libertà d’opinione si fonda su fatti certi".

Cosa succederà la prossima settimana?
Alla Camera magari il testo sarà rivisto, mitigando le pene per i giornalisti. Può essere il punto di mediazione. Credo che le intercettazioni siano utili. Il problema di fondo è che si sta punendo l’anello debole della catena, ovvero i giornalisti, mentre non si puniscono adeguatamente le procure che fanno venir fuori i brogliacci. Sono l’anello forte che andrebbe scardinato: questa è la vera emergenza, più di quella di pubblicarli.
Quali saranno le conseguenze per la libertà di stampa?
"Se venisse approvato il testo com’è adesso un po’ ne risentirebbe. Una testata può essere scoraggiata dal pubblicare anche notizie di cui è abbastanza sicura. Ecco perché è opportuno rivedere quella parte. Ma in generale è un discorso di deontologia ed è giusto che venga punito chi non la applica".

Andrea Paternostro

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