La Commissione europea bacchetta l’Italia in materia di privacy e avvia un’azione legale contro il nostro Paese. Stando alla legge comunitaria, gli utenti che vengono inseriti in un elenco pubblico devono essere informati circa gli obiettivi di questo registro, fornendo il proprio consenso per l’utilizzo dei dati personali a scopo commerciale. Ma l’Italia non avrebbe rispettato questo obbligo, utilizzando – per le telefonate pubblicitarie che spesso minano la tranquillità domestica – database ricavati da elenchi telefonici di abbonati che non hanno mai rilasciato un esplicito consenso.
Il Parlamento italiano, con la legge n. 14 del 27 febbraio 2009, aveva stabilito che le banche dati costruite su elenchi telefonici pubblici, formati prima del 1° agosto 2005, potevano essere utilizzate per fini promozionali fino al 31 dicembre 2009. Poi, il 20 novembre 2009, il Parlamento ha approvato la legge n. 166, al cui interno – all’articolo 20-bis – viene istituito un registro pubblico delle opposizioni, al quale potrà registrarsi chiunque desideri non ricevere più comunicazioni pubblicitarie, anche mediante mezzo telefonico.
“A mio parere, questo registro potrebbe costituire un’arma a doppio taglio – commenta Nicola Bernardi, presidente di Federprivacy – se pensiamo che molto spesso queste campagne pubblicitarie non provengono da aziende serie e vigilate dal Garante della privacy, quanto da società fantasma, spesso anche estere, che si appropriano illecitamente dei dati. E questo registro, che alla fine mette a disposizione degli elenchi di potenziali consumatori, potrebbe indurre in tentazione i mal intenzionati”. A ciò si aggiunge il fatto che la maggior parte dei reclami per contratti o pseudo contratti stipulati telefonicamente, e talvolta con l’inganno, arrivano a persone anziane e “non è detto che lo Stato provveda a mettere in piedi un registro a cui possono facilmente accedere anche consumatori che non hanno dimestichezza con Internet, visto che è pensabile che l’iscrizione avverrà on line”.
In ogni caso, in attesa dell’entrata in vigore del registro, quanto approvato il 27 febbraio 2009 è stato prorogato per altri sei mesi, quindi fino al prossimo 30 giugno. A parere della Commissione europea, che boccia le autorità italiane in primis per aver concesso questa proroga, le nuove disposizioni italiane non sono comunque conformi ai requisiti della direttiva sulla privacy.
In effetti, la nuova legge italiana si discosta radicalmente dal dettato europeo, consentendo alle aziende di entrare nelle nostre case senza alcun consenso preventivo, fin quando stufi di proposte talvolta insistenti non decideremo di mettere un freno con un apposito registro. Ora l’Italia ha due mesi di tempo per rispondere alla lettera di messa in mora, prima di essere deferita di fronte alla Corte di giustizia europea.
Nel frattempo, quali sono i nostri diritti? Chiunque non voglia più ricevere telefonate promozionali può rivolgersi al Garante, a Federprivacy o a un’associazione di tutela dei consumatori. In questo modo, potrà capire nel dettaglio cosa prevede l’articolo 7 del decreto legislativo 196 del 2003 in materia di protezione dei dati personali. “Nel concreto – spiega Bernardi – si deve scrivere al responsabile del trattamento dei dati personali dell’azienda in questione per chiedere informazioni su chi ha fornito i dati, come vengono trattati e, parallelamente, la loro cancellazione dagli archivi. Questo è un diritto anche per coloro che, in qualche occasione, hanno espresso il consenso al trattamento, magari firmando il modulo di qualche società che poi li ha ceduti a terzi. In più, se l’azienda è recidiva nonostante i nostri richiami, si potrebbe anche fare appello all’articolo 660 del codice penale, che contempla il reato di molestia per coloro che tramite telefono, in maniera petulante, recano disturbo”.